postato il 20/12/2011 ore 10:59
condividi questo articolo
Di Ilaria Bifarini – Una manovra lacrime e sangue, necessaria per indirizzare il Paese nel cammino di contenimento del debito pubblico, l’annoso problema italiano che, combinato a una mancata crescita dell’economia, ha portato il rapporto debito/Pil a un livello critico.
Varrà 30 miliardi di euro, fatti di aumenti del prezzo del carburante, ripristino dell’ICI e innalzamento dell’aliquota IRPEF per i redditi elevati. Un gettito importante per le casse dello Stato, che però perde di significato di fronte al “fatturato”, stimabile intorno ai 175 miliardi di euro l’anno (quasi 10 volte l’intero importo della manovra ! ), di quella che è la più grande impresa italiana. La stessa cifra che fattura l’industria mondiale del legno, o quella nazionale della corruzione russa. Stiamo parlando dell’economia sommersa italiana, ovviamente, fatta di lavoro nero ed evasione fiscale.
Per economia sommersa si intende l’insieme di tutte le attività economiche e le transazioni che si sottraggono alle rilevazioni ufficiali della contabilità nazionale, alla misurazione del prodotto interno lordo (Pil) e alle normative fiscali di un paese. È un fenomeno che accomuna tutto il Belpaese, sfatando il luogo comune di un Nord virtuoso e un Sud dissoluto. Anzi, secondo uno studio condotto dal Ministero del Lavoro, la più alta percentuale di lavoratori in nero rispetto all’occupazione irregolare trovata nelle aziende ispezionate è stata riscontrata prevalentemente nel Nord. Ad eccezione della Campania dove si concentra la più alta percentuale di lavoratori in nero (il 70,8%), troviamo, infatti, l’Emilia Romagna il 55%, il Friuli Venezia Giulia il 46,1%, il Molise il 44,7% e la Liguria il 44,2%.
Il nesso con il lavoro nero e irregolare è diretto e si intreccia, ovviamente, con l’altrettanto triste e famoso tema dell’evasione fiscale, che in Italia raggiunge livelli elevatissimi, offrendo uno spaccato a dir poco sbalorditivo.
Dai dati ufficiali di settore dell’Istat emerge un Paese di imprenditori e liberi professionisti che esercitano l’attività forse più per spirito di abnegazione e dedizione al lavoro che per scopi di lucro: dai “poveri” gioiellieri che fatturano introno ai 16 mila euro all’anno, ai parrucchieri, che denunciano 12,5 mila euro annui,.per non parlare dei proprietari di discoteche, centri benessere e impianti sportivi, che registrano addirittura fatturati in perdita di migliaia di euro. Uno spaccato di un Paese povero, in balia della crisi, in cui solo lo 0,17% (72 mila contribuenti) della popolazione dichiara un reddito superiore ai 200 mila euro. Rimane dunque un mistero chi siano gli acquirenti delle oltre 200 mila auto di lusso vendute nello scorso anno in Italia, e come sia possibile che oltre 42% delle barche di lusso e il 25%degli elicotteri privati siano intestate a contribuenti che dichiarano meno di 20 mila euro lordi annui.
Ironia a parte, si tratta di un fenomeno così radicato e capillare da far parte del costume nazionale: un malcostume così diffuso da non essere più percepito come tale, ma anzi perfino legittimato.
Data la matrice etica e le ricadute a livello sociale, il recupero degli imponibili sottratti alla tassazione deve fondarsi, oltre che su elementi coercitivi, anche sulla rimozione dei fattori utilizzati come giustificazione dell’evasione, nonché su una cultura della legalità e sull’applicazione di sanzione per chi viola le leggi. Sicuramente un intervento sul sistema fiscale italiano per renderlo più snello e meno raggirabile è non solo auspicabile ma necessario, viste le numerose falle che facilitano il cittadino nell’evasione (un esempio clamoroso è il regime dell’Iva, il cui tasso di evasione è di ben il 36%).
La strada dell’aumento della pressione fiscale, ormai a livelli insostenibili, non va sicuramente nella direzione giusta: in un momento in cui è necessario incoraggiare la ripresa dell’economia del Paese – pur facendo i conti con il contenimento del debito pubblico- appare difficile stimolare la produttività quando ben il 45% dei redditi prodotti viene prelevato dall’Erario, a fronte del 36% della Germania o il 28% degli Usa.
Occorre ribaltare l’ottica con cui si percepisce il rapporto tra fisco e contribuente, da vessatorio a rapporto impostato su principi di mutuo rispetto e riconoscimento dei relativi diritti e doveri, in modo da innestare un “circolo virtuoso” volto ad assicurare non solo il miglioramento del sistema impositivo nazionale, ma anche il benessere economico e sociale della intera collettività.
complimenti bell’articolo.
io credo che il problema rimarà tale fino a quando tutti sanno di tutti cioè chi sono i più grandi evasori o quelli comuni (il dentista o professore che possiede la barca bella ma denuncia una miseria)e non vanno mai a cercarli,o forse basterebbe creare i presupposti per non poter effettuare tutti questi escamotage!a me piacerebbe poter chiedere la fattura al dentista o al medico “perchè devo andare per forza dal privato se non voglio prima morire visti i tempi che danno le usl”ma la detrazione deve avere un senso e pesare sul mio reddito vorrei dover chiedere una fattura al ristorante all’albergo etc etc..forse il raggio sarebbe talmente ampio della gente che pretende queste cose che l’evasione si ridurrebbe di più e così la pressione fiscale..forse sono farneticazioni di chi non sa parlare,ma il concetto è chiaro spero.
saluti.