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Ecco perché i dati Ue sull’Italia corrotta sono solo una bufala (Il Giornale)

 

Commissione-europea

 

Non bisogna prendere come oro colato quanto arriva da Bruxelles, anche se ha i timbri e la ceralacca. Questo già lo sapevamo. Ma qui siamo oltre. Nel caso della relazione sulla corruzione  trasmessa dalla Commissione europea al  Consiglio europeo (cioè al consesso dei primi ministri dell’Ue) e al Parlamento europeo, siamo ad un caso tragico di topica, ad un compitino che dovrebbe essere bocciato al liceo. Usando un linguaggio più familiare al giornalismo e comprensibile ai lettori: è una solenne bufala. E non ci stupisce che ci si tuffi ghiottamente, leccandosi i baffi per la leccornia, Gian Antonio Stella che sul “Corriere della Sera”. E chi chiama a farsi dar ragione: Pier Camillo Davigo. Forse non a caso, ironia della vita, l’editoriale del medesimo giornalone, aveva questo titolo forse autobiografico, “La dittatura dei mandarini”, vuoi del giornalismo vuoi di Mani Pulite…

 

A forza di gridare, da parte degli antiberlusconiani professionisti, che noi di Forza Italia e del Popolo della Libertà eravamo la rovina dell’Italia, e che avevamo trasformato il nostro Paese nel regno di Bengodi per ladri impuniti, tant’è vero che vinceva Berlusconi, ci ritroviamo infilati nella spazzatura. Non ci meravigliamo del risultato. Questa menzogna di perfetto conio ideologico ha finito per manipolare gli strumenti di misurazione dei ricercatori, attecchendo in teste ben predisposte a trasferire l’Italia in discarica per il beneficio dei loro sponsor del Nord Europa.

 

Prima di tutto, merita ripetere, ad evitare equivoci, ciò che ho dimostrato nei fatti con la mia legge di riforma della Pubblica amministrazione (PA) e con il disegno di legge anticorruzione, che ho presentato nel marzo 2010: la corruzione è un reato, particolarmente odioso, che va combattuto senza “se” e senza “ma”, bandendo però isterie collettive le quali fanno solo male a chi – forze di polizia e tanti magistrati che fanno il loro lavoro con equilibrio – deve mettere in galera i delinquenti.

 

Quanto il documento della Commissione sia fazioso ed evanescente sotto il profilo scientifico lo dimostra la semplice lettura di due paragrafi successivi, tra pagina 3 e pagina 4, precisamente “sondaggi sulla percezione” e “esperienze di corruzione”: dato reale in Italia pari alla metà della media europea (2% contro il 4%), dato percepito più elevato di 1/3 (42% contro 26%) della media europea.

 

A forza di strillare, in una grande autoassoluzione di massa, che tutti i problemi stanno solo in una parte politica – ovviamente moralmente inferiore, corrotta nel suo dna – la gente finisce con il crederlo.

 

Sono ampiamente noti, d’altronde, alcuni fatti, che la Commissione ignora con estrema disinvoltura e che la grancassa mediatica dell’antiberlusconismo ha sopraffatto, fino a convincere tutti che il Paese è diviso in due, ladri da una parte, teologi e giudici dall’altra:

 

  • i 60 miliardi quale costo della corruzione sono una menzogna, che viene riproposta dal gennaio 2008, quando durante un convegno un anziano signore appassionato della materia, applicò con una semplificazione una percentuale presentata in uno studio della Banca Mondiale del 2004 (il cd. rapporto Kauffman, allora capo ufficio studi dell’Istituto)  all’Italia: da qui il 3% del PIL mondiale quale costo stimato della corruzione (one trillion US dollar) diventa il 3% del PIL italiano quale costo della corruzione, cioè 60 miliardi. (Tra l’altro oggi il nostro Pil è sceso a poco più di 1.600 miliardi, e dunque neanche accettando questa ipotesi la cifra funziona, siamo a 60 ma a 48-49 miliardi, bastava un bambino di quarta elementare…). Da quel giorno, una lunga serie di seguaci dell’antiberlusconismo, ai quali se chiedevi l’origine del dato ti sapevano solo dire che l’aveva detto Tizio o l’aveva detto Caio, in un perverso e mirabolante effetto eco, hanno fatto volteggiare questa cifra, giungendo ad ipotizzare, in alcune risibili dichiarazioni, che il malloppo era addirittura ben superiore. Tanto si giocava ad alzare il dato, della cui enormità si incolpava ovviamente il Governo Berlusconi, tanto maggiore era lo spazio sui quotidiani. E l’accecamento era tale che anche quando il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, a Vienna, nel settembre 2011, ricordò, durante i discorso di inaugurazione dell’Accademia internazionale anticorruzione, che la corruzione nel mondo è stimabile in 700 miliardi di euro, a nessuno venne da ridere nel pensare che in Italia vi fosse localizzato l’8,5% della corruzione mondiale. E lo scandalo Siemens in Germania, allora, dove fino a qualche anno fa si fatturavano le tangenti? E lo scandalo Rio Tinto tra Cina e Australia con bustarelle (si fa per dire) miliardarie? Silenzio assoluto.
  • In tema di percezione, una mail del prof. Lambsdorf, dell’Università di Passau, l’inventore dell’Indice di percezione della corruzione di Transparency International, che nel 2009 scrive a tutti i capitoli nazionali di Transparency nel mondo per segnalare che l’Indice non è più rappresentativo e che per questo lascia Transparency al suo destino. Un indice che presentava, già prima di questo polemico abbandono, una serie di evidenti criticità scientifiche messe in luce da numerosi centri di ricerca. Tutto questo avrebbe dovuto impedire a chi si fa usbergo della trasparenza di lasciar misurare le proprie opacità, invece di osservare con lente sporca e deformata il mondo confezionando classifiche ad uso di chi le impugna come strumento di lotta politica. Ciò che è accaduto anche stavolta. Un minimo di deontologia avrebbe dovuto suggerire una scelta di serietà, e imposto di ritirare ciò che non funzionava.
  • Sempre in tema di percezione, si ignora nella relazione una pubblicazione dell’OCSE del 2010 mette in guardia rispetto all’utilizzazione di questo indice di Transparency International;
  • La circostanza che l’Italia, proprio durante il governo Berlusconi, sottoposta a due valutazioni, rispettivamente da parte del GRECO (Gruppo di Stati contro la corruzione) e dell’OCSE, si classifica, per numero di raccomandazioni finali, molto meglio di Paesi che vengono abitualmente considerati molto più etici, corretti, non corrotti dell’Italia.

 

Potrei proseguire a lungo, ma mi fermo con un ultimo esempio del danno fatto al Paese dall’antiberlusconismo militante: la relazione della Commissione cita un lontano report del Center for the Study of Democracy pubblicato nel 2010, che riprende, anzi ricalca, una relazione del 2007 presentata dall’Alto Commissariato per la lotta alla corruzione in tema di infiltrazione mafiosa nella pubblica amministrazione: penso che la Commissione non ci volesse propinare un libro di storia, bensì uno strumento utile ad avere una fotografia nitida del fenomeno oggi, non vecchia di 8/9 anni e riciclata a scopo denigratorio dell’Italia.

 

Qui riprendo le parole di un uomo serio, fino a poco tempo fa Vice Presidente della Commissione, Sim Kallas, che aveva la delega sulla materia: “… non sempre un elevato numero di reati segnalati è un dato negativo perché potrebbe significare che in quel Paese i controlli funzionano efficacemente”. Non a caso nelle dittature la corruzione è un reato inesistente, salta fuori – vedi Corea del Nord – giusto per il comodo del dittatore onde eliminare i nemici politici.

 

La sfiducia verso l’Italia da parte di investitori esteri nasce in questo modo. E noi abbocchiamo, con voluttà, per farci del male, convinti – a sinistra – che questo li aiuti a vincere le elezioni. Irresponsabilmente inducendo gli italiani a vedere tutto nero, ciò che provoca azzeramento dei consumi, paralisi di qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Una spirale mortifera..

 

Nasce perché qualcuno per anni ha utilizzato l’antiberlusconismo come strumento di lotta politica parlando male del nostro Paese in ogni dove, utilizzando la stampa straniera per fare vedere tutto ciò che vi era di negativo, considerando i milioni di elettori che avevano votato Silvio Berlusconi come degli inetti, incapa di intendere e di volere, o dei favoreggiatori di corrotti e ladri.

 

Dimenticando, ad esempio, di raccontare che l’Italia, per la prima volta, proprio durante l’ultimo Governo Berlusconi, è stata scelta insieme alla Francia per realizzare in Croazia un progetto Twinning da 900 mila euro per aiutare questo Paese nella prevenzione della corruzione per gli appalti di infrastrutture; e ancora è stata premiata per un progetto – Clean and Green market – finanziato dalla Banca Mondiale per 600 mila dollari.

 

Nessuno dice di nascondere, magari come fanno altri, le cose che non vanno, ma forse è giunta l’ora – e questo dovrebbe essere un altro capitolo della “sintonia profonda” tra Silvio Berlusconi e a Matteo Renzi – di smetterla di sporcare l’Italia per il gusto di far contenti chi vuole emarginarci, farci fallire e comprare le nostre imprese per un boccone di pane.

 

L’EDITORIALE