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Intervento integrale del Presidente Brunetta in Aula per la discussione generale sull’Italicum

 

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Grazie, signor Presidente. Triste e tragico epilogo di una riforma della legge elettorale che viene da lontano. Triste e tragico epilogo perché di riforma della legge elettorale ormai in questo nostro Paese si parla da anni, criticando, almeno nell’ultima fase, il Porcellum, perché non garantiva la scelta dei parlamentari, perché dava un eccessivo potere in mano alle segreterie dei partiti, perché gli elettori con le liste bloccate lunghe non conoscevamo gli eletti e perché ci si sarebbe trovati di fronte a un Parlamento di nominati.

Eppure, il povero Porcellum ha consentito l’alternanza, ha consentito al centrodestra e al centrosinistra di vincere le elezioni. Ha consentito, soprattutto al centrosinistra, di vincerle per pochissimi voti, per scarti percentuali bassissimi. Eppure il Porcellum è stato demonizzato, è stato demonizzato proprio da quel Presidente della Repubblica, Napolitano, che deve tutto al Porcellum, perché non dimentichiamo che quei 24 mila voti del 2006, consentirono di far scattare il premio di maggioranza e, quindi, consentirono la prima elezione del Presidente della Repubblica, Napolitano. Tuttavia, almeno nell’ultima fase del suo primo settennato e nel corso del secondo settennato, il Presidente Napolitano si è scagliato in tutti i modi contro quella legge elettorale, che a quel punto è diventata un totem da cambiare, talmente totem da cambiare che la Corte costituzionale, in maniera alquanto anomala rispetto alle procedure istituzionali, accogliendo il ricorso di un cittadino, ha posto la questione dell’incostituzionalità del premio di maggioranza ed è giunta ad una sentenza bislacca – occorre dirlo e lo possiamo dire tranquillamente – che dichiarava, un anno e mezzo fa, incostituzionale il premio di maggioranza in quanto eccessivo.

Bene, dopo quella sentenza dei primi di gennaio del 2014, sembrava che il Parlamento dovesse fare presto e bene in ottemperanza alle prescrizioni della Corte circa la costruzione di una legge elettorale che fosse costituzionalmente corretta e coerente, innanzitutto, sul premio di maggioranza e innanzitutto limitando le liste bloccate. Quella sentenza, tra l’altro, portò ad un altro paradosso: in presenza di mancanza di convalida da parte degli eletti, soprattutto degli eletti del premio di maggioranza, taluni costituzionalisti interpretarono come il Parlamento non più legittimato a proseguire nella sua attività proprio perché i 148 deputati figli del premio di maggioranza erano, di fatto, stati dichiarati incostituzionali.

È vero che nella sentenza della Corte vi era anche un comma che spiegava la continuità degli organi statuali e, quindi, anche del Parlamento, ma una lettura politica sostanziale di quella sentenza faceva sì che questa Aula, ma soprattutto i partiti, che sulla base di uno 0,37 per cento a favore della coalizione di sinistra avevano ottenuto il premio di maggioranza di 148 seggi, o meglio, la maggioranza, dovesse avere l’accortezza, nel corso della riforma della legge elettorale, di allargare quanto più possibile la maggioranza sulla nuova legge elettorale, proprio per assorbire il vulnus mortale della incostituzionalità almeno dei 130 deputati del Partito Democratico dichiarati di fatto incostituzionali.

Questo era, è un arricchimento reciproco. Per questa ragione noi abbiamo detto subito di sì all’apertura del segretario del Partito Democratico, Renzi, quando, dopo aver vinto le primarie, manifestò l’esigenza di cambiare le regole, sia costituzionali sia elettorali, con la più ampia maggioranza possibile, e cioè coinvolgendo le opposizioni e cioè coinvolgendo anche il nostro partito, Forza Italia, proprio perché in questo modo si sarebbe superato ilvulnus dei 130 deputati del Partito Democratico, visto che gli altri erano passati all’opposizione con SEL, che erano stati di fatto, politicamente e sostanzialmente, dichiarati incostituzionali.

In questa maniera la nuova legge elettorale, fatta con la partecipazione più ampia delle opposizioni, del Parlamento, sarebbe stata politicamente ma anche costituzionalmente legittima. E questo fu lo spirito originario del Nazareno, che poi Renzi spiegò (Nazareno per quanto riguarda Forza Italia). Ma Renzi tentò, in quelle settimane, anche il dialogo con le altre opposizioni e questo era da noi assolutamente ben visto e favorito proprio per questa ragione, ossia che le regole costituzionali e le regole elettorali si cambiano insieme, anche perché questo Parlamento – ripeto – dopo la sentenza della Corte costituzionale, di fatto, era un Parlamento delegittimato proprio da quella sentenza.

E su questa base abbiamo costruito quello che è stato chiamato il «patto del Nazareno». Su questa base abbiamo costruito il patto del Nazareno, che voleva dire riforma della legge elettorale, in senso bipolare e in senso maggioritario, tale da fare conoscere meglio – e quindi limitare le liste bloccate – i singoli parlamentari eletti rispetto agli elettori, che consentisse un migliore equilibrio di genere, insomma che superasse, sulla base delle prescrizioni della Corte costituzionale, il vecchio Porcellum, ma anche la riforma del bicameralismo paritario, con il superamento della doppia lettura, che, ripeto, tante complicazioni ha prodotto alla storia della nostra Repubblica. Però, guardando i pericoli che stiamo correndo anche in queste settimane, rispetto all’autoritarismo dell’attuale maggioranza e dell’attuale Presidente del Consiglio, non vorrei che il bicameralismo paritario fosse rimpianto, vista la natura che si è andata definendo, non so se ancora in via definitiva – ma poi parlerò nella mia mezz’ora anche di questo – e che va assumendo la riforma del cosiddetto Senato.

Ma torniamo alla legge elettorale, legge elettorale che doveva nascere originariamente sul modello spagnolo: circoscrizioni piccole, alte soglie di sbarramento implicito, proprio legate alla piccola circoscrizione e, quindi, ai quozienti molto alti, in maniera tale da avere una perfetta conoscenza da parte degli elettori nei confronti degli eletti. Ma si disse allora: «Troppo bello per essere vero, lo spagnolo» almeno nei dialoghi e nelle discussioni dette del Nazareno.

Si optò per un modello che subito venne chiamato Italicum, che, guarda caso – il presidente Giachetti se lo ricorderà benissimo – iniziò il proprio iter entusiasta, sulla spinta dell’accordo del Nazareno e, quindi, sulla spinta di questa ampia maggioranza, trovò dibattito, discussione e approfondimento proprio in questo ramo del Parlamento. Mi ricordo – penso di non svelare nulla di segreto – le telefonate della Ministra Boschi anche al sottoscritto, per accertarsi della partecipazione attiva di Forza Italia, visto che c’erano dei problemi, già da allora e già in quella formulazione dell’Italicum, all’interno del Partito Democratico, ma tant’è. E noi approvammo la prima formulazione dell’Italicum proprio in quest’Aula, il 14 o 15 di marzo dell’anno scorso, in una formulazione, a detta di molti, soddisfacente. Nel frattempo, si era votato per il ballottaggio, vale a dire Renzi pensò che fosse utile avere una soglia del 35 per cento, poi portata al 37 per cento, che potesse, se qualcuno la superava, far vincere quella coalizione che avesse ottenuto quel livello direttamente, mentre chi non avesse raggiunto quella soglia poteva avere un turno di ballottaggio, in maniera tale che, alla fine, vi fosse la certezza del vincitore. Noi non eravamo originariamente d’accordo sul ballottaggio, ma, per senso di responsabilità, accettammo il ballottaggio, quando il ballottaggio – lei lo sa, signor Presidente – non era mai stato nelle nostre impostazioni politico-programmatiche rispetto alle riforme elettorali. Ma tant’è e accettammo anche quello. Definimmo insieme delle soglie, inizialmente alte, 5 e 8 per cento, che poi vennero abbassate, proprio al fine di garantire un bipolarismo non frastagliato. Anche su questo, sull’abbassamento di alcune soglie, abbiamo deciso di dire di sì, capendo le esigenze di maggioranza del Presidente Renzi, che, nel frattempo, guarda caso, con un colpo di palazzo, era diventato Presidente del Consiglio, dicendo: stai sereno Enrico, al precedente Primo Ministro espresso dal Partito Democratico. Abbiamo anche in quel caso detto di sì, ossia accettando con realismo le esigenze di maggioranza, anche perché, altrimenti, il partito di Alfano, che nel frattempo si era formato da una costola del PDL e di Forza Italia, avrebbe abbandonato il Governo e la maggioranza, e quindi Renzi non sarebbe stato più Presidente del Consiglio. Abbiamo accettato anche quello. Bene, di proposta leonina – come l’ho chiamata io, solitario – in proposta leonina, abbiamo finito per accettare fino a diciassette modifiche del cosiddetto Italicum, che, nel frattempo, di modifica in modifica, si andava sempre più sartorialmente – direbbe qualcuno – definendo sulle esigenze via via sempre più egoistiche del Presidente del Consiglio e non tanto – attenzione – del suo partito d’origine, il Partito Democratico, ma del Presidente del Consiglio e di quello che sarebbe stato o che voleva essere il suo partito, il partito della nazione. Ci rendevamo assolutamente conto di questa deriva sartoriale, sartoriale – ripeto – non di Renzi e del suo Partito Democratico, che rispetto, ma di Renzi e della sua visione politica futura, che con il Partito Democratico, presidente Bindi, non aveva nulla a che fare e non ha nulla a che fare.

E spiegherò nella mia mezz’ora, che mi rimane, perché la deriva autoritaria di Renzi non abbia nulla a che fare con la natura del Partito Democratico. Eppure, abbiamo continuato a dire di «sì» sull’altare di un senso di responsabilità che voleva le riforme costituzionali e le riforme elettorali condivise, approvate dal più ampio spazio parlamentare, anche perché un punto implicito, fondamentale e fondante di questo «Patto del Nazareno» era l’elezione condivisa del Presidente della Repubblica, perché questo avrebbe voluto dire la fine della delegittimazione reciproca, la fine della guerra civile strisciante che, dal dopoguerra, ha sempre afflitto la nostra democrazia e la nostra democrazia parlamentare; arrivare a un Presidente della Repubblica condiviso, garante anche di questa transizione costituzionale, doppiamente costituzionale, sia sul bicameralismo paritario sia sulla legge elettorale. Non più, cioè, una legge elettorale contro il resto del Parlamento, ma una legge elettorale per la rappresentanza equilibrata, maggioritaria, bipolare, e una riforma del bicameralismo paritario per l’efficienza istituzionale delle Camere.

È sull’altare di questa illusione, signor Presidente, sull’altare di questa volontà di superare la guerra civile strisciante, sull’altare di questa speranza di legittimazione reciproca che il mio partito, il mio leader di partito, Berlusconi, ha continuato ad accettare i continui mutamenti delle carte in tavola, proprio perché vi era la garanzia esplicita – e qui lo dico in Parlamento, qui lo dico davanti agli italiani – che il Presidente della Repubblica non sarebbe stato più e solo appannaggio di una parte di questo Parlamento, ma del più ampio consenso parlamentare, senza sfruttare il premio di maggioranza che, proprio perché dichiarato incostituzionale, avrebbe reso quel Presidente della Repubblica, se così fosse andata, debole, fragile.

Sappiamo tutti come sono andate le cose: si rielegge Napolitano per un breve periodo, poi il Presidente della Repubblica se ne va nel bel mezzo del confezionamento delle due riforme, con Renzi sempre più insofferente nei confronti della sua minoranza di partito e di gruppo e sempre più strumentale e leonino nei confronti di Forza Italia.

La storia di quanto è avvenuto al Senato, e lo dico a tutti i colleghi che hanno stigmatizzato e criticato la posizione del mio partito, è emblematica. Io, in questo ramo del Parlamento, in tutti i modi ho voluto posporre la prima approvazione della riforma costituzionale all’elezione del Presidente della Repubblica per un senso di responsabilità dell’accordo del Nazareno, e cioè affinché si realizzi l’elezione condivisa del Presidente della Repubblica e si porti a termine, fino alle estreme conseguenze, il Patto del Nazareno. Altrettanto non è stato fatto nell’altro ramo, al Senato, dove il condizionamento renziano ha colpito più duramente, anche perché i numeri, in quel ramo del Parlamento, erano molto più traballanti.

Abbiamo assistito ad una sindrome che avevamo già visto, ma in quella occasione l’abbiamo vista nella maniera più bieca e cinica: l’uso del Patto del Nazareno contro la minoranza del Partito Democratico. Purtroppo, la nostra generosità ci ha fatto dire ancora una volta di sì, approvando il famigerato emendamento Esposito che metteva tutto insieme, tutte le ultime aberrazioni: soglia minima al 3 per cento, altrimenti Alfano se ne andava e cascava il Governo, e soprattutto – colpo di scena – il premio di maggioranza, senza alcuna soglia preventiva, il che ci porterà ad una sentenza della Corte costituzionale di incostituzionalità rispetto a questo mostro; quindi senza nessuna soglia al primo turno si è previsto di dare il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Paradosso dei paradossi perché, signor Presidente, siamo, in questo momento, in una situazione in cui, pro tempore, perché nulla in politica è definitivo – vero collega Guerini ? –, il Partito Democratico è l’asso piglia tutto, i sondaggi lo danno tra il 35 e il 40 per cento, laddove il centrodestra per ragioni facilmente comprensibili (storiche, per quello che è successo a Berlusconi, per la sua decadenza, perché abbiamo perso, per poco, le elezioni, perché nella Lega è cambiata leadership e per tante altre regioni) è frastagliato, mentre, pro tempore, non si sa per quanto, la sinistra del PD è unita. Pensare di dare il premio di maggioranza non più alla coalizione, ma alla lista, consentendo poi, come frutto avvelenato, soglie minime al 3 per cento, per cui non solo frastagliati, ma convenientemente frastagliati, per i piccoli partiti, era la follia. Accettare quel tipo di emendamento, l’emendamento Esposito, che sanciva tutto questo o era la follia o era la follia generosa di un leader, Berlusconi, che, in cambio della fine della guerra civile strisciante, era disposto anche a fare questa scommessa sul futuro, ossia accettare non più il bipolarismo, ma il bipartitismo. Mal ce ne incolse e stiamo ancora pagando quel prezzo. Abbiamo accettato di votare l’emendamento Esposito e cioè le soglie avvelenate, il premio di maggioranza alla lista e no alla coalizione, l’abbiamo accettato, pur di avere un Presidente della Repubblica condiviso, che doveva essere Giuliano Amato, non un uomo di Forza Italia, ma l’iscritto, il fondatore numero uno del Partito Democratico, per ragioni di prestigio, ma anche per le ragioni delle iniziali del nome: Amato. La bulimia di potere del nostro Presidente del Consiglio, però, non era appagata abbastanza. Non gli erano bastate le diciassette modifiche leonine dell’Italicum, non gli era bastato il prezzo pagato da noi con l’emendamento Esposito, questa scommessa folle sul futuro, avendo un centrodestra – ripeto – frastagliato e disunito contro un centrosinistra tetragono, all’apparenza. Non gli è bastato, ha pensato di fare l’ultimo trucco, l’ultimo imbroglio, questa volta a parti invertite; mentre con l’emendamento Esposito aveva usato Forza Italia contro la sua minoranza, con l’elezione del Presidente della Repubblica ha pensato di usare la sua minoranza, con cui si sarebbe ricompattato, contro Forza Italia in maniera tale da ottenere tutto. Bulimia del potere ! Ma come sappiamo la bulimia produce effetti nefasti. La bulimia fa male, la bulimia produce affezioni gastriche, produce acidi, produce notti insonni, produce collassi cardiocircolatori. E devo dire: onore a Roberto Speranza e a Pierluigi Bersani per le loro dichiarazioni dell’ultima mezz’ora, in cui affermano di non votare questa fiducia, le fiducie. Bene, non so se si rende conto, signor Presidente, non so se si rende conto onorevole Guerini, vicesegretario del Partito Democratico, di quello che sta succedendo in casa vostra. Il segretario del partito che ha vinto le elezioni, il segretario del partito che vi ha portato tutti qui, legittimi e illegittimi, 130 senza 130, quel segretario di partito, quello del giaguaro che doveva essere smacchiato, quel segretario di partito non voterà la fiducia al suo Governo. Il capogruppo uscente, dimissionario del Partito Democratico, il mite ed equilibrato Roberto Speranza, non voterà le fiducie al suo Governo.

Ma come si è potuti arrivare a questo punto, signor Presidente ? Un Presidente del Consiglio che distrugge, come Crono che mangia i suoi figli, che distrugge il suo partito, che cerca di distruggere il principale o uno dei principali partiti dell’opposizione, Forza Italia, strumentalizzando un patto nobile, quello del Nazareno. Perché ? Lei sorride, collega La Russa; penso che apprezzi. Mi chiedo: perché questa bulimia ? Perché questa bulimia che distrugge le istituzioni, che distrugge la democrazia – come ha detto Bersani, come ha detto Speranza –, la democrazia nel nostro Paese, la democrazia parlamentare nel nostro Paese ?

Io mi rifiuto. Vede, io vengo da una storia, da una tradizione socialista e ho avuto un’unica stella polare: dove sono i comunisti, io sto dall’altra parte. Però, ho riconosciuto l’evoluzione del Partito Democratico, questo tentativo di mettere insieme la cultura cattolica di sinistra con la migliore cultura democratica. Bene, Renzi sta distruggendo anche questa storia, questa storia del Partito Democratico. Verso dove ? Non si sa. Il partito della nazione ? Cos’è ?

Vede, signor Presidente, noi voteremo «no» alla prima fiducia, perché vogliamo salvare la democrazia nel nostro Paese. Non lo dico solo io, lo dicono i tanti colleghi del Partito Democratico che fin qui sono stati dolorosamente violentati. Io chiedo a quest’Aula di riflettere. Io chiedo a tutti i colleghi di quest’Aula di fermarsi e di dire «no» non alle riforme – basta con questa retorica, Renzi, basta con questa retorica –, ma di dire «no» alle cattive riforme e al combinato disposto di una cattiva riforma della legge elettorale e della cattiva riforma istituzionale.

Non vogliamo un uomo solo al comando. Non vogliamo soprattutto – come ho detto oggi – che quest’Aula, che non è sorda e grigia e che non deve essere un bivacco di manipoli, venga violentata. Questa è il luogo della democrazia nel nostro Paese, non consentiremo a nessuno, tanto meno a Renzi, di renderla sorda e grigia e bivacco di manipoli.