Ci eravamo sbagliati. Renzi ha solo prodotto una evoluzione del mostro, non lo sta portando ad una conflagrazione inevitabile, ma al massimo ad una plastica facciale e, diremmo, ad una rivoluzione della parlantina. Il Pci-Pds-Ds-Pd resta quello di sempre: contemporaneamente di lotta e di governo.
Diviso in due, come fanteria e cavalleria, per poi colpire e affondare l’Italia all’unisono. Uno a Palazzo Chigi, l’altro in piazza. In un tragico gioco della parte (non per chi la recita, ma per chi le subisce: gli italiani).
Che cosa abbiamo visto in questi giorni?
Renzi ha esautorato il Parlamento, ha dato potere alla direzione del suo partito, che è diventata un organo della Costituzione materiale di questo Paese, con il tacito consenso del Presidente della Repubblica, che ha una certa dimestichezza con la Ditta.
Il centralismo democratico-togliattiano ha bisogno però del consenso universale, da partito unico, che schiaccia tutti gli altri nella inessenzialità.
Per cui favorevoli e contrari, sono tutti concentrati nel conglomerato bituminoso orribile del Pd. Orribile perché sta asfaltando i luoghi istituzionali della democrazia. In primis il Parlamento.
Osserva autorevolmente Carlo Deodato, in un saggio, che c’è un accentramento dei poteri del premier, senza che abbia avvertito la necessità di adeguare a questo la Costituzione. Creando un regime di premierato forte.
Scrive Deodato: “L’analisi di questi primi mesi di lavoro dell’attuale Governo ci consegna, infatti, un’inedita trasformazione del ruolo del Presidente del Consiglio, a Costituzione invariata e in (parziale) discontinuità con le esperienze degli Esecutivi precedenti e con le relative prassi costituzionali.
Si tratta di un processo di rafforzamento del ruolo del Premier, nell’ottica del progressivo consolidamento della preminenza della sua figura, che si sviluppa sotto il doppio binario di modifiche della legislazione ordinaria, intese proprio all’imputazione di alcune funzioni (prima allocate presso il Consiglio dei ministri o presso i Ministri) in capo al Presidente, e di coerente implementazione delle consuetudini e delle convenzioni costituzionali”.
Va bene? Noi preferiamo il presidenzialismo. Renzi vuole invece un premierato forte? Lo dica, e sia leale, promuovendo riforme costituzionali adeguate.
Ci si potrebbe consolare se questa dittatura – non sancita da alcun voto popolare, e semmai formalmente legale per il trascinamento di una vittoria con premio incostituzionale – facesse almeno qualcosa di buono e utile. Invece niente.
Il mostro di lotta e di governo, dove regna incontrastato uno solo, riesce lo stesso a decidere il nulla. Infatti il prezzo perché il Pd continui essere tale e a non sparpagliarsi consiste proprio nella vacuità dei contenuti, sostenuti con imbrogli linguistici.
Finalmente Damiano, oppositore forte di Renzi, ha confermato quello che abbiamo sostenuto dall’inizio: e cioè che nel Jobs Act non è contenuto alcun accenno all’articolo 18, e dunque non c’è delega che tenga, non se parlerà più. E allora perché vanno in piazza contro ciò che in fondo premia i conservatori della Cgil?
Logico: sono le necessità dell’apparenza, implicate da questo mostro di lotta e di governo.
Siamo insomma al decisionismo del nulla. Che – ci scommettiamo – porterà a una nuova fiducia da chiedere alla Camera sul medesimo Jobs, anzi Bluff Act.
Con le questioni decisive, come la guerra contro il terrorismo islamico del Califfo, confinata da Renzi in interviste televisive. Naturalmente sillabando che “sa-re-mo du-ri”, ma senza specificare se entriamo in guerra direttamente o no. Ha adombrato il caso della Libia, e possibili interventi diretti lì. Interessante. Poi che si fa? Si gira canale? No, su temi così gravi per il nostro destino di popolo, non si può evitare il Parlamento.
Il cui coinvolgimento non sarebbe retorica, ma un modo per determinare un contraccolpo d’attenzione drammatica nel popolo sovrano. Che è certo informato, ma ricava dall’atteggiamento del governo l’idea che siano cose sì tremende, ma che ci riguardano moralmente e sentimentalmente, ma senza che ne paghiamo il prezzo.
Sbagliatissimo.
Questa vicenda, come quella che ci vede stupidamente concordi nel farci nemica la Russia al carro degli americani, meritano un governo che non esaurisca se stesso nelle diatribe finte tra le sue fazioni di lotta e di governo.
Non siamo come Renzi, noi rispettiamo le convulsioni e i conflitti interiori di persone serie anche se su posizioni da avversari politici, ma non è possibile che la visione del vasto mondo si trasformi nella visione e nel resoconto di ciò che accade negli uffici di Renzi a Palazzo Chigi e a Largo del Nazareno.
Occorre un confronto serio con le opposizioni su tutti i temi, mostrando come le parole corrispondano ad atti.
E – lo ripetiamo vigorosamente, e lo ridiremo in un altro articolo de “Il Mattinale” – esigiamo per interesse nazionale che in politica estera si tenti praticamente (anche nel senso di Pratica di Mare) la strada della coesione nazionale.