03/02/2012
di Redazione
postato il 19/08/2010 ore 09:35
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19 ago. – Si terrà domani Roma, a Palazzo Grazioli, il vertice del Pdl in cui presumibilmente verranno discussi e definiti i quattro punti programmatici (giustizia, fisco, federalismo, Mezzogiorno) che saranno oggetto della verifica parlamentare prevista a metà settembre per tentare di ricompattare la maggioranza dopo lo strappo dei “finiani”.
Nel frattempo, il premier Berlusconi continua a confidare nel senso di responsabilità dei “finiani moderati”, che sarebbero più inclini a garantire il proprio leale sostegno al governo fino al termine della legislatura, e quindi a non “tradire” gli elettori del Pdl, pur rimanendo leali anche al presidente della Camera.
Ma “non esiste – secondo il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino – una distinzione tra finiani moderati e non”.
“Berlusconi dovrebbe piuttosto rivolgere un appello a se stesso, perché è lui e solo lui che parla continuamente di crisi e di elezioni”, aggiunge Bocchino, assicurando che “voteremo sempre con il governo, su tutti e quattro i punti preannunciati dal premier nel suo documento”, e spiegando che è piuttosto Berlusconi, espellendo Fini dal partito, ad aver “tradito” il mandato degli elettori, che sulla scheda hanno votato l’accoppiata Berlusconi-Fini come capilista.
Mentre il leader della Lega Umberto Bossi fa sapere che al posto di Fini si sarebbe dimesso (“se vieni eletto e la maggioranza che ti elegge non ti vuole più, che fai? Ti dimetti”), non cambia, anzi viene ribadita e rafforzata a dispetto delle critiche dell’opposizione, la linea del centrodestra in caso di crisi: nessun “ultimatum” e rispetto per le prerogative del capo dello Stato, ma non c’è nulla di “eversivo”, spiega il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto replicando alle accuse del Pd, nel sostenere “o Berlusconi o il voto”, una “normale posizione politica e istituzionale” che si basa sul rispetto della “sovranità popolare”.
Una linea sostenuta, si legge dalle colonne del Corriere della Sera, anche dall’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini, secondo cui un “governo tecnico” sarebbe anche ipotizzabile, ma mai senza Berlusconi alla sua guida e Pdl-Lega come perno, perché sarebbe palesemente contrario alla “Costituzione materiale” (con cui bisogna pur “fare i conti”), dal momento che il suo nome era sulla scheda elettorale e ha vinto le elezioni.
Per una maggioranza alternativa non ci sono i numeri al Senato, fa notare Bossi, e in ogni caso il presidente Napolitano “dovrebbe riflettere bene prima di intraprendere quella strada”, non potendo non tenere conto dell’evoluzione in senso bipolare del nostro sistema. Ma una maggioranza alternativa in Parlamento, ha assicurato Umberto Bossi, il presidente Napolitano non la troverebbe. Perché, ha spiegato anticipando la posizione che esprimerebbe al Quirinale nel corso di eventuali consultazioni, “se Berlusconi e io diciamo di no, i voti non ci sono” e “non c’è nessuno così pirla da fare un governo senza i voti”.
Chi ha pochi voti non può “dirigere” il Parlamento, “deve farsi da parte”, perché “così vuole il popolo: queste sono le regole”. “Se non ci sono i numeri – ha quindi riflettuto il leader del Carroccio – fatalmente si andrà al voto”. E in caso di elezioni anticipate , ha avvertito, “sono due quelli che hanno i voti: Lega e Berlusconi”.
Fini e la sinistra hanno “troppa paura”, una “paura boia” del voto, secondo il leader leghista, e quindi “fanno di tutto per mettersi di traverso”, ma i numeri non li hanno. Bossi conferma quindi la lealtà della Lega a Berlusconi (“abbiamo fatto l’accordo con Berlusconi e andiamo dove vanno i nostri alleati. Ci hanno dato il voto sul federalismo, noi non tradiremo”) e auspica la fine degli attacchi al presidente Napolitano, di cui si era detto tutto sommato “contento”, ricordando che “con lui abbiamo sempre trovato la quadra”.
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