PENSIONANDO IL BUON SENSO

Davide Giacalone

di Davide Giacalone

postato il 10/06/2010 ore 09:05

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In tema di pensioni alle dipendenti pubbliche stiamo dando il peggio di
noi stessi, e speriamo che l’idea di risolvere tutto in un colpo solo, con
un unico scalone, indotto dal pungolo europeo, sia definitiva e
immodificabile. La politica dell’opposizione è dissennata, perché
pretendono d’opporsi ad una sentenza della Corte di Giustizia e ad
un’intimazione della Commissione Europea che, per giunta, sono più che
giuste. La politica del governo è stata tremula e improntata al rinvio,
laddove invece, lo scrivemmo fin dall’inizio, non solo non ci sono
difficoltà nel parificare, come si deve e come è bene, l’età pensionabile
di donne e uomini, ma farlo subito neanche “danneggia†le interessate, che
sono solo quelle la cui età raggiunge il limite da qui al 2018. Il
risultato, paradossale e ridicolo, è che il Paese con un numero di
lavoratrici scandalosamente basso e, quindi, con un numero enorme di donne
che restano fuori dal mercato del lavoro, riesce a farsi punire per leggi
che discriminano e danneggiano gli uomini. Roba da dar la testa contro il
muro.
Il caso, ricordiamolo, nasce dal fatto che i dipendenti pubblici hanno un
contratto con lo Stato, nelle sue varie articolazioni, ed in quello c’è
scritto che se nasci femmina vai in pensione cinque anni prima.
Discriminazione palese e irragionevole (che non avrebbe rilievo se fossero
contratti fra privati), tenuto presente che la vita media delle donne è
più lunga e che i bisogni legati alla prole non sopraggiungono a sessanta
anni. Ma basta dir le cose come stanno, e dichiarare che va posto rimedio,
che subito scatta la lamentazione per le donne “colpiteâ€. Ma da che? Ci
casca anche l’ottimo Tito Boeri, che leggo sempre con attenzione e
gratitudine, il quale ha sostenuto che pagano le donne, anche perché hanno
una carriera discontinua, in quanto a versamenti contributivi e rispetto
agli uomini, anche in ragione dei bisogni e doveri familiari. Ma di che
parla? Le dipendenti pubbliche non hanno nessuna discontinuità
contributiva e hanno protezioni financo eccessive, per i periodi
d’assenza. Anzi, è vero l’esatto contrario: fanno meno carriera e hanno
pensioni mediamente più basse degli uomini anche perché vanno in pensione
prima, quindi il “danno†è nell’attuale legislazione, non nella sua
necessaria e opportuna modifica.
E, si badi, neanche utilizzo l’argomento dei risparmi, quindi dei tagli
agli oneri pubblici, perché la parificazione dell’età pensionabile è un
principio bastevole a se stesso, non bisognoso d’ulteriori fortificazioni.
Non solo: se si mantenesse la distinzione per genere sessuale anche negli
anni in cui, con una lentezza esasperante e non ragionevole, si va
applicando la riforma pensionistica, quindi la parametrazione dell’età
d’uscita dal lavoro alla speranza media di vita, ne deriverebbe che
toccherebbe alle donne lavorare più a lungo, visto che soggiornano più a
lungo su questo pianeta. Quindi, ai tanti che piagnucolano sul “dannoâ€
alle lavoratrici suggerisco di cambiare velocemente argomentazione, se non
vogliono farsi inforchettare dalle loro presunte protette.
Il mercato del lavoro, per quel che riguarda le donne e non solo, ha
certamente bisogno d’innovazioni profonde, ma nel senso opposto a quel che
oggi suscita l’opposizione e il tremore di quanti fanno fatica a prendere
atto della realtà: serve molta più elasticità, molte più porte girevoli,
che consentano di entrare nel mercato e di uscirvi, per poi rientrarvi,
perché il vero problema è che, in Italia, lavorano poche donne e poche
persone in assoluto. Poi, oltre tutto, lo fanno per poco tempo.
Essendo conveniente cambiare, per ciascuna di loro, per ciascuno di noi, e
per la collettività intera, guadagnando produttività e reddito, è
stucchevole che ci si faccia bacchettare, come somari alle elementari, da
una Commissione Europea che, di suo, non è esattamente il regno del libero
mercato, ma, all’opposto, il guardiano ciccione dello Stato strabordante.
Dovremmo correre noi, anticipando i tempi, invece ci facciamo prendere per
le orecchie, sempre in ritardo. Ed i ritardi si devono anche
all’inesistenza di un mondo giovanile consapevole e capace di far di
conto, perché se ai ragazzi fosse chiaro che stanno pagando o pagheranno
pensioni che loro non prenderanno, se ai lavoratori privi di sicurezza,
temporale e reddituale, fosse chiaro d’avere pagato la cancellazione degli
scaloni pensionistici, varata dal governo Prodi, senza che a loro sia
stato dato nulla in cambio, se si accorgessero che i sindacati pensano
solo ai lavoratori di un certo tipo, meglio se statali e meglio ancora se
pensionati, e che il centro destra ha suonato la serenata alle “partite
ivaâ€, salvo lasciarle in balia della crisi, senza neanche offrire in
contropartita aperture del mercato, tutta questa brava gente ce la
troveremmo in piazza, animatamente protestante a favore, non contro la
riforma delle pensioni e del mercato del lavoro.
Invece siamo il Paese degli schieramenti ideologizzati, pur senza più
ideologie. Paghi di fronteggiarsi e reciprocamente disconoscersi
legittimità, ma troppo occupati ad odiarsi perché rimanga tempo da
dedicare ai problemi concreti. Ancora, noi tutti e i giovani, troppo
ricchi di un welfare sprecone e costosissimo, che speriamo sempre di
mettere sul groppone d’altri, per potere supporre che questo mondo
illusorio non sta per finire, è già finito, ma si trascina per inerzia e
peso della zavorra.

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