Saluto oggi non l’addio alla politica del ministro Lupi, ma la sua uscita dal governo, da questo cattivo governo, uscita che penso sia equivalente a una liberazione. Sappiamo bene che lei era l’unico resistente dentro questo esecutivo, dunque prima o poi doveva sloggiare. Ci spiace che i suoi colleghi di partito, salvo rare eccezioni, non si siano presi la briga di una sonora difesa pubblica né l’abbiano pretesa dal capo del governo.
Mi sono dispiaciuto non solo delle sue dimissioni, ma dal fatto di aver appreso le abbia annunciate non in Parlamento ma in una trasmissione televisiva, senza aspettare il dibattito che oggi avrebbe seguito le sue attese spiegazioni. Che io, tra l’altro, ho molto apprezzato. Questo però in fondo è un atto di coerenza, non tanto suo, ma rispetto alla linea del governo e della maggioranza, per cui le Camere sono un fatto marginale, non il luogo della democrazia, ma un luogo dove ammannire con prepotenza e una certa supponenza annoiata scelte decise in luoghi separati. Questo mi è dispiaciuto ancor di più perché lei, signor ministro Lupi, è sempre stato rispettoso del Parlamento.
Esprimo solidarietà alla sua persona colpita senza scrupoli. Abbiamo assistito a una battuta di caccia mediatica diretta a ferire la sua famiglia con intercettazioni centellinate ad arte, osservata senza scandali dal premier Renzi, come se fosse normale che un ministro sia intercettato per due anni, con la tecnica della dissimulazione, per cui per sottrarsi all’articolo 68 della Costituzione è sufficiente mettere sotto controllo i telefoni di tutti coloro che sono nella cerchia tecnica, politica e amicale del ministro. No, signor ministro, questa non è giustizia, questa non è ricerca della verità.
Noi siamo garantisti. Lo siamo sempre. Ci siamo trovati isolati in questa posizione. Renzi, questo governo, questa maggioranza applicano un’etica di circostanza, una morale daltonica, funzionale alla sistemazione degli affari politici del presidente del Consiglio. Non sono stato io ma è stato Fabrizio Cicchitto a rilevare ancora stamane che si tollera tranquillamente che cinque sottosegretari siano sottoposti a indagine o abbiano subito il rinvio a giudizio, e siano lasciati tranquillamente al loro posto. Il ministro Lupi non ha ricevuto neppure un avviso, non che questo a nostro giudizio avrebbe implicato l’obbligo di dimettersi, ma non si può che constatare la diversità di trattamento riservato da Renzi agli amici rispetto ai meno amici e rispetto anche a se stesso.
C’è infine una questione politica seria e grave. Da ‘Mani pulite’ in poi la politica non è più stata autonoma dalle decisioni della magistratura. Le procure hanno da quel momento avuto la golden share sul destino dei governi. In quest’ultima legislatura si è arrivati all’eliminazione del leader dell’opposizione con una decisione trasferita dalle aule di tribunale a quelle del Parlamento, che ha così rinunciato alla sua prerogativa di espressione della sovranità popolare, consentendo l’amputazione della nostra democrazia.
La politica, quella buona, quella per bene, deve riprendere la propria autonomia. Autonomia dalla magistratura. Ma anche dignità della politica. Le indagini della magistratura non possono essere il comodo strumento dell’uomo solo al comando di questo o di qualsiasi altro uomo solo al comando, per scegliere a discrezione delle sue tattiche di potere quali trasformare in sentenze di morte politica e quali ignorare. No presidente Renzi, questo noi non lo potremo mai accettare per il bene del nostro paese, per il bene della nostra democrazia.