“Tra le più ricorrenti critiche che sono state fatte al Parlamento italiano c’è quella che la legge elettorale ‘non si mangia’. Che il tema interessa soltanto i partiti e i palazzi romani. Vero. Ma anche un po’ riduttivo, semplicistico, superficiale”. Lo scrive Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un editoriale pubblicato da “Il Giornale”.
“Per quanto possano sembrare slegate l’una dall’altra, la legge elettorale necessariamente esplica i propri effetti sull’economia del paese, sul tessuto sociale e, quindi, sulla vita delle persone. In periodi di grandi squilibri e di turbolenza politica, infatti, diventa fondamentale interpretare in chiave non solo economica, ma anche politica i dati congiunturali. Dallo studio quantitativo delle decisioni di voto degli elettori, portato avanti dagli studiosi americani è emerso che ogni singolo elettore formula le proprie aspettative sulla base dei risultati conseguiti dal presidente uscente, come dimostrati dal livello di crescita del Pil. Ne deriva che è più probabile che l’elettore esprima il proprio voto a favore del presidente uscente quando la situazione macroeconomica del paese è positiva”.
“Confrontando dati macroeconomici e risultati delle elezioni politiche tenute negli anni della crisi (2008-2013) nei principali paesi europei, la tesi per cui gli elettori votano per i partiti che hanno sostenuto il governo uscente quando la situazione macroeconomica è positiva è confermata”.
“Che dire dell’attuale governo? Continua a viaggiare con dati economici pessimi, soprattutto in termini di economia reale, con un giudizio assolutamente negativo di famiglie e imprese rispetto alla sua politica economica. Ne deriva che se si andasse a votare per le elezioni politiche a maggio 2014 insieme alle elezioni europee, il modello interpretativo americano potrebbe trovare totale conferma. Mentre se si andasse a votare per le elezioni politiche nella primavera del 2015, l’applicabilità del modello americano sarebbe più dubbia, in quanto la percezione del previsto cambio di segno davanti al Pil forse non riuscirebbe a prevalere sulla memoria della lunga recessione, tanto con riferimento alla durata di quest’ultima, quanto all’intensità. Il nostro dubbio è, infatti, che 4 trimestri di crescita debole non bastino a compensare 8 trimestri di decrescita forte. Chiunque si presenterà alle elezioni, quindi, tanto nel 2014 quanto nel 2015, riceverebbe, pur con intensità diverse, un giudizio negativo da parte dei cittadini, elettori, produttori, consumatori. Su tutto dovrebbe prevalere, infine, il dato della disoccupazione, che continuerà a rimanere ai massimi storici. Altra cosa se si andasse a votare nel 2018. Ma questa ipotesi sembra esclusa da tutti. O no?”, conclude Brunetta.