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R.BRUNETTA (Editoriale su ‘Milano Finanza’): “Eurobond, Mes, Bei e QE Bce: tutto deve essere usato ma senza egoismi nazionali”

 

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Bisogna utilizzare tutti gli strumenti a disposizione in Ue ma in una logica non competitiva perché tutti gli strumenti devono essere messi assieme in un quadro di interesse europeo, in maniera coordinata e concreta

 

Poco conta che siamo stati i primi a scrivere che, nella situazione attuale, l’Europa doveva mettere in campo tutti i bazooka di cui dispone, per poter far fronte alla crisi economica e finanziaria di tutti gli Stati membri conseguente alla pandemia del coronavirus. Poco conta perché, in questi momenti, non è importante aver avuto ragione, quanto imboccare presto e bene la strada giusta. Lo ripetiamo. Le buone idee ci sono già, basta usarle tutte con pragmatismo e senza occhiali ideologici. Andiamo con ordine.

Il primo bazooka, quello monetario, è stato già stato caricato dalla Banca Centrale Europea, seppur dopo uno spiacevole scivolone fatto dalla sua governatrice Christine Lagarde. Con il programma di Quantitative Easing, ovvero l’acquisto dei titoli dei paesi dell’Eurozona sul mercato secondario, da 750 miliardi di euro annunciato da Francoforte, la banca centrale è ora in grado di garantire quel livello di domanda di titoli di Stato sufficiente per mantenere bassi i rendimenti d’emissione nelle prossime aste dei Tesori dell’Eurozona, che dovranno per forza aumentare di numero ed entità, per reperire le risorse necessarie per finanziare gli aumenti di spesa pubblica deliberati a livello nazionale. Una semplice condizione di mercato in grado di placare il ritorno degli spread, soprattutto per i paesi con le finanze pubbliche più in disordine.

Bene anche che poi la BCE abbia precisato che il suo QE era da intendersi illimitato. Nello stile “whatever it takes”. Ma il problema, adesso, è quello di attivare gli altri bazooka, che sono quelli della politica fiscale, ovvero quelli necessari, per dirla sempre con parole usate da Mario Draghi, per trasferire gli interventi di politica monetaria all’economia reale. Purtroppo, su questo piano, nell’Unione Europea ognuno sta andando ancora per la propria strada e gli Stati membri appaiono ancora troppo ancorati alle logiche e agli egoismi del passato, con un lessico e un modus operandi anacronisticamente inadatto alla situazione. La stessa semantica che circonda gli strumenti finanziari che dovrebbero intervenire per finanziare l’eurozona è quella vecchia, a partire dal termine fin troppo usurato “eurobond” (con tutte le sue varianti virali), cappello sotto il quale molti temono che si possa racchiudere la proposta di mutualizzazione dei debiti strutturali degli Stati membri, proposta questa sempre avallata dai paesi del Sud (i paesi “cicala”) e sempre rifiutata dai paesi del Nord (i paesi “formica”). Lo stiamo vedendo anche in questi giorni.

Continuare su questa strada non serve assolutamente a nulla se non a rinfocolare vecchie diffidenze e timori di moral hazard assolutamente fuori luogo in questo contesto. E’ invece ora di andare oltre queste trappole semantiche e trovare consenso sull’utilizzo di strumenti europei concreti, che prescindano dai nomi, di carattere monetario e fiscale, nonché di carattere monetario e fiscale misto, sia da parte di istituzioni bancarie che di istituzioni comunitarie che di carattere intergovernativo. Abbiamo bisogno di tutto e di tutti.

Mi sono venute in mente due citazioni: “Che cento fiori fioriscano”, di Mao Tze Toung, per descrivere le politiche economiche e sociali di apertura e di cambiamento nella Cina degli anni Cinquanta, e “non è importante di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi” di Deng Xiao Ping. Mi sembrano ricordi utili e ironicamente citabili per descrivere il pragmatismo e la concretezza che servono in questo momento all’Unione Europea per battere un colpo: i fondi del bilancio dell’Unione, magari da allargare e usare in maniera più intelligente del passato, le potenzialità del MES, la potenza di fuoco della BEI, il tutto in stretta relazione con le politiche che i singoli paesi stanno progettando.

Per quanto riguarda il MES, il fondo salva Stati, dispone di un toolkit particolarmente ampio, dalla possibilità di acquistare titoli di Stato sui mercati primari e secondari, alla capacità di aprire linee di credito ad hoc per singoli interventi; a fondi per la ricapitalizzazione di banche e società.

La BEI, inoltre, è una banca sovranazionale il cui compito è, come dice il nome stesso, quello di sostenere gli investimenti, a partire da quelli infrastrutturali e di grosse dimensioni, dell’Europa nel suo insieme.

Tutte queste istituzioni devono essere utilizzate, dunque, non solo per interventi e investimenti in campo sanitario immediato, e per dare risposte chiare e nette, ma soprattutto per puntare su ricerca e sviluppo e per piani d’azione di risposta alla crisi economica e sociale prossima ventura.

A questo riguardo, ricordiamo anche che, nei giorni scorsi, molti economisti italiani ed europei hanno lanciato sulla stampa diverse soluzioni tecniche per individuare strumenti necessari per reperire le risorse finanziarie in questa crisi. Tra le più ricorrenti e onnicomprensive c’è stata sicuramente quella di Mario Draghi, quella dell’ex premier Mario Monti, avallata dall’ex rettore della Università Bocconi Guido Tabellini e dagli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi di collocare sul mercato titoli di debito irredimibili, a lunghissima scadenza ed emessi ad alto rating e con bassi rendimenti. Strumenti finanziari che pagano solo la quota interessi e non quella capitale. Ricordiamo anche la proposta dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti sui bond a lunga scadenza garantiti dal patrimonio della Repubblica. Tutti interventi condivisibili ma singolarmente presi non risolutivi, eccezion fatta per la soluzione di Draghi, certamente la più chiara e strategica.

Nessuno ha la bacchetta magica e non serve a nulla ancorarsi al passato. Quello che stiamo cercando di dire è che benissimo utilizzare la BCE e il suo enorme QE. Ma non basta. Va benissimo usare il MES e la BEI con la loro possibilità di emettere titoli europei, magari senza il vincolo della condizionalità. Ma pure non basta. Benissimo utilizzare i fondi provenienti dal bilancio europeo, come la recente decisione relativa ai 100 miliardi per una indennità di disoccupazione europea. Ma certamente non basta, anche pensando che il bilancio europeo non è ancora stato approvato. Benissimo usare il programma OMT della Banca Centrale Europea, vale a dire le transazioni monetarie straordinarie, uno strumento efficace di politica monetaria purché, anche queste, non siano subordinate all’antico requisito della condizionalità. Benissimo tutto. A patto che si esca dalla logica del “solo” per entrare subito in quella più intelligente e complessa dell’”anche”.

Questa è una crisi simmetrica, che investe tutti gli Stati dell’Unione Europea, e quindi bisogna utilizzare una cassetta degli attrezzi altrettanto simmetrica e sincronica, che preveda l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione. Tutti e subito. Quindi vediamo benissimo, da questo punto di vista, il suggerimento del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire di creare un fondo europeo straordinario pensato apposta per combattere la crisi sanitaria. Purché non sia uno sganciamento tattico. Così come è bene utilizzare il MES con linee di credito speciali senza condizionalità, anche in questo caso senza retropensieri di condizionalità ex post. Così come abbiamo detto, bene i fondi europei per la lotta alla disoccupazione e alle politiche di welfare virtuose, purché non rappresentino mere foglie di fico di una Unione ancora conflittuale ed egoista. Questo è il punto.

Quello che sto cercando di dire è che bisogna utilizzare tutti gli strumenti a disposizione in una logica non competitiva e non egoistica, perché tutti gli strumenti devono essere messi assieme in un quadro di interesse europeo, in maniera coordinata e concreta. La variabile chiave è la necessità di un action plan da realizzare subito, buttando all’aria i pregiudizi di carattere ideologico, puntando sul presente e non sul passato, senza che nessuno pensi di usare questa crisi per cancellare in un sol colpo un passato poco virtuoso (il caso delle “cicale”) oppure per una definitiva egemonia da parte dei più forti (le egoistiche “formiche”). Non è più tempo di “cicale contro formiche”.

L’action plan che dovranno portare le cinque maggiori istituzioni dell’Unione sul tavolo del prossimo Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo dovrà avere le seguenti caratteristiche: basta con gli egoismi e gli opportunismi nazionali. Sì alla concretezza, al pragmatismo e alla solidarietà. In altre parole, sì alla nuova Unione Europea.