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R.BRUNETTA e M.TIRABOSCHI (Intervento su ‘Il Sole 24 Ore’): “Avere certezze su rappresentanza e contrattazione”

 

Non ha ricevuto l’attenzione che merita la nota congiunta di Confindustria e Cgil-Cisl-Uil dello scorso 31 luglio con cui sono stati resi noti i dati raccolti ed elaborati nel corso del 2024 da INPS, in collaborazione con l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, per la misurazione della rappresentanza sindacale ai fini della stipulazione dei contrattati collettivi nazionali di categoria, secondo le regole definite ben dieci anni fa dalle stesse quattro confederazioni con la sottoscrizione del “Testo Unico sulla rappresentanza” del 2014.

In attesa della certificazione ufficiale, da parte di un apposito Comitato di gestione e con il coinvolgimento del Ministero del Lavoro, non si può certo dire che i dati raccolti, relativi a ben 4 milioni di lavoratori del settore secondario, riservino soprese. Relativamente al settore manifatturiero emerge quanto tutti gli addetti ai lavori già sanno e cioè che le federazioni di categoria di Cgil, Cisl e Uil esprimono, nei diversi settori contrattuali di riferimento, la quasi totalità della rappresentanza sindacale complessiva.

È piuttosto la ricaduta “politica” di questi dati che apre ora nuovi scenari per un più razionale ed equilibrato sviluppo del nostro sistema di relazioni industriali, ponendo solide premesse per affermare, anche negli altri settori e in funzione di iniziative analoghe tra Cgil, Cisl e Uil e le sigle datoriali storiche e più rappresentative, i criteri per la selezione dei soggetti abilitati alla presentazione delle piattaforme di rinnovo e alla firma dei contratti nazionali di lavoro. Con la conseguenza che sarà ora decisamente più facile individuare i sistemi contrattuali a cui il legislatore fa riferimento, mediante il concetto di “maggiore rappresentatività comparata”, per integrare i precetti di legge in materia di trattamenti retributivi e disciplina dei rapporti individuali di lavoro e anche per dare forza alla contrattazione decentrata e di produttività. Come giustamente affermato dalla stessa Confindustria e da Cgil, Cisl e Uil vi sono ora tutte le condizioni per affermare, sulla base di dati certificati, il valore della contrattazione collettiva condotta dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative rispetto agli obiettivi di tutela della qualità del lavoro, di sostegno al sistema produttivo e di contrasto alle forme di concorrenza sleale rappresentate dal dumping contrattuale e salariale.

Un risultato di particolare importanza, dunque, a maggior ragione se si tiene conto del fatto che tale sistema di regole pattizie, che stempera l’annosa questione di una legge sulla rappresentanza sindacale di attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, consente a ogni organizzazione sindacale aderente al Testo Unico di partecipare, per ogni CCNL firmato nell’ambito del sistema di Confindustria, alla misurazione della propria rappresentanza. Oggi sono più di 100 le organizzazioni sindacali che hanno dato adesione a questo modello.

Altra ricaduta degna di nota è relativa all’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del CNEL. In assenza di una regolazione (di legge o pattizia) del sistema di contrattazione collettiva si è infatti registrato, nel corso degli ultimi decenni, un impressionante incremento dei CCNL depositati al CNEL. A fronte dei 214 contratti nazionali sottoscritti da federazioni di categoria aderenti a Cgil, Cisl e Uil, che trovano applicazione a ben 14 milioni di lavoratori, pari al 96% dei dipendenti del settore privato tracciati coi flussi Uniemens dell’INPS, si regista la presenza di una pletora di accordi sottoscritti da sigle poco o nulla rappresentative. Parliamo di ben 632 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori che non siedono nell’Assemblea del CNEL, pari al 62% del totale dei CCNL depositati nell’Archivio dei contratti, con una copertura complessiva modesta pari, infatti, a soli 360.000 lavoratori.

Le ragioni della rincorsa al deposito dei contratti al CNEL si deve a una circolare del Ministero del Lavoro (la numero 14 del 1995) che indica come criterio di rappresentatività l’attività di tutela di interessi individuali e collettivi con particolare riferimento alla stipulazione di contratti collettivi di lavoro. Non è pertanto un caso che il numero di contratti depositati al CNEL sia progressivamente cresciuto dal 1995 a oggi anche al fine di meglio “documentare” il possesso di questo parametro. Ciò a prescindere, tuttavia, da una verifica del grado di effettiva applicazione dei contratti stessi a quel tempo non desumibile pubblicamente e tanto meno agevolmente anche a livello istituzionale.

Il CNEL è da tempo impegnato ad offrire a operatori del mercato del lavoro e attori della rappresentanza un nuovo e più trasparente modello di organizzazione dell’Archivio, che sarà a regime entro la fine dell’anno, per meglio evidenziare quelli che sono i sistemi contrattuali effettivamente radicati nel nostro sistema di relazioni industriali e cioè la reale diffusione e presenza del contratto nel settore economico di riferimento. La diffusione e certificazione dei dati sulla rappresentanza secondo il lungimirante modello del Testo Unico del 2014, là dove estesa anche agli altri settori dell’economia, consentirà di alleggerire non poco il lavoro del CNEL e assegnare un peso relativo al deposito del contratto collettivo nell’Archivio dei contratti. Deposito che non può certo sostituire l’impegno delle organizzazioni datoriali e sindacali a consentire la misurazione della loro effettiva rappresentatività e la totale trasparenza dei relativi dati così da arginare, almeno in parte, il deleterio fenomeno di una contrattazione in dumping che tradisce l’importante missione che la Costituzione assegna al sindacato e, più in generale, al sistema di contrattazione collettiva.

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