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yrki Katainen sarà pure una persona “fredda, ma gentile”, come l’ha dipinto il nostro Ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan; non sembra avere, tuttavia, una memoria corta. Nell’inusitato botta e risposta con Matteo Renzi, a proposito della prevalenza del ruolo dei “burocrati” nella Commissione europea, ha incassato con eleganza. Del resto non poteva fare altrimenti.
Formalmente la responsabilità era ancora di José Barroso, che si apprestava a cedere il testimone a Jean Claude Juncker.
La risposta di quest’ultimo, una volta assunti i pieni poteri, non è, tuttavia, mancata. Non accetterò aggressioni – questa nella sostanza la successiva presa di posizione – nei confronti di un’istituzione (la stessa Commissione europea) che “merita rispetto”. Affermazione tutt’altro che retorica.
Non sorprende, pertanto, come il “caso Italia” sia tutt’altro che archiviato. La stessa Commissione, nelle sue previsioni autunnali, ha preso atto della manovra correttiva imposta: quei 4,5 miliardi di euro che dovranno contenere il deficit strutturale. Ma ha, al tempo stesso, rilanciato. Nei suoi calcoli quei valori non coincidevano con le previsioni governative.
Il dato stimato sul deficit strutturale non era dello 0,8, ma dell’1,1 per cento. Per cui la manovra correttiva imposta (0,3 punti di PIL) non lo porterà allo 0,5, come sperava il Ministro dell’economia, ma lo lascerà immutato: quello 0,8 per cento che contraddice i parametri del Fiscal compact. E non è questo ad essere l’unico episodio controverso.
Nel report sulla situazione italiana si rincara la dose. “Nel 2013 – è scritto testualmente – il rapporto debito-PIL è stato rivisto a ribasso di 4,7 punti percentuali a causa dell’intervenuta revisione dei criteri contabili previsti dall’ESA2010”. Vale a dire quei conteggi che hanno inserito nella valutazione del reddito nazionale le attività illegali: tra cui prostituzione e spaccio di droga. Grazie a queste alchimie, il debito, nel 2013, è sceso dal 132,6 al 127,9 del PIL. Trattandosi di una misura una-tantum, essa non ha inciso né sul suo valore nominale – quello che rileva ai fini dell’emissione dei titoli sul mercato – né sul suo profilo temporale. Per il 2014, infatti, le previsioni di Bruxelles indicano un valore pari a 132,6, che diverrebbe pari al 137,3 per cento, se si adottassero i vecchi criteri contabili. Valore che aumenterebbe di un ulteriore 1,6 per cento nel 2015.
Che questa dinamica desti preoccupazione è più che normale. Tanto più se confrontata con i valori della media dell’Eurozona che, per il 2015, mostrano una loro sostanziale stabilità. La Francia, si potrebbe eccepire, non sta meglio di noi. Il suo debito, seppur più contenuto (92,2 per cento nel 2013) cresce ad una velocità anche maggiore. Ma Parigi, a differenza di Roma, non ha fatto ricorso ad inutili manifestazioni muscolari. Ha trattato in silenzio. Ed in silenzio ha strappato concessioni maggiori rispetto al nostro Paese. Potenza della ragionevolezza e della normale abilità diplomatica.
Il quadro appena richiamato rischia di peggiorare ulteriormente. Le gole profonde della Commissione lasciano presagire un 24 novembre alquanto funesto. Quel giorno saranno resi noti i pareri sulle manovre finanziarie di tutti i Paesi membri dell’Eurozona.
E già si parla dell’inevitabile bocciatura italiana, costretta a mettere in piedi un’ulteriore stretta di circa 3,3 miliardi, in modo da riportare il deficit strutturale del 2015 ad un più ragionevole, dal punto di vista di Bruxelles, 0,5 per cento del PIL. Le motivazioni sarebbero inattaccabili. Il debito italiano cresce troppo in fretta, su uno stock che da solo rappresenta circa un quarto dell’intero debito dell’Eurozona. Chiudere entrambi gli occhi di fronte ad una così evidente anomalia rischierebbe di infliggere un colpo mortale alla stessa credibilità dei Trattati.
Non è facile prevedere che forma assumerà la rampogna europea. Se sarà solo una nota confidenziale (da non pubblicare, nonostante le stentoree dichiarazioni di Renzi) o se, addirittura, non si arriverà ad un vero e proprio early warning, secondo le procedure previste dall’articolo 104 del Trattato.
Sarebbe il colmo. Il Paese che ha responsabilità del semestre europeo, che viene condannato con una votazione del Consiglio europeo dalla quale, per disposizione dell’articolo richiamato, è stato escluso.
Questo spiega il nervosismo che circola nei palazzi della politica italiana. Ed i tentativi di parare il colpo, ammorbidendo i toni.
Da questo punto di vista la smentita dello stesso Renzi – non ho mai accusato la Commissione di essere un “covo di burocrati” – acquista un sapore diverso dal semplice pentimento.
E’ il goffo tentativo di cucire una toppa su un inutile sbrego.
Vedremo come andrà a finire. Di certo c’è solo l’inizio della fine di un idillio. Le guasconate iniziali, tanto apprezzate da una parte dei giornaloni italiani, stanno cedendo il passo alla dura realtà delle cose. L’esistenza di quei rapporti di forza che condizionano la politica fino a determinarne la reale direzione di marcia. Si può far finta che non esistano, nella speranza di solleticare il consenso elettorale.
Ma è una via densa di pericoli, fino all’inevitabile duro risveglio. Ed è allora che quel grande castello di carte rischia di crollare in un battibaleno.