L’economia italiana “sta attraversando una recessione tra le più profonde e prolungate della storia del Paese”, si legge nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, nella quale viene stimato che “dopo la forte contrazione verificatasi negli anni 2012-2013, l’economia italiana si appresta a chiudere il 2014 con una ulteriore riduzione del Pil che si ridurrà dello 0,3 per cento”.
“Solo nel 2015 – dice ancora il Def – il prodotto tornerebbe a crescere, sebbene in modo contenuto”. “La caduta del Pil in Italia – ha sottolineato il ministro dell’Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, nella premessa alla nota di aggiornamento – è superiore rispetto a quella verificatasi durante la grande depressione del ‘29, seppur in maniera minore, anche il resto dell’eurozona stenta a recuperare i livelli pre-crisi”.
Di chi è la colpa caro Padoan? Di chi è la colpa caro Renzi? Certamente non tutta vostra, saremmo ciecamente opportunisti se lo dicessimo. Ma, diciamo, una buona dose di responsabilità tocca prenderla anche a voi.
Non bastasse il contesto internazionale incredibilmente complicato, con crisi devastanti che coinvolgono tanto l’Europa quanto altre aree “calde” di questo nostro mondo. Non bastasse il complotto del 2011, quello per il quale, con la mera scusa di una tempesta finanziaria e speculativa, si è fatto fuori un governo legittimamente eletto e che stava mettendo in campo le politiche di cui l’Italia aveva bisogno. Non bastasse neanche il merkelismo e la miopia della politica economica europea a trazione tedesca, quella dei compiti a casa ad ogni costo e del sangue, sudore e lacrime.
In mezzo a questo minestrone un po’ rancido ci si è messo anche il Presidente del Consiglio con i suoi annunci roboanti e le sue riforme sulla carta. Rimaste lì, per l’appunto.
È questa la secondo ipocrisia con la quale dobbiamo fare i conti (dopo quella dei conti pubblici raccontata nel primo editoriale), con la quale quotidianamente dobbiamo avere a che fare. L’ipocrisia delle riforme annunciate e mai realizzate. È andata così per la legge elettorale, per la riforma del Senato e del Titolo V, per il fisco, per la pubblica amministrazione, per la giustizia, per gli interventi sull’edilizia scolastica e per il cosiddetto “Sblocca Italia”. Tutto sulla carta, nulla di realizzato. Niente mai giunto al capolinea.
Sta andando così anche per il Jobs Act. Nato e descritto come la riforma delle riforme. Quella che ci chiede l’Europa, quella della quale il Paese ha irrimediabilmente bisogno per guardare al futuro con la speranza dell’ottimismo. Anche il questo caso nulla di fatto. I bei propositi sono rimasti tali. Tutto rimane come prima: più rigidità in entrata, più rigidità in uscita (l’articolo 18 non si tocca), maggiore spesa, maggior burocrazia. Ha vinto la Cgil, ha perso l’Italia.
Questi disastri, tutte queste ipocrisie hanno un autografo. Il Renzalema. Il mostro del Pd a due teste che non riesce a risolvere il suo dilemma. Un partito controllato da Renzi (direzione + segreteria) con gruppi parlamentari rossi e legati a doppio mandato alla coppia D’Alema-Bersani. Fino a quando questo imbroglio non si dipanerà la democrazia italiana sarà povera e bloccata.
Sullo sfondo, ma non troppo, il problema dell’agibilità politica di Berlusconi. Il leader dell’opposizione, il leader del centrodestra deve avere pienezza nelle sue azioni. Pienezza del suo ruolo di responsabile interlocutore del governo, con lo sguardo rivolto al futuro e al bene del Paese. Solo risolvendo questo guasto democratico l’Italia potrà tentare di risollevarsi. E magari farcela pure.
Il Mattinale