JURASSIC POLITIK

Davide Giacalone

di Davide Giacalone

postato il 19/08/2010 ore 18:36

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di Davide Giacalone – Abbiamo la classe politica piĂą vecchia del mondo democratico. Sia anagraficamente che come anzianitĂ  di servizio. Nell’etĂ  in cui, altrove, si scrivono le memorie, per raccontare come sono veramente andate le cose, da noi ancora si cerca di fare il gioco delle tre carte sul passato, in modo da guadagnarsi una porzione, o almeno qualche mozzico di futuro. Taluni dei protagonisti sono piĂą che maturi per Villa Arzilla, altri si muovono ancora famelici, come nell’isola di Jurassic Park. La nostra è Jurassic Politik.

Martedì è morto Francesco Cossiga. Uno dei più grandi dinosauri, con alle spalle tanto onorato servizio e non minori depistaggi. Nel finto lutto generale (sono innumerevoli quelli che lo avevano sul gozzo) s’è finito per occultare l’unica vera notizia, ovvero il suo rifiuto dei funerali di Stato, e con il raccontare bubbole sull’epoca in cui la sinistra voleva cacciarlo dal consesso civile, accusandolo di avere tradito la Costituzione. Due cose sulle quali, invece, desidero esercitare il piacere e il dovere della memoria, tanto più che la questione riguarda l’oggi, e l’attuale inquilino del Quirinale.

Cossiga era uno dei pochi democristiani ad avere un profondo senso dello Stato. Non era Giulio Andreotti, che tende a considerarsi cittadino di quel che sta dall’altra parte delle mura leonine. S’è congedato inviando lettere nelle quali testimonia la sua deferenza alle istituzioni. Eppure rifiuta i funerali di Stato. Perché? I sopravvissuti di Jurassic Politik si sono capiti al volo, cercando di farla passare in sordina, quasi l’ultima mattana di un mattacchione. I soliti pensosi, che firmano pezzi ponderosi, non hanno ritenuto di partorire neanche un pensierino. Perché Cossiga autorizza i politici a far quel che loro pare solo dopo essere stato seppellito, in Sardegna? Penso che abbia così disposto perché una cosa sono le istituzioni e altra gli uomini che le abitano (temporaneamente), e se le prime si onorano i secondi possono anche essere tenuti a distanza. Il Presidente emerito aveva un pessimo concetto della seconda Repubblica, sicché se ne va al Creatore senza tirarsela appresso. Inoltre, credo abbia voluto rendere omaggio all’altro statista che, in condizioni assai diverse, rifiutò i funerali di Stato: Aldo Moro.

Nel club giurassico si tende anche a coprire le tracce del passato, raccontandoselo come più fa comodo. Ad esempio: è una superba bubbola che la corrente migliorista del Partito Democratico della Sinistra, fresca filiazione del sempre stato Partito Comunista Italiano, si sia opposta alla messa in stato d’accusa di Cossiga per altro che per ragioni tattiche. L’odierno Quirinale, dopo avere irritualmente sollevato la questione dell’impeachment, ha indirizzato i commentatori più disponibili, suggerendo loro che fu contrario alla messa in stato d’accusa di Francesco Cossiga.

Ciò, però, testimonia il massimo dell’incoerenza, perché quando Achille Occhetto propose di far fuori Cossiga (prendendo a pretesto una questione relativa al Consiglio Superiore della Magistratura, nella quale il Presidente della Repubblica aveva tutte le ragioni, e la vicenda Gladio, in cui le ragioni di Cossiga erano anche patriottiche) Napolitano sostenne che non era il caso di avviare una procedura formale, essendo più conveniente criticare e attaccare il Presidente, per indurlo alle dimissioni, come già avevano fatto con Giovanni Leone, ovvero l’esatto opposto di quel che oggi indica e reclama, intimando che chi lo critica avrebbe il dovere di far ricorso all’articolo 90 della Costituzione.

Ma limitarsi a constatare l’incoerenza è sciocco, come erano strumentali e ciechi gli attacchi dei comunisti (miglioristi compresi) a Cossiga. Si deve essere capaci di guardare alla ragione delle cose. La presidenza della Repubblica cominciò ad essere una cosa diversa, da quel che avevano disegnato i Costituenti, con Sandro Pertini. Il vecchio demagogo socialista aveva, però, un argine, rappresentato da un solido mondo politico. Cossiga fu il suo successore, eletto al primo scrutinio. Ebbe il merito di capire le conseguenze della fine della guerra fredda, ebbe il demerito di non riuscire a far altro che distruggere quel che si sarebbe distrutto. Il Colle più alto si allontanò ulteriormente dal binario costituzionale. Non c’è più rientrato, né sarebbe possibile, perché tutto è cambiato, a cominciare dal fatto che non esistono più i partiti politici (quelli veri, non le proprietà personali). In tali condizioni Napolitano reclama per sé il contrario di quel che egli stesso fece a Cossiga, e lo fa (suppongo) in buona fede, considerandosi, sia come istituzione che personalmente, uno degli ultimi ancoraggi di un’impalcatura costituzionale oramai sbilenca.

Non s’avvede, forse, o non vuole avvedersi, che come nell’isola di Jurassic non si può pretendere che il passato viva nel presente. E se lo si ottiene con la forza non si provoca che il disastro. E’ vero che molti giovani hanno idee a dir poco confuse, che manca un sano desiderio di prendere in mano la realtà e costruirsi il proprio mondo, di affermare la voglia del cambiamento, assopendosi nell’accomodamento. E’ vero. Ma è anche vero che da noi il tempo sembra essersi fermato, che i vecchi (d’età e di forza ideale) non scollano se non per trapasso, prepotentemente disposti a negare se stessi, pur di non mollare la presa. Ad un certo punto, si dovrà pur dire: basta.

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