
“Ogni grande opera innovativa, specie quando ambisce a ridefinire l’economia, la geografia e la storia di un Paese, porta con sé entusiasmi e timori.
Il Ponte sullo Stretto di Messina, simbolo di audacia ingegneristica e di un’Italia che “guarda lontano”, non fa eccezione: al di là delle stucchevoli strumentalizzazioni politiche, tornano a galla le domande di sempre – sicurezza, impatto ambientale, costi – come se ogni autorizzazione fosse anche un nuovo processo d’intenti.
Gli autori di questo articolo ne sanno qualcosa, avendo avuto a che fare, a vario titolo, con un’altra grande opera: il sistema delle paratie mobili MoSE, acronimo di “Modulo Sperimentale Elettromeccanico”, che difende Venezia dal mare.
Terrà la campata unica in un’area a rischio sismico? Ci si chiede per il Ponte – terranno le cerniere delle barriere mobili contro la forza del mare? – ci si chiedeva per il MoSE -. Saranno accettabili le alterazioni alle correnti marine complesse dello Stretto di Messina? E che ne sarà della fauna marina e aviaria che lo pratica? (il Ponte). L’ecologia lagunare resisterà alle ripetute separazioni dal mare? (MoSE). L’Italia può permettersi di spendere 13,5 miliardi di euro per il Ponte? È valsa la pena di averne spesi 6,5 per il MoSE? Tutte questioni legittime, quelle sollevate ora per il Ponte.
Questioni che meritano la massima attenzione, per fugare ogni ragionevole dubbio. A due condizioni, però: che nel valutarle si escluda l’”opzione zero”, nel solco della migliore tradizione ingegneristica italiana, e che non si perda mai di vista l’orizzonte dei benefici attesi da un’opera game changer – ovvero capace di cambiare le regole del gioco – come il Ponte. Game changer perché capace di attivare comportamenti virtuosi di imprese e di famiglie, altrimenti impossibili, produttivi di effetti sullo sviluppo non solo del Mezzogiorno, ma della Nazione e delle principali direttrici di sviluppo europee. È questo il nostro caso. Per i vincoli atavici che il Ponte viene a rimuovere e per le future prospettive geoeconomiche di sistema che consente di cogliere. L’atavico vincolo è la mancanza di continuità territoriale tra la Sicilia e il resto d’Italia, un limite che incide su tempi e costi di trasporto di passeggeri e merci, paradossalmente più su scala regionale, nazionale e europea che su quella locale.
Se nel 2032 un treno merci attraverserà il Ponte sullo Stretto di Messina in 15 minuti anziché in due-tre ore e un camion in 20 minuti anziché in 40-60, non avrà solo effetti sui collegamenti tra Reggio Calabria e Messina e viceversa, ma consentirà alle imprese siciliane di estendere – a sostanziale parità di costo di trasporto – le loro aree di mercato almeno a tutto il Mezzogiorno continentale (13.4 milioni di abitanti e un PIL di 150-200 miliardi di euro) e a quelle del Sud – ma gli effetti interesseranno anche il Centro Nord – di estendere i loro mercati alla Sicilia (4.8 milioni di abitanti; PIL 110 miliardi di euro).
Una situazione che favorisce lo scale-up – ovvero l’aumento dimensionale volto a sfruttare economie di scala – chiave per la tanto agognata accelerazione della crescita che il Sud rincorre da anni.
È ragionevole attendersi da questo intervento, nel medio periodo, un aumento del PIL congiunto di non meno di 20 miliardi di euro annui.
Ma il Ponte sullo Stretto di Messina consente all’Italia e all’Europa di proiettarsi nel Mediterraneo, al momento giusto, e di riposizionare il baricentro della crescita europea verso Sud. Fatto tutt’altro che trascurabile in un mondo che deve, sempre più, fare i conti oggi con l’Asia, dalla Turchia al Medio Oriente all’oltre Suez dell’India e della Cina, e domani anche con l’Africa.
La continuità territoriale tra Mezzogiorno e Sicilia potrà esser fatta valere nelle due direzioni di traffico. Anche i porti siciliani (come ad esempio Palermo, Catania e Augusta) potranno candidarsi quali hub strategici nelle catene logistiche Asia – Europa. Ma, e questo ha un valore persino superiore a quello dell’intermediazione logistica, divenire base per quella localizzazione manifatturiera italiana che troverà conveniente spostare lì le proprie produzioni destinate ai mercati emergenti della sponda Sud e Est del Mediterraneo.
Il Ponte sullo Stretto di Messina non produrrà da solo tutto questo, ma lo renderà possibile contribuendo allo sviluppo del Mezzogiorno italiano ben oltre quanto si fosse immaginato nei lunghi anni di gestazione del progetto.
Il Ponte è, dunque, una infrastruttura europea, catalizzatore di riequilibrio e di maggior crescita per l’intero Continente.
Ne dovremmo essere, tutti, orgogliosi”.