1. Assistiamo anche oggi all’indecente riduzione della democrazia alla vaudeville del Partito democratico. Gente che entra da destra e da sinistra, gente che finge di uscire ma non vede l’ora che la chiamino a spartirsi la torta. Partito della Nazione, che è un partito che prima ancora di esserci ha già nella sua pancia i semi della guerra civile e di quella di secessione. Tutto. Ma tutto disastroso.
2. Davvero questa è l’Italia? L’Italia è Renzi che trionfa e litiga, che atterra e che consola? Il panorama mediatico offre questo scenario totalitario della politica. Basti vedere lo spazio che viene dedicato alla presenza nella stessa posizione di domenica scorsa, da Barbara D’Urso su Canale 5, alla esibizione dell’opposizione di centrodestra. Trafiletti, articoli siglati, per far capire che non conta niente, roba di nicchia, balletto dei perdenti, sfide da play-out. É una sottovalutazione premeditata e indecente.
3. Dipende anche da noi però riuscire a sfondare anche mediaticamente e nell’immagine della gente per dimostrare di essere candidati seri per lo scudetto e che non c’è un uomo solo, sia pure gonfiato come una mongolfiera, al comando. Lo spazio c’è. Abbiamo il fuoriclasse, per ora legato ancora alla catena. Si tratta di essere noi stessi alla scuola di Silvio Berlusconi, incalzando Renzi su tutti i terreni. Napoleone occupò la Russia, prese Mosca, il generale inverno lo sconfisse mentre le sue truppe frammentate venivano attaccate alla maniera della guerriglia fin sulla Beresina.
4. Analizziamo questo cataplasma al potere. Ri-partito della Nazione, lo chiama oggi su Repubblica Ilvo Diamanti. Intende con “ri-partito” fare un gioco di parole: Renzi parte sempre, non si ferma mai. Ma anche: nuovo partito, il partito che si rifà dalle sue ceneri, scordando il passato.
Noi aggiungiamo a questo “ma anche” di veltroniana e (per la sinistra) infausta memoria, una terzo senso: ri-partito, nel senso di ripartizione, divisione di terreni da occupare: ai vecchi, ai nostalgici, sia pure sbertucciati, Renzi lascia la possibilità di stare agganciati come carovana dei vecchi arnesi alla sua locomotiva. Gli è infatti indispensabile la presenza dei nostalgici e dei furibondi “de sinistra” per attrezzare la massa critica elettorale necessaria per insediarsi di nuovo al governo senza fastidi dall’opposizione di centrodestra.
5. Capiamo benissimo Renzi. Lo capiamo di più sulla base dell’analisi numerica di Diamanti. Il 40 per cento di Renzi ha nella sua pancia un 25 per cento di elettori che tifano per la piazza che lo ha vaffeggiato con ira e senza nessuna ironia sabato a Roma. Insomma: il dieci per cento in meno avrebbe Renzi se li caccia. Da 40 per cento a 30. Meno di Veltroni. Un fiasco. Per questo deve tenerseli. E si sa che quando inizia la discesa, non ci si ferma, si rotola. E se alle politiche la percentuale dei votanti sale verso il 70-80 per cento, altro che 40 – 10 = 30. Scendiamo sotto, e ci risiamo al 25 per cento di Bersani. Ecco perché Diamanti e “Repubblica” gli consigliano di non buttare via “la narrazione del passato”, cioè – tradotto senza fronzoli – di tenersi stretto il vecchio carriaggio cigiellino, con i tamburi etnici e le bandiere rosse.
6. Che prezzo paga Renzi per conservarli con sé? Francamente non ce può importare di meno. Ci interessa il costo per l’Italia di trovarsi sul petto, come un macigno che la schiaccia, questo mostro che al massimo può partorire mezze porzioni di riforme, con ingredienti avvelenati, invece di scegliere decisamente le soluzioni che possono salvare l’Italia. Con questo Renzi, con il Renzi del “ma anche”, è impossibile.
7. Dottor Renzi, caro premier che tiene il piedino in due stivali, scelga. O di qua o di là. Se sceglie di qua, cioè le riforme liberali, giù tasse e spese, sburocratizzazione, investimenti invece che contentini propagandistici per comprarsi votarelli da 80 euro, noi ci siamo. Se sceglie di là, nessun tipo di inguacchio è possibile, dimissioni.
8. Qualcuno osserva. Renzi se perde la sinistra, e con essa un quarto dei suoi, e si riposiziona al centro, si allarga a nostre spese. Bravo! Si allarga a nostre spese se noi facciamo le sue ancelle servitrice, appena appena un po’ smorfiose quando esagera con le prepotenze. Noi non siamo nati per fare da stampella o da soccorso azzurro a nessuno. Non possiamo più, con ottime e responsabili intenzioni, finanziare il nemico della prosperità del nostro popolo.
9. Questa settimana c’è un’agenda infernale che aspetta Renzi. Alla Camera c’è il Jobs Act in Commissione Lavoro, dove c’è la crème della Cgil. Vediamo se il governo si svende o se viene messo sotto. In un caso o nell’altro la bolla che fa volare in cielo Renzi si sgonfia. Gli incidenti parlamentari non sono mai casuali, esprimono in numeri le fratture del Paese reale, che è diverso dai fuochi d’artificio retorici della Leopolda. Ci sostituiamo alla Protezione civile e mandiamo un fax a Renzi: settimana a rischio di terremoti, terremotissimi. Non faccia finta di dimenticare il fax nel cassetto.
10. Quel fax lo mandiamo anche a noi stessi. Terremoti alla Camera. Stiamo pronti. Non funziona dalle nostre parti il “ma anche”, un po’ con Renzi sulle riforme istituzionali, un po’ contro sull’economia, dev’essere ridiscusso. Renzi imbroglia. Usa la nostra lealtà per essere sleale e imporre un regime inaccettabile all’Italia. Se ha bisogno di una mano, ci sono i grillini pronti a tutto (vedi Grillo ieri a Palermo ad accarezzare i voti di Cosa Nostra) a disposizione. Noi no.