DROGA E SPESA PUBBLICA

Davide Giacalone

di Davide Giacalone

postato il 09/10/2010 ore 09:54

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di Davide Giacalone – Ci sono piaghe sociali cui un po’ ci adeguiamo e un po’ ci rassegniamo, come la droga. Speriamo che la cosa non debba riguardare noi e i nostri cari, per il resto si fa spallucce, non senza un certo disgusto. I “drogati” sono sempre gli altri, e la loro condotta è esecrabile. Quelli che conosciamo, invece, li viviamo come diversi, immaginando che s’impasticchino raramente, sniffino con ponderazione, sballino con raziocinio. Se crollano, poi, si da la colpa alla loro debolezza, o alla condizione in cui vivono, se non direttamente alla “società”. Oltre a moltiplicare l’irresponsabilità personale, questi atteggiamenti ipocriti alimentano anche la spesa, pubblica e privata. Il tema della droga, pertanto, è ideale per dimostrare come si possano ottenere risultati migliori spendendo meno e realizzando una collaborazione virtuosa fra pubblico e privato.
Lasciamo da parte i problemi morali, facciamo finta che si possa accantonare la qualità della vita, che la libertà individuale non sia un bene prezioso. Ragioniamo di quattrini. Nel 2001 lo Stato spendeva, per il recupero dei drogati, 100 milioni di euro, divenuti 15 nel 2007. Un bel risparmio, se fosse vero. In realtà, è solo diminuita la posta di bilancio destinata alla specifica attività di disintossicazione, perché spendiamo 1 miliardo 850 milioni per costi sanitari legati alla diffusione della droga. Spiegazione: anche se un tossico non va a disintossicarsi, comunque si ricovera per epatiti, infezioni, collassi, infarti e così via andando. Anzi: meno si disintossica e più si ricovera. Stiamo facendo, insomma, un pessimo affare.
A questo si aggiunga che le strutture pubbliche dedicate ai drogati, i Sert, nel 65% dei casi li “aiutano” cono sostanze sostitutive, quindi li mantengono drogati. Tanto è vero che il 40% delle persone in carico ai Sert lo sono da più di dieci anni. Una specie di vitalizio, anzi: di mortalizio. Tutta questa gente continua a drogarsi, quindi continua ad avere problemi di salute, quindi continua a pesare sulla spesa pubblica. Spendiamo, insomma, per essere sicuri che continueremo a spendere. Non è una condotta lungimirante. Anche perché i costi non sono solo sanitari: 4 miliardi delle famiglie se ne vanno in acquisti di droga, 2 miliardi e 500 milioni dello Stato per l’applicazione della legge e (ma è difficile fare il conto esatto) un paio di miliardi collettivi in calo della produttività. A questo aggiungete che il 40% dei decessi per incidenti (dati del 2008) si deve all’assunzione di droghe, cui sommare i 150 mila feriti sopravvissuti. Dopo avere messo in fila questi numeri valutate il risparmio degli 85 milioni per il recupero e domandatevi se c’è qualche cosa di sensato.
Di tutti i casi trattati sono circa 9000, attualmente, quelli indirizzati alla totale liberazione dalla droga, con la cancellazione di tutti gli altri costi connessi. 1.500 si trovano nella comunità di San Patrignano. Il servizio che viene reso a queste persone è per loro vitale, ma per la collettività assai conveniente. Se noi convertissimo una frazione della spesa pubblica provocata dalla droga in investimento destinato a rafforzare ed estendere l’accoglienza di ragazzi da restituire puliti, e non mantenuti, avremmo migliorato il mondo che ci circonda e risparmiato dei bei quattrini. E non è lo Stato che deve fare in proprio quel che il privato ha dimostrato di saper fare meglio, ma lo Stato che si concentra nella regolazione e nel controllo di un settore in cui il mercato, l’iniziativa personale, le reti di solidarietà sociale hanno messo in atto politiche sagge e convenienti. Programma: chiudere gli spacci legalizzati, con personale medico messo a distribuire veleno, e rafforzare le comunità capaci di portare risultati certificabili. Avrei anche uno slogan gretto ed egoista: se proprio non volete farlo per i vostri figli, fatelo per il vostro portafogli.
C’è anche il risvolto ambientalista, che può portarci ad un altro slogan pulp. Proprio oggi si svolge, a San Patrignano, l’annuale WeFree Day. Quelli dell’antigroga colombiana hanno ricostruito un tipico laboratorio per la raffinazione. Ecco i numeri: nella sola Colombia, per fare spazio alla coltivazione della coca, hanno bruciato 2,2 milioni d’ettari di foresta amazzonica, e per ogni chilo di cocaina se ne buttano, nei fiumi, 600 di rifiuti chimici, assieme a 200 litri di acqua contaminata. Slogan: se proprio non volete fermare questa roba a tutela degli umani, fatelo per l’amore che portare ad animali e vegetali.
Tutto ciò restando fedeli alla premessa, ragionando come se la vita in sé, libera e sana, non sia un valore da difendere. Premessa che, a questo punto, possiamo abbandonare, credendo d’avere dimostrato che ci sono ottime ragioni per spendere meno e meglio.

Commenti

  1. Simone scrive:

    IRRECUPERABILI … SONO IL FRUTTO DELLA NOSTRA COMODA MENTALITA’

    Leggo in questi giorni affermazioni da parte di “addetti ai lavori” che mi fanno riflettere; sono molte le persone che per anni sono state in prima linea nella lotta al disagio, ognuno con i propri ideali i propri valori e la propria filosofia di intervento, e purtroppo, in alcuni casi, con una logica che desta non poca preoccupazione.
    Avverto a volte informazioni pericolose che cercano di spiegare la tossicodipendenza, o il disagio in generale, in termini prettamente logico-scientifici, causa-effetto, creando troppo spesso false speranze o dando messaggi distorti e incompleti a chi (senza avere reali competenze in materia) cerca risposte alle proprie sofferenze.
    Indubbiamente la stragrande maggioranza di chi utilizza sostanze non ricorre ad esse perché portatore di una patologia, ma come possiamo dire che un soggetto che ricorre all’utilizzo di droghe è una persona sana? Che cosa cerca un giovane, o non giovane, nella trasgressione? Qual è il suo concetto di normalità? E quindi che cos’è la normalità?
    Alcuni vanno sottolineando che ‘molti interventi educativi sono falliti’e portano avanti assurde ipotesi di ‘selezionare l’utenza’: l’educazione riservata solo a chi ‘ è in grado di seguire correttamente e non strumentalmente i programmi terapeutici più adatti’, utilizzare quindi le nostre energie e risorse solo per chi sappiamo che ce la può fare.
    Forse, però, è allora il caso di chiedersi qual è la nostra idea di educazione. Siamo proprio certi che la soluzione rispetto a questi ‘interventi falliti’ sia selezionare i giovani e non, invece, fare il punto della situazione rispetto al nostro concetto di educazione e magari operare per rendere i nostri interventi sempre più vicini alle reali esigenze di chi ne ha bisogno?
    Ebbene io non ci sto, e sto con don Enzo che, nei lontani anni 60, quando le strutture comunitarie per il recupero dei ragazzi erano prima di tutto comunità di vita, diceva che : ‘gli irrecuperabili non esistono, sono il frutto della nostra comoda mentalità’.
    La sfida educativa oggi deve essere aiutare il giovane a capire l’importanza del prendersi cura di sé, indurlo a sposare quel processo terapeutico in modo che diventi realmente promozionale e vincente. Per questo negli ultimi anni, grazie anche alle nuove politiche sulla possibilità di scegliere e di conseguenza del libero accesso nelle strutture di cura, stiamo provando ad accogliere giovanissimi al loro primo inserimento in comunità: aggredire il disagio in fretta in modo da lasciare poco tempo perché si radichi nella vita delle persone lasciando segni più in profondità. Abbiamo scelto di correre il rischio, i giovani ti scomodano, ti mettono in crisi, ti lanciano sfide, ti chiedono molto… ma non è forse questo che chiediamo noi a loro? Mettersi in crisi, rischiare, accogliere la sfida, cambiare… e come possiamo chiedere a loro di farlo se noi per primi non siamo disposti a metterci in gioco in questo modo?
    Proviamo a stare un po’ con i giovani, accompagnamoli nelle fatiche e nelle sofferenze, andando oltre tutto ciò che la nostra coscienza e il nostro sguardo vede, e proviamo a chiederci perché un giovane nell’incontro con l’altro non cambia. Quanti sono stati gli interventi verso di lui ma non con lui… Insegnare all’altro significa anche condividere ed essere coerenti. Quando un giovane vede le tue fatiche, le tue preoccupazioni, il tuo amare la vita e le bellezze del creato, come può rimanere lo stesso?
    Per questo continuo ad essere convinto che è prima di tutto il nostro modo di stare con l’altro che deve cambiare. Sfogliavo giorni fa una rivista che raccontava tutti i progressi e le ipotesi che le neuroscienze vogliono portare avanti nella cura alle dipendenze e poi mi guardo intorno. Basta ad eliminare il problema? O serve altro, qualcosa che metta in discussione uno stile di vita, dia valori nuovi e una progettualità diversa?
    Stiamo da anni cercando di rivedere i nostri interventi educativi all’interno delle comunità. Si pensa a programmi personalizzati, a corsi di studio, alla loro professione lavorativa, al loro rapporto con i familiari. Si fanno gruppi tematici, percorsi psicologici, ma anche giornate sportive, gruppi musicali, progetti audiovisivi… siamo alla ricerca di risposte che mettono in crisi i nostri script mentali di risposta terapeutica, sconvolgono la nostra linearità di pensiero. Ci serviamo della statistica per capire come stanno e come rispondere in modo appropriato al loro bisogno, ma poi non possiamo esimerci dal guardarli in faccia e prendere per mano ogni singolo giovane… ebbene stiamo faticando, ma, vi chiedo, lasciateci lavorare con loro, i frutti li raccoglieremo nel tempo.
    Permettetemi allora di sognare … sogno un mondo dove i giovani inseriti in un cammino di liberazione possano sperimentare stili di vita diversi e ricchi di significato. Sogno che ogni giovane possa prendere in mano seriamente la propria vita e consideri essa come un bene meraviglioso. Sogno che i giovani si prendano l’un l’altro carico dei pesi e delle sofferenze dell’altro e ne condividano gioie e risorse.
    Questo mi confidava uno di loro: ‘Non è detto che tutto ciò che dico lo penso, e ciò che ti dico e penso non è detto che io lo senta’. Questa è oggi la sfida educativa, arrivare al cuore, al mondo emotivo dei giovani che accogliamo, solo così potremo raggiungere un cambiamento (in loro ma anche in noi) e arrivare insieme, tutti, al traguardo.

    Simone Feder