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R. BRUNETTA e C. ALTOMONTE (Editoriale sul Sole 24 Ore): “Le proposte che danno la rotta per superare la stagnazione”

 

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Da tempo la produttività è al centro del dibattito europeo, almeno sin da quando, dopo la crisi finanziaria del 2008-2012, i livelli di crescita e di investimento hanno iniziato a divergere tra USA ed UE.

Per questo, già nel 2016, è stata approvata la Raccomandazione che invitava gli Stati membri a istituire Comitati nazionali per la produttività (National Productivity Boards), organismi indipendenti incaricati di monitorare l’evoluzione della produttività interna, partecipando al dibattito della politica economica.

L’Italia si è unita a questo network europeo solo nel settembre 2024, ultimo Paese dell’area euro a farlo, con la creazione del Comitato Nazionale per la Produttività presso il CNEL. Il Comitato, composto da esperti indipendenti e affiancato da Banca d’Italia e ISTAT, presenta oggi al CNEL la sua prima relazione e fotografa luci e ombre di un sistema produttivo chiamato a competere in un quadro internazionale sempre più complesso.

Lo scenario internazionale infatti non ha più una governance unica a guida USA, ma una costellazione di attori autonomi, come ha mostrato di recente il vertice del Sud globale. Ne derivano grandi rischi: più incertezza, minore crescita e maggiori conflitti. In questo quadro l’Europa può giocare un ruolo decisivo, diventando punto di riferimento della nuova globalizzazione, nel rispetto della sua tradizione democratica, inclusiva, cooperativa, e multilaterale. Ma per avere una voce autorevole deve prima riformarsi: archiviare il ventennio dell’austerità e puntare su crescita, investimenti, debito buono e, dunque, maggiore produttività.

Il Rapporto a questo riguardo fotografa un’Europa che, tra il 2014 e il 2024, ha visto crescere la produttività del lavoro a un ritmo medio annuo del + 0,7%, cioè la metà rispetto agli Stati Uniti (+1,3%). L’Italia, invece, è rimasta sostanzialmente ferma, con un dato in ulteriore peggioramento negli ultimi due anni. Eppure, grazie alla crescita delle ore lavorate, il PIL tra il 2019 e il 2024 nel nostro Paese è cresciuto in linea con la media europea (+1,1%). Ancor più dinamico l’andamento dell’occupazione: +4,4% in cinque anni e una crescita, tra il 2022 e il 2024, doppia rispetto a quella UE. A trainare resta anche l’export, che nel 2024 ha toccato i 650 miliardi, superando Francia e Germania nei tassi di crescita.

Il Rapporto analizza nel dettaglio questa apparente contraddizione: tra il 2022 e il 2024 l’Italia ha registrato risultati complessivamente positivi su crescita economica, occupazione e export, nonostante il difficile contesto internazionale. Eppure, le dinamiche della produttività non sembrano riflettere l’andamento delle grandezze macroeconomiche. In particolare, due caratteristiche strutturali del nostro Paese hanno contribuito a questo strano equilibrio. La prima riguarda la forza lavoro, in rapido invecchiamento e con bassi livelli di qualificazione. Solo il 16% dei lavoratori italiani possiede competenze ICT elevate (contro il 30% in Germania e in Francia); appena il 15% dei laureati proviene da discipline STEM (contro una media europea del 26%); solo il 29% degli adulti raggiunge un livello medio-alto di problem solving digitale – capacità di affrontare e risolvere problemi digitali -, contro il 45% della media OCSE.

La seconda riguarda il nostro tessuto imprenditoriale, eterogeneo e composto prevalentemente da imprese più piccole rispetto ad altri Paesi, sebbene in lenta crescita dimensionale.

In particolare, nei settori ad alta intensità di conoscenza – come ICT, servizi professionali e manifattura a alta tecnologia  la produttività delle (poche) grandi imprese supera del 70-80% quella delle microimprese. Questo spiega il successo del nostro export nel mondo: appena l’1% delle imprese esportatrici più grandi e produttive (circa 1.300 aziende) genera oltre il 55% del valore totale esportato, mentre micro e piccole imprese, pur rappresentando circa il 90% degli operatori, contribuiscono solo per il 16%. Il legame tra dimensione e produttività è tuttavia più debole nei settori tradizionali – come commercio e costruzioni – in cui il divario di produttività tra imprese con oltre 50 addetti e quelle sotto i 10 è inferiore al 30%. Inoltre, nel settore dei servizi professionali caratterizzato da alta intensità di conoscenze e di digitalizzazione – fattori chiave per la produttività – oltre l’85% degli operatori italiani lavora in forma individuale e con redditi medi modesti. Allo stesso tempo, in Europa cresce la quota di professionisti organizzati in strutture più complesse, con maggiore accesso a tecnologie e formazione, e sebbene in Italia tale trend sia in consolidamento, esso sembra avanzare molto lentamente, a causa delle dinamiche demografiche consolidate.

Nel periodo post-pandemico tali caratteristiche strutturali hanno interagito con gli effetti dello shock inflazionistico del 2022–2023. Quest’ultimo ha determinato un abbassamento del costo reale del lavoro per cui, nonostante un aumento consistente nel corso del 2024, a inizio 2025 i salari reali in Italia erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021 (dati dell’Employment Outlook dell’OCSE). Nello stesso periodo, il costo d’uso del capitale è progressivamente cresciuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sia per l’aumento medio del tasso di interesse nominale in chiave antinflattiva, sia a causa del costo dell’energia, aumentato stabilmente di oltre il 30%

A seguito di questo quadro economico, le imprese italiane negli ultimi anni sembrano allora avere preferito, in media, espandere il fattore lavoro “tradizionale”, relativamente più conveniente, piuttosto che investire in beni capitali – in particolare quelli funzionali ai processi di digitalizzazione, ma non solo.  

I dati ISTAT mostrano come, tra il 2019 e il 2024, l’80% dell’aumento occupazionale registrato dal Paese abbia riguardato gli over 50, oggi oltre il 40% degli occupati. Un dato positivo sul piano sociale, ma che nasconde criticità: gran parte di tali nuovi occupati lavora in settori a bassa produttività e competenze limitate – quali ristorazione e costruzioni – soprattutto nel Mezzogiorno. Qui, l’aumento dell’occupazione stabile non si traduce in migliori retribuzioni o percorsi professionali e il legame tra dimensione d’impresa e produttività rimane debole.

Questa dinamica, combinata con la scarsa disponibilità di competenze, ha frenato ulteriormente l’adozione di tecnologie digitali in Italia. Secondo il Rapporto Annuale ISTAT 2025, tra il 2022 e il 2024 gli investimenti in ICT sono cresciuti solo dello 0,8% annuo, contro l’1,9% del triennio precedente. La quota di imprese che utilizza soluzioni ERP o cloud è rimasta ferma al 38%, venti punti sotto la media europea, evidenziando un blocco della transizione digitale nelle PMI. Inoltre, l’intensità di investimento in capitale intangibile in Italia è ferma al 9,5% del valore aggiunto negli ultimi dati disponibili, contro il 14,5% in Francia, il 13,6% in Svezia e il 16,5% negli Stati Uniti.

Dunque le imprese investono meno, limitano l’utilizzo di digitalizzazione e capitale intangibile, e questo oltre a deprimere la crescita della produttività contribuisce a sua volta a limitare la domanda di lavoratori con competenze digitali. Di conseguenza i ‘premi’ salariali in termini di competenze restano contenuti, indebolendo gli incentivi dei lavoratori a investire in formazione.

Nel breve periodo è comprensibile che il sistema politico guardi ai dati positivi di questo particolare equilibrio congiunturale, ossia una crescita sostenuta dalla tenuta dell’export di un nucleo stabile di imprese altamente produttive e dall’aumento del dato occupazionale, sia pure in un contesto caratterizzato da competenze limitate e salari stagnanti.

Tuttavia, è importante rimarcare che il perdurare di questo equilibrio nel medio periodo rischia di intrappolare il Paese in un circolo vizioso: salari bassi scoraggiano gli investimenti in ICT e in capitale intangibile, riducono la domanda di competenze da parte delle imprese e le risorse destinate alla formazione del capitale umano, contribuendo così al perdurare della stagnazione di produttività e salari.

Per questo, il Rapporto formula una serie di raccomandazioni puntuali di policy, a partire dal tema del sostegno agli incentivi per gli investimenti tecnologici delle imprese e alla formazione dei lavoratori, passando per il completamento della riforma della filiera formativa tecnologico-professionale e la valorizzazione dei Centri Nazionali, Partenariati estesi e Ecosistemi dell’innovazione, per rafforzare la cooperazione tra università, centri di ricerca e imprese, con specifiche misure di rafforzamento di capacità amministrativa in particolare nel Mezzogiorno. Il Rapporto individua anche le possibili fonti di finanziamento per tali misure: dalla riforma degli incentivi, alla rimodulazione della politica di coesione, fino alla revisione del TUF, con l’obiettivo di facilitare l’accesso delle imprese al mercato dei capitali.

Il primo Rapporto del Comitato nazionale per la produttività mostra che l’Italia non è condannata alla stagnazione, ma deve affrontare nodi strutturali ancora irrisolti. La produttività rimane la chiave per garantire crescita sostenibile, salari più alti e riduzione delle disuguaglianze.

Le raccomandazioni tracciano una rotta ambiziosa: mettere al centro competenze, innovazione e dimensione d’impresa, supportate da istituzioni solide e da una governance efficace, per riportare il Paese al cuore della crescita europea.