Ennesima retromarcia del governo guidato da Matteo Renzi. Flop per il ministro Marianna Madia, costretta a modificare in fretta e furia il decreto sulla Pubblica amministrazione che porta la sua firma. Mancano le coperture, e da Palazzo Chigi e Palazzo Vidoni se ne accorgono solo adesso.
Avrà avuto mica ragione il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, quando la scorsa settimana ha denunciato l’uso improprio dei risparmi usati dall’esecutivo per finanziare nuova spesa pubblica? La marcia indietro del governo sarà mica causata dalla guerra fredda tra il premier Renzi e i tecnici della Ragioneria generale dello Stato e del Ministero dell’Economia e delle finanze? Domande che ci poniamo, risposte che dovrebbero essere rese note.
Nel percorso parlamentare del provvedimento sulla Pubblica amministrazione a Montecitorio l’esecutivo, nonostante i ripetuti appunti di Forza Italia in Commissione e in Aula, era andato avanti come un treno, non sentendo ragioni e mettendo i propri sbagliati convincimenti davanti a tutto.
Adesso, con colpevole ritardo, arriva il dietrofront.
Il governo è in stato confusionale, e la sua retromarcia è un’ulteriore prova di quello che Forza Italia dice da tempo sullo stato comatoso dei conti pubblici.
Ma spieghiamo nel merito cosa è successo.
Ieri un emendamento del governo al decreto legge PA ha rivisto i limiti d’età per il pensionamento d’ufficio, eliminando il tetto dei 68 anni inserito per professori universitari e medici. Ad annunciarlo è stato il ministro Madia. Restano invece le soglie previste per il resto dei dipendenti pubblici (62 anni e 65 per i medici). Il primo stop era già arrivato sabato pomeriggio sulla norma ‘Quota 96’, che per i tecnici del Tesoro risulterebbe priva di coperture.
La Ragioneria aveva rilevato come la norma risultasse “scoperta in termini di fabbisogno e indebitamento netto ai sensi delle norme di contabilità”. Quindi per assicurare “la neutralità degli effetti per il 2014 – si legge nei pareri del Mef – la riduzione da apportare si deve attestare a 45 milioni”. E non a 34 milioni come indica la relazione tecnica del provvedimento.
Nel caos più totale anche l’altro provvedimento in campo: il cosiddetto dl competitività.
Tra soppressioni e modifiche, dalle nutrie alle rinnovabili fino al limite per l’uso del contante e ai governatori di Regione, il decreto competitività ha cambiato completamente pelle nel suo passaggio a Montecitorio.
Ed ha assunto sempre più le sembianze di un provvedimento “omnibus”, inaccettabile. Il testo uscito dal Senato è stato emendato in varie parti, con il governo che di fatto ha dovuto porre rimedio ai suoi innumerevoli errori.
Intanto il provvedimento, ora all’esame dell’Aula della Camera (dove l’approdo è stato caratterizzato anche da un ritorno nelle commissioni per alcuni ritocchi su osservazioni della Commissione Bilancio), e per il quale il governo ha chiesto la fiducia, scade il 22 agosto.
Dopo il via libera a Montecitorio il testo dovrà tornare a Palazzo Madama.
Annacquata dalla risonanza data alle riforme istituzionali, questa è la quotidianità dello scadente lavoro dell’esecutivo Renzi.