KOSSIGA

Davide Giacalone

di Davide Giacalone

postato il 18/08/2010 ore 13:44

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di Davide Giacalone – La “K†gli fu affibbiata dagli avversari, anzi, dai nemici. Da ministro degli interni ebbe in regalo anche le “ss†nello stile runico, come a definirlo nazista. Francesco Cossiga è stato, all’opposto, un profondo democratico, come è stato un totale democristiano. Ma con una provvidenziale anomalia: l’allievo di Aldo Moro, il militante di un partito cattolico, filo arabo e filo palestinese, era un politico occidentale, con radicate convinzioni atlantiche e con fruttuose frequentazioni nei servizi di sicurezza dell’occidente democratico, a partire da quelli inglesi. Aveva un cugino ricco, Enrico Berlinguer, che divenne comunista. Lui, invece, dei comunisti fu partner indispensabile negli anni del terrorismo, culminati nel rapimento e nell’assassinio di Moro. Dai comunisti, poi, fu odiato, al punto che tentarono di cancellarlo, perché memoria vivente del loro essere stati protagonisti della nostra Repubblica e al servizio dei suoi nemici. Con Cossiga se ne va un grande testimone di un’epoca che ancora attende il suo storico: la guerra fredda e i suoi riflessi, pesantissimi, nella politica italiana.

Cercarono di farlo passare per matto, ma fu con ferrea lucidità che argomentò la legittimità patriottica di Gladio e la legittimità democratica dei soldi procurati per i partiti politici. Con coerenza assoluta, inoltre, riconobbe la fondatezza storica dell’organizzazione segreta e paramilitare facente capo al Partito Comunista Italiano, e il suo finanziarsi con soldi elargiti dalle dittature dell’est. Poté farlo perché fu poco democristiano mediterraneo e molto democristiano continentale, consapevole che la morale politica risiede nella storia e che solo i pazzi, quale lui non fu, possono pensare di vendicarsi contro la storia. E rispettò a tal punto il suo essere Kossiga, il suo interpretare gli interessi delle democrazie occidentali che non esitò a schierarsi al fianco di uno degli uomini che avevano raccolto le firme per destituirlo da Capo dello Stato, magari con la speranza di rinchiuderlo in manicomio, Massimo D’Alema, pur di far nascere un governo capace di schierare l’Italia al fianco degli Stati Uniti nella guerra contro la Serbia di Slobodan Milosevic (l’ex comunista, leader dei socialisti serbi, capo di quello Stato, di cui s’invaghirono i nostrani leghisti e verso cui fu assai comprensiva la chiesa cattolica, nel mentre conduceva la pulizia etnica contro i musulmani). Così, grazie a Kossiga, i nostri aerei da guerra andarono a bombardare le torri di telecomunicazioni che quelli di Telecom Italia, governante Romano Prodi, avevano appena finito di pagare, con soldi contanti, chiusi in sacchi di iuta.

Il momento peggiore della sua vita coincise con il peggiore della vita repubblicana: il rapimento di Moro. Con il terrorismo convivevamo già da tempo. Non erano i morti ammazzati, non erano le armi, a cambiare i dati del problema. Fu la pretesa delle Brigate Rosse, in armoniosa operatività con servizi segreti comunisti, di divenire soggetto politicamente, direi statualmente riconosciuto. Non poteva e non doveva essere concesso nulla, a qualsiasi costo. In quella situazione Cossiga si trovò in una situazione insostenibile: figlio politico del condannato a morte, tutore della nostra affidabilità occidentale, coordinatore di uno Stato che gli assassini chiamavano di “poliziaâ€, ma, in realtà, scassato e infiltrato.

La morte di Moro era nel conto, fin dal primo momento. Fu anche la fine delle Brigate Rosse, non perché, come sostenne la retorica bugiarda di quei tempi, il popolo ne avesse compreso la natura criminale (e che ci voleva? avevano già sparso un mare di sangue), ma perché la loro missione era, ad un tempo, conclusa e fallita, e gli stessi servizi che le avevano armate cominciarono l’operazione di sgancio.

Anche quello è un capitolo della guerra fredda, e Cossiga ne era così consapevole che poi si diede da fare per firmare la grazia a Renato Curcio, il loro fondatore, che lui vedeva come un combattente oramai privo d’esercito, di mandanti e di relazioni. Anche per questo Cossiga fu attaccato, laddove, invece, sarebbe stato più sensato domandarsi il perché operasse una così netta divisione fra uno come Curcio e uno come Mario Moretti. Anche in guerra, perché quella fu una guerra, ci sono regole da rispettare, e c’è differenza fra il nemico e l’agente straniero, che si può anche fucilare alla schiena.

Nessuno può prendere o prenderà il posto di Francesco Cossiga, perché non esiste più l’Italia, non esiste più il mondo nel quale visse e operò. Oggi viviamo situazioni non meno complesse, e per certi aspetti pericolose, ma diverse. Oggi viviamo il dopo guerra fredda, non il dopo guerra mondiale. Ma la cultura che gli impose la “K†e le “ss†è ancora presente, viva, disgustosamente diffusa. E’ la cultura che detesta la democrazia, anche se ha imparato a definirsi democratica, che detesta lo Stato, anche se si finge scudiera dello stesso, che coglie come segni positivi tutti quei rigurgiti intestinali che vomitano odio contro l’Occidente. Quella cultura ci descrive sempre, noi democratici occidentali, come deboli, corrotti, debosciati, deviati. Ma abbiamo vinto noi, perché il popolo, quello vero, i cittadini, ha sempre considerato pericolosi gli esponenti di quella cultura. E abbiamo vinto anche grazie al cattolicesimo democratico e occidentale, di cui Cossiga era un solido esponente.

Nel nostro mondo, libero, è normale non marciare tutti allineati, e molte furono le cose che di Cossiga si poterono criticare. Ma il giorno della sua morte possiamo dire la stessa identica cosa che dicevamo incontrandolo: è un onore, Signor Presidente della Repubblica.

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