Renzi quando ha detto ieri “Gli italiani sono stanchi di sceneggiate” non si è accorto di aver scritto il suo epitaffio. La frase è perfetta. Una perfetta autocritica involontaria.
Siamo al renzismo terminale. Al punto in cui viene allo scoperto quello che i giornali anglosassoni chiamerebbero Renzi’s trick, l’imbroglio di Renzi. Il portare cioè scatole infiocchettate ai vertici dei potenti, riscuoterne i complimenti per la confezione, e per la presentazione dei contenuti che ne fa il premier. In realtà i partner Ue e i commissari hanno piena contezza che la bomboniera sarà vuota, ma fingono di crederci, in ossequio ai principi della ipocrisia istituzionale.
Che cosa vuoi che facessero Merkel & Co? Erano a casa nostra, ospiti a Milano. Non vedevano l’ora di tornarsene a casa, neanche un salto alla Scala. Così l’Europa ha consumato un rito senza vibrazioni, senza decisioni forti e chiare, comunicando noia, impaccio, tristezza. Le parole hanno stancato. Anche quelle fiorite di Renzi.
Sia chiaro. Noi tifiamo Renzi, quando rappresenta il nostro Paese nei consessi internazionali. Renzi con la bisaccia piena di riforme vere, però. Fino all’ultimo ci siamo impegnati responsabilmente ad offrire contenuti seri al Jobs Act.
Abbiamo guardato con rispetto e speranza alla sua battaglia per togliere dalla gola del mercato del lavoro la spina soffocante dell’articolo 18. Il governo ha fatto la mossa, ma è finita in un nulla di fatto. Il 18 non c’è nel maxiemendamento.
Le poche cose buone, come l’idea dei nuovi ammortizzatori, esigerebbe 15 miliardi di euro per essere una cosa seria. Per adesso ne ha promesse invece un miliardo e mezzo, da infilare nella legge di stabilità.
La cosa imperdonabile è che per di più si è cercato di far credere che in quei testi fosse contenuta una rivoluzione modernizzatrice. Zero.
La riforma del lavoro annunciata e sgonfiata non è che l’ultimo fiasco di un riformismo dell’aria fritta.
Osserviamo gli atti di governo di Renzi a prescindere dagli annunci.
1) Riforma costituzionale, a cui abbiamo dato un contributo decisivo. Ferma. Immobile. Spiaggiata.
2) Italicum, nuova legge elettorale. Peggio ci sentiamo. Giace al Senato immobile, speriamo sia solo addormentata.
3) Riforma della giustizia. Non esiste un sentire comune neppure nel governo. Per ora emergono da nebbie opache frammenti da giustizialismo fondamentalista, schegge impazzite che provocherebbero nuovi guai all’economia. E per fortuna che era, secondo il Capo dello Stato, “irrimandabile”. Sì, ma non si capisce quale, e soprattutto dove sia finita.
4) Sblocca Italia, sblocca specialmente molte marchette, sistema questo e quello, ma lascia anchilosato lo Stivale.
5) Riforma della “buona scuola”. Bei sogni e pessimo clientelismo.
6) Politica estera inesistente, al guinzaglio di interessi americani al punto che il rischio è di una guerra fredda con la Russia che diventi gelida per mancanza di gas.
7) Alla fine dei conti l’unica cosa davvero realizzata sono gli 80 euro in busta per i dipendenti. Una partita di giro (sono stati portati via dall’aumento delle tasse sulla casa) e di raggiro. Utile per la propaganda e per intestarsi la legittimazione di elezioni europee dopate da questa mancia.
Per questo siamo al renzismo terminale.
Ci riferiamo all’ideologia che il premier ha adottato finora, non alla sua persona, per cui abbiamo, rispetto non formale. Crediamo infatti che l’uomo abbia ancora la capacità di riprendere lo spirito costruttivo del Nazareno.
Di sfruttare l’ingegno creativo della Forza Italia di Silvio Berlusconi, per cui dovrebbe battersi per la piena libertà politica; di accorgersi che se si ferma al suo partito a due teste e alla sua maggioranza il destino è di offrire agli italiani bidoni vuoti. Si guardi intorno, invece di fare un passo avanti verso l’abisso, e un passo indietro verso la Troika.