31/01/2012
di Redazione
postato il 20/08/2010 ore 15:37
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20 ago. – E’ iniziato a Palazzo Grazioli, a Roma, il vertice del Pdl in cui dovrà essere messa a punto la strategia per tentare di ricucire lo strappo con la componente “finiana” e quindi ricompattare la maggioranza per completare la legislatura.
Presenti, oltre ai coordinatori del partito e ai capigruppo di Camera e Senato, anche il presidente Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta, i ministri Alfano, Tremonti e Matteoli, il sindaco di Roma Alemanno e il legale del premier e deputato Ghedini.
Dal vertice emergeranno i punti programmatici che il premier presenterà alla verifica parlamentare di settembre per capire se il governo ha ancora una maggioranza. Per il centrodestra l’unica alternativa sarebbe il ritorno al voto.
Il chiarimento che si aspetta il Pdl, spiega il presidente del gruppo al Senato, Maurizio Gasparri, è un fatto di “coerenza”, e riguarderà “tutti temi importanti che, in buona parte, sono già all’esame delle Camere, che sono stati presentati dal governo nella sua collegialità e unità e già approvati da uno dei due rami del Parlamento”.
Un appuntamento, quello di oggi, vissuto nel Pdl come “il giro di boa”, come rivelano le parole del ministro Rotondi: “o ci sarà la strambata che rilancia il centrodestra e l’azione di governo, o si viaggia spediti con il vento in poppa verso il porto delle elezioni”.
“O a settembre ci sono le condizioni perché il governo possa lavorare bene, e questo richiede che da parte dei finiani ci sia un sostegno senza inganni e fibrillazioni ai punti programmatici che saranno esplicitati oggi a Roma, o si torna alla fonte naturale della sovranità popolare, cioè il voto. Terze vie non ce ne sono”, ribadisce anche il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, intervistato da Rtl 102.5.
Elezioni che al leader della Lega, Umberto Bossi, sembrano inevitabili. A meno che, suggerisce, da Gianfranco Fini non arrivino le dimissioni da presidente della Camera, l’unico gesto che potrebbe sbloccare la crisi e fermare la corsa verso il voto. Una soluzione “ragionevole e ragionata”. Per tutti, lascia intendere il leader del Carroccio, sottolineando come finiani e sinistra temano le urne, ben sapendo che sarebbero di nuovo Berlusconi e la Lega ad avere i voti.
In una intervista a La Stampa, il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, fa il punto della situazione sui rapporti tra finiani e Pdl: “E’ un confronto aperto: al momento non si può dire con certezza né che ci sarà uno sbocco positivo, né uno negativo”.
Il vertice di oggi, spiega Cicchitto, serve a preparare “una verifica per vedere se i finiani, o parte di essi, vogliono restare fedeli al voto del 2008″. Il presidente dei deputati Pdl bolla come una “dichiarazione di stupidità ” l’editoriale pubblicato ieri da Filippo Rossi sul web magazine di Farefuturo: “Il berlusconismo è chiaro fin dal 1994 e chi non lo ha capito dovrebbe occuparsi d’altro e non di politica. Ma Farefuturo non è eletto da nessuno, mentre il nostro discorso si rivolge a chi è stato eletto da milioni di italiani”.
E osserva come dai finiani giungano voci dissonanti (“chi lancia insulti e si presenta come sfasciacarrozze e chi predica moderazione”). E’ “semplicistico” parlare di appelli ai finiani moderati, spiega, il problema è che “devono decidere se proseguire il percorso iniziato nel 2008 o interromperlo, con conseguenze imprevedibili”.
Cicchitto è d’accordo con Bossi nel ritenere le eventuali dimissioni di Fini “un gesto fondamentale” per fermare la corsa alle urne, perché “significherebbe una presa d’atto del suo mutamento di status: da cofondatore del Pdl a fondatore dei gruppi parlamentari autonomi e forse addirittura di un partito”. Oggi, spiega il capogruppo Pdl, “è evidentemente di parte e non al di sopra delle parti come dovrebbe essere un presidente della Camera”. Sulle posizioni che emergeranno dal vertice o troverà conferma una maggioranza parlamentare, “altrimenti – ribadisce Cicchitto – la nostra posizione, lo dico senza aprire polemiche istituzionali, è il ritorno alle urne”.
Quanto al merito dei punti programmatici che dovrebbero entrare a far parte della verifica, dovrebbero riguardare temi quali la giustizia, il fisco, la riforma costituzionale e il federalismo, il Mezzogiorno, ma anche sicurezza e immigrazione.
Tutte questioni su cui in queste settimane il presidente Fini ha manifestato perplessità e distinguo rispetto all’azione di governo. Si tratterà poi di individuare lo strumento parlamentare più adeguato per misurare il grado di consenso che i programmi del governo incontrano in Parlamento.
Per Giorgio Stracquadanio occorre “rilanciare da subito la sfida sulle leggi che immediatamente cosituiscono uno scudo per il premier e rilanciare le riforme costituzionali sia in campo giudiziario, sia per arrivare all’elezione diretta di un capo dello stato con poteri di governo, come in tutte le democrazie occidentali più consolidate.
Questi sono due punti chiave su cui, da subito, confrontarsi coi finiani”. “Questa cosa del partito fa parte della fantapolitica”, è la posizione espressa a Il Tempo dal deputato finiano Silvano Moffa, presidente della commissione Lavoro della Camera: “Qui nessuno vuole fare un partito, come non volevamo creare gruppi autonomi: sono nati soltanto come reazione ad una ingiustificata espulsione. Ora, piuttosto, serve un patto di legislatura”.
L’impressione di Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera, è tuttavia “che Berlusconi voglia solo verificare la possibilità di andare avanti con la garanzia del nostro sostegno senza doversi confrontare preventivamente. Un metodo che si discosta dal sistema parlamentare italiano”. Un vertice che per questo motivo definisce “una liturgia inutile”, che punta a “mettere all’angolo i finiani”. Bocchino, intervistato da la Repubblica, fa capire che i finiani voteranno la fiducia sui 4-5 punti, “perché impegnati con gli elettori”, ma “poi, certo, dovremo discutere in commissione di riforma del fisco” e sul processo breve, che non fa parte del programma, avverte, bisognerà discutere in Parlamento, perché “non vogliamo certo tarpare le ali alla magistratura”.
Dall’opposizione si insiste a chiedere a Berlusconi di venire in Parlamento e formalizzare la crisi. “I quattro punti della oramai ex maggioranza sono già vecchi, dovevano essere stati già realizzati. Bossi può chiedere le elezioni, ma prima il presidente del Consiglio deve ufficializzare in Parlamento la crisi ammettendo che non è più in grado di governare”, commenta Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani, aggiungendo che “la maggioranza non c’è più, si è autodistrutta tradendo la volontà degli elettori. Per il resto la strada la indica la Costituzione”.
“Il vertice di oggi – sentenzia il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi – è l’ultimo atto di un governo al capolinea. Non hanno la maggioranza e ne devono prendere atto. Berlusconi venga in Parlamento a formalizzare la crisi. Prima vanno a casa meglio è per tutti”.
Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro continua a mostrare scetticismo nei confronti dell’ipotesi di un “governo tecnico” in caso di crisi: “Andrebbe benissimo, ma a una condizione precisa: il presidente della Repubblica deve garantire durata e scopo dell’esecutivo. Durata massima di novanta giorni, unico punto di programma il cambiamento del porcellum”. Ma “di solito – aggiunge – i governi tecnici fanno le peggio cose e durano una eternità ”.
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