PROTESTARE E’ GIUSTO, MA…

Davide Giacalone

di Davide Giacalone

postato il 21/12/2010 ore 10:46

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Di Davide Giacalone – Che i giovani protestino non è solo un diritto, è un dovere. La condizione in cui sono stati messi è disperante, ma lo è anche quella in cui essi s’immaginano. Mi rivolgo a loro, ma so che non leggono, meno ancora un rompiscatole bastian contrario. Uso con loro il linguaggio imposto dal rispetto: siete dei cretini. Siccome tornerete in piazza e ci saranno altri problemi, armatevi di santa pazienza e ascoltate il perché.

I movimenti d’oggi non sono particolarmente diversi da quelli del passato, in primis quello del mitico (e patetico) ’68. Quando incontrate i barbogi brontoloni che vogliono farvi lezioni e dirvi quanto loro erano “avanti”, prendeteli a pernacchie. Quelli volevano la rivoluzione e il comunismo, ma i capi di allora si sono sistemati tutti nel sottopancia del capitale, televisioni comprese. Voi siete solo più disgraziati. Vi sarete accorti che movimenti analoghi esistono in Inghilterra o Francia, escludendo che la causa di tutto sia il governo Berlusconi. Vi supplico, non trasformatevi in tronisti della protesta e in veline della manifestazione. Ve lo garantisco, credetemi: Silvio Berlusconi non è il centro del mondo, e neanche l’onnipotente tiranno o l’inquinatore di coscienze. Le sommosse europee hanno una matrice comune: lo stato sociale è agonizzante, non più sostenibile, o si cambia modello a si affonda nel debito che genera.
I movimenti degli anni sessanta avevano una matrice opposta, perché nascevano dalle speranze (e dalle illusioni) che la spesa pubblica alimentava. Ogni generazione pensa di scoprire il mondo, a cominciare dal sesso e dai diritti. Le cose stanno in modo leggermente diverso: le persone hanno sempre goduto e gioito, si sono sempre amate o detestate, si sono cornificate o accompagnate lealmente, si sono annoiate e si sono incazzate. E così sarà in futuro. Quel che cambia è il costume. I nostri nonni e i nostri genitori erano gente austera, riservata negli affetti, pudica nelle trasgressioni. C’erano bordelli e idraulici per casalinghe, ma anche una diffusa ipocrisia, che li accompagnava alla messa domenicale. La spesa sociale ha gradualmente liberato dalla corrispondenza fra fatica e bisogni, fra status e aspirazioni, fra provenienza e destinazione. Roba positiva, intendiamoci. Se non fosse che è divenuta un’arma di deresponsabilizzazione di massa.

I figli di quel mondo (i sessantottini, per capirci) videro le madri accorciare la gonna e i padri comprare l’automobile, il frigorifero e la televisione, così decisero che il loro presente doveva essere fatto di sesso libero e consumi dissociati dalla produzione, che, altrimenti, sarebbe stato sfruttamento capitalistico. Questa era la facciata, sulla quale pochi spiaccicarono la loro vita, ma l’insieme della società fece finta che fosse vero e, in effetti, sia la libertà che i consumi crescevano che era una bellezza. Dieci anni dopo (nel ’77) già si raccattavano i relitti, perché un pezzo della mia generazione è finito nello spurgo della distruzione terrorista e dell’autodistruzione drogata. Ma la gran massa è rimasta esente. Siamo a nostra volta divenuti genitori, ma con madri che vogliono essere maliarde a cinquanta anni e padri che non piangono di vergogna a dire d’essersi innamorati ancora. Bimbi viziati, e anche scemi. Moti di loro (di noi) non sono mai diventati adulti e ora contendono ai figli l’incoscienza adolescenziale. Ma con una differenza: i vostri padri sono stati mantenuti, voi no, non lo sarete.

Il debito pubblico è servito anche a pagare il consenso necessario a tirare fuori l’Italia dagli anni di piombo, sussulto mortale della guerra fredda. La quale ultima ci garantiva confini chiusi e competizione limitata. Ci siamo mantenuti firmando cambiali che non avremmo pagato, dando in cambio dequalificazione di tutto ciò che è pubblico. Il mondo ora è aperto e i debiti si pagano. Voi siete dei pazzi, quindi, se protestate perché volete vivere come i vostri padri. Siete i loro degni figli. La vostra richiesta di un’università che resti pubblica è demenziale, perché senza formazione qualificatissima e competitiva (niente affatto garantita dalla riforma in approvazione) potrete laurearvi per andare a far le pulizie a casa dei cinesi.

Dovete protestare, certo, ma per chiedere l’esatto contrario di quel che trovo sulle vostre bocche, colme di birignao infetti da sociologismo insensato, sbavanti luogocomunismo privo di realtà. Chiedete meritocrazia, competizione aperta, chiedete che gli incapaci se ne vadano, anche dalle cattedre e dai consigli d’amministrazione. Chiedete di non dovere competere, nel mondo, portandovi appresso la zavorra dei vostri padri infantili. E mentre protestate dovreste prendere gli ultras dell’ideologismo senza ideologie e cacciarli a pedate, come dovreste dire ai compagni della Fiom che vi siete stufati di pagare i loro conti e di marciare per loro conto. Invece siete cascati nella trappola di sempre: l’estremismo vociante che produce inutilità (nel migliore dei casi) o viene lanciato fra le gambe di una sinistra che volesse essere ragionevole e governate (e qui danno ne fate poco, tanto non c’è).

Una trasmissione televisiva ha reso famoso uno di voi, grazie alle intemperanze esibizioniste di uno che si vanta, anziché vergognarsi, d’essere stato fascista, circondato da tanti che si vantano, anziché vergognarsi d’essere o essere stati comunisti. Quel giovine ha poi detto: “non rappresento altri che la mia generazione”. Ma mi faccia il piacere, si sbrodoli meno. E ragionate: state collaborando alla fregatura che prendete.

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