04/02/2012
postato il 27/07/2010 ore 14:06
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di Davide Giacalone – Umberto Bossi dice che il federalismo lo possono fare lui e Silvio Berlusconi, anche da soli. Se fosse vero non resterebbe loro che procedere. Risolvendo, così, anche un dilemma che da tempo ci segue, ovvero sapere di cosa, esattamente, stiamo parlando. Ma le cose non stanno proprio in quel modo, anzi, l’ultima volta che lui e il presidente del Consiglio hanno pensato di fare una cosa da soli, senza guardare in faccia nessuno, ovvero nominare ministro Aldo Brancher, gli è toccato rinunciarci in fretta, accettare le dimissioni del non ancora insediato e quasi far finta di non saperne niente.
Se fosse come dice Bossi, inoltre, neanche si capirebbe il dramma che ha colto sia il governo che il Popolo delle Libertà , ovvero chi ha vinto le elezioni politiche, confermato i consensi alle regionali e si trova, incredibile ma vero, in dubbio se riuscire ad andare avanti. Tutto questo succede perché la maggioranza s’è incrinata in modo tale che non basta un po’ di mastice a far finta di niente. S’è aperto un problema politico che deve essere affrontato politicamente, non negandone l’esistenza.
E non si tratta di fare il federalismo, perché quello è il meno. Ci si dimentica spesso, infatti, che l’unico federalismo fin qui fatto lo ha realizzato la sinistra, con una riforma costituzionale votata nel 2001. Un obbrobrio di cui ancora paghiamo il prezzo. Letteralmente. Un precedente pericolosissimo, visto che quella riforma strutturale è stata votata con una maggioranza risicatissimamente numerica. Un gesto suicida, inoltre, perché la sinistra contava, in quel modo, di far concorrenza alla Lega che, invece, riprese tutti i proprio voti, più qualcuno alla sinistra. Ma, insomma, la riforma si fece e chi si rese protagonista di quella brutta pagina non credo si tirerebbe indietro rispetto alla possibilità di concordarne anche l’aspetto fiscale. La maggioranza parlamentare per il federalismo, in altre parole, potrebbe essere ben più ampia di quella (già vasta) governativa.
In tal senso depongono ripetuti interventi del Quirinale, che liscia i leghisti per il verso del pelo, ricordando che la prossimità fra raccolta dei tributi e responsabilità della spesa è pur sempre uno strumento di risanamento. L’intesa non si fa, però, perché così come fece la sinistra anche il centro destra intende intestarsi la riforma, accettando voti a favore, ma non essendo disposto a trattarli. Quel che non può fare, però, è chiudere ogni dialogo con l’opposizione, perdersi un pezzo rilevante della maggioranza e sperare di continuare la corsa come se niente fosse.
Bossi è un politico furbo e un tattico accorto. Queste cose le sa benissimo. Le sue parole hanno un senso preciso, che tradotto in soldoni è: caro Silvio, a me del tuo scontro con Gianfranco Fini interessa fino ad un certo punto, nel 2004 costò la testa di Giulio Tremonti che ora, invece, non solo non è in discussione, ma, anzi, la prima cosa che dobbiamo fare è dar seguito alla sua politica per il federalismo fiscale, che poi è la mia, o, almeno, porta quel titolo che a me piace tanto, quindi, caro Silvio, la Lega può sacrificarsi nella difesa di cose che non ci interessano, ma non può sacrificare quello cui tiene. Questo è il messaggio. Solo uno sfegatato ottimista può leggerlo come un incoraggiamento.
Tutti ripetono che tocca a Berlusconi trovare la via d’uscita, inventarsi la mossa che risolva lo stallo. Il fatto è che questa legislatura s’è infilata nel budello che ha strozzato le altre, tutte, dal 1994 a oggi: ci si unisce per vincere le elezioni e, subito dopo, si trovano le ragioni della divisione, rendendo difficile, quando non impossibile, governare. A sinistra ciò produce, pressoché immediatamente, delle crisi di governo e degli avvicendamenti. A destra il rapporto di forza è più chiaro, quindi meno precario, ma non per questo capace di sfuggire alla maledizione.
Solo che così ci si trascina, ma non si procede. Si arranca e non si corre. In questo senso sì, l’estate è il limite temporale massimo entro il quale individuare l’esito della partita. Altrimenti sarà il pubblico a prendersela con i giocatori.
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