Le dimissioni sofferte, generose e responsabili da relatore del presidente Francesco Sisto discendono da un nostro ‘no’ a questo percorso di riforme istituzionali ed obbediscono alla logica della democrazia parlamentare. Noi rispettiamo forme e sostanza delle regole. Non giochiamo ipocritamente con le cariche e gli accordi.
Il nostro ‘no’ nasce dalla decisione di far prevalere una volta per tutte la buona morale politica sulla prepotenza.
Questo è uno dei casi in cui etica della convinzione ed etica della responsabilità coincidono.
Per il bene della Repubblica, bisognosa più che mai di pacificazione e di un cammino di riforme condiviso, avevamo responsabilmente accettato di mettere tra parentesi le forti obiezioni che sono maturate dentro di noi sui contenuti di una riforma del bicameralismo paritario e del Titolo V della Costituzione.
Troppo importante, signor Presidente e colleghi, era trascinar fuori questo Paese da un clima di guerra civile ed insieme dal pantano burocratico che rende impossibile al governo di decidere con efficacia i provvedimenti per cui il popolo sovrano ha fatto vincere il suo programma.
Il Patto cosiddetto del Nazareno del 18 gennaio aveva per fondamento un accordo che veniva prima di un consenso sui contenuti specifici, ed era “la profonda sintonia” – aveva detto Renzi nell’occasione – sulla necessità storica di un percorso di scelte istituzionali condiviso e leale.
La scelta unilaterale, rivendicata con protervia dal Presidente del Consiglio Renzi e dal Partito democratico, del Presidente della Repubblica – alla cui persona non facciamo mancare neanche in questa occasione il giusto omaggio – è stata il colpo mortale premeditato che ha determinato la rottura di questo percorso di faticosa e responsabile condivisione da parte di Forza Italia.
Oggi sarebbe pura irresponsabilità insistere nel percorrere una strada che si sta palesando come una direttrice autoritaria.
La violenza con cui il segretario del Partito democratico e Presidente del Consiglio vuole imporre precipitosamente una riforma costituzionale importantissima, ha indotto noi a dare il giusto peso a quelle che per un bene maggiore ritenevamo contraddizioni sanabili.
La buona scienza dei giuristi di alto profilo accademico, oltretutto arci-noti per aver sostenuto con il loro consiglio proprio il Presidente Renzi e dunque non sospetti di esser prevenuti, fornisce argomenti insuperabili a dire di ‘no’, in ogni modo e con vigore, a questa corsa precipitosa verso il disastro.
Mi riferisco qui, signor Presidente, signora ministro, colleghi, alle critiche radicali che oggi il Presidente emerito della Corte Costituzionale Ugo De Siervo lancia come monito dalle colonne del quotidiano “La Stampa”. De Siervo dice a Renzi: fermati prima che il danno sia irreparabile.
Ha scritto: “i danni possono essere gravissimi”.
E fa solo “due esempi concreti (fra i molti che potrebbero essere possibili) sulle serie conseguenze che si potrebbero produrre…”.
1) “Anzitutto – scrive De Siervo – non appare affatto probabile che possa diminuire l’attuale pesante contenzioso fra Stato e Regioni malgrado l’enorme espansione dei poteri legislativi dello Stato che ci si ripromette, dal momento che la tecnica elencativa di ciò che spetta allo Stato o, invece, alle Regioni, appare largamente imprecisa ed incompleta”.
“Contemporaneamente – aggiunge il Presidente emerito della Consulta – i poteri legislativi del nuovo Senato sono così confusamente (ed insufficientemente) configurati, che ne potrebbero derivare dubbi di legittimità costituzionale su molte leggi statali approvate con l’uno o con l’altro procedimento previsto nel progetto di revisione costituzionale (se ne possono distinguere sette od otto)”.
2) “In secondo luogo”, afferma il giurista, tutta questa profonda riforma del nostro regionalismo in senso fortemente riduttivo, non si applicherebbe, se non in alcuni modestissimi ambiti, alle cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia) e cioè alcune delle Regioni di cui – a ragione o torto – più si discute criticamente. Anzi, queste Regioni non solo manterrebbero i loro poteri attuali, ma conquisterebbero con questa modifica costituzionale il potere di condizionare l’ipotetica futura riforma dei loro Statuti speciali (che sono leggi costituzionali, ma che il Parlamento non potrebbe più approvare autonomamente, perché dovrebbe previamente ottenere l’accordo della Regione interessata). Ma un trattamento così manifestamente diseguale non solo produrrebbe nuove disfunzionalità legislative ed amministrative, ma susciterebbe naturalmente pesanti polemiche politiche”.
Il Presidente emerito indica ancora un rischio, allorché nel presente progetto si prefigura l’ipotesi dell’elezione di un Presidente della Repubblica di minoranza. Quando dalla nona votazione in poi sarà sufficiente il 60 per cento non degli aventi diritto ma dei votanti.
Conclude De Siervo con prudenza: “Allora forse è raccomandabile correre un po’ meno e considerare meglio il contenuto delle innovazioni proposte”.
Per tutte le ragioni espresse dal Presidente emerito De Siervo, e per ragioni che ho elencato, in nome del principio di precauzione, dinanzi a così autorevoli allarmi chiediamo alla maggioranza di fermarsi.
Noi faremo di tutto in nome di una scelta morale di convinzione e responsabilità politica per rallentare questo percorso verso il disastro.