TEST DI AMMISSIONE ALL’UNIVERSITA’

Franco Battaglia

di Franco Battaglia

postato il 20/10/2010 ore 10:56

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di Franco Battaglia – Molto appropriatamente, i test di ammissione all’università sono stati apostrofati da Giorgio Israel, in un suo recente articolo sul Giornale di Feltri «una illusione», «peggio di una lotteria» e «un bluff». Quei test sono però molto peggio: essi sono una mortificazione intellettuale, un vero e proprio attentato a quella «libertà di studio» di cui tanto – e spesso a sproposito – ci si riempie la bocca, e sono anche una delle tante vergogne della nostra università. Sarebbe un’opera meritoria se il ministro si industriasse per sopprimerli al più presto.

Ditemi voi: vi pare accettabile che si decida se uno studente che aspira a diventare, che so, medico chirurgo, sia scelto sulla base del fatto che risponda correttamente a domande del tipo «in quale romanzo italiano è importante un albero di nespole», oppure «come si chiama l’inserviente di Nonna Papera»? E badate che non me le sono inventate, queste domande. Dicono che sono domande di “cultura generale”. Ora, a parte il fatto che definire “cultura” (figuriamoci, poi “generale”) è già di per sé un’impresa non da poco, e se si accettasse la definizione che ne dette Salvemini e che a me piace tanto, cioè “cultura=quel che resta dopo aver dimenticato tutto quel che si è studiato” ogni tentativo di misurarla con dei test sarebbe un’impresa impossibile. A parte ciò, dicevo, rimane il fatto che non si capisce perché si debba impedire di studiare medicina a coloro che non hanno superato la soglia di cultura generale in qualunque senso la si voglia intendere.

Qualcuno potrebbe essere portato a credere che le domande dovrebbero essere attinenti alla disciplina, cioè dovrebbero essere domande di chimica, fisica, biologia, etc. Ma anche qui ci si sbaglia di grosso: chimica, fisica, biologia, etc., sono discipline che gli aspiranti medici studiano al loro primo o secondo anno, per cui porre domande cosiddette “attinenti alla disciplina” è come pretendere di averla studiata prima di essere ammessi a quegli studi. Inoltre, a queste domande tecnico-scientifiche sarà più bravo a rispondere un ultimo della classe col diploma di perito chimico che non un primo della classe col diploma di liceo classico. Insomma, questi test non misurano alcunché. Il guaio è che decidono non solo in modo mortificante sul futuro dei nostri giovani, ma anche in modo autolesionista sul futuro della nostra società che si sta così selezionando una classe medica che potrebbe essere poco adeguata. Mentre tutti noi vorremmo medici preparati.

Io avrei una proposta che schematizzo in 4 mosse. Che poi non è mia, ma è ciò che fa il resto del mondo. Mi limito solo a formularla nel contesto del nostro sistema d’istruzione. 1) Abolire i test senza se e senza ma. 2) Valorizzare il voto di maturità: alla sua determinazione devono pesare, per 3/4 il curriculum degli ultimi 3 anni e per 1/4 l’esito all’esame di maturità. Per dire: chi ha incassato debiti formativi durante gli ultimi 3 anni, non può aspirare al massimo dei voti. Cose del genere, insomma. 3) L’università che ritiene di dover laureare che so, 100 medici fra 6 anni, ne accetti di iscriverne 200 al primo anno, scegliendoli in base al voto di maturità e senza alcun test. 4) I 200 studenti ammessi frequentino i corsi propedeutici del I anno (statistica, fisica, chimica generale, chimica organica) e sostengano gli esami. Alla fine del primo semestre, si faccia una graduatoria tra gli studenti e si accetti l’iscrizione al secondo semestre solo ai primi 150 di essi. Alla fine del II semestre (cioè alla fine del I anno) si ripeta quanto fatto al I semestre e si accetti l’iscrizione al II anno solo ai primi 100 di essi: sono, costoro, quelli che verranno portati alla laurea alla fine dei 6 anni richiesti. Gli studenti esclusi durante il I anno sarebbero esclusi dalle scuole di medicina. Per il successo del meccanismo c’è un punto fondamentale che deve rimanere fermo: tutti gli studenti devono essere obbligati a sostenere gli esami alla fine dei corsi e non possono rifiutare il voto né ripetere l’esame. Si chiama, questo, appello unico annuale, in vigore in tutto il mondo fuorché in Italia, ed è un punto fondamentale su cui elaborerò un’altra volta.

È così che si fa nel resto del mondo. Quando stavo negli Stati Uniti per il mio dottorato facevo l’esercitatore nel corso di chimica agli studenti (circa 500) del I anno di baccalaureato (l’equivalente delle nostre matricole): solo coloro che nel mio corso conseguivano il massimo dei voti potevano aspirare di essere accettati alla medical school. Insomma, in America gli studi di medicina sono a numero chiuso: a chi aspira a diventare medico si pretende, tanto per cominciare, che sappia meglio degli altri aspiranti, la chimica. Non è certo una assoluta garanzia, ma sempre meglio che pretendere che sappia se l’inserviente di Nonna Papera si chiama Ciccio o Pico.

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