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Oggi a Venezia in occasione dell’inaugurazione del complesso dell’ex Convento delle Terese – sede Iuav di Venezia

 

Il mio intervento in occasione dell’inaugurazione del complesso dell’ex Convento delle Terese – sede Iuav di Venezia

L’Università IUAV di Venezia ha inaugurato il restauro dell’ex Convento delle Terese, sede dell’Ateneo, nel corso di una cerimonia alla quale sono intervenuti il rettore Benno Albrecht, il sindaco della Città di Venezia Luigi Brugnaro, l’assessore della Regione del Veneto Valeria Mantovan, l’eurodeputata Elena Donazzan e il Presidente di VSF Renato Brunetta, già docente di Iuav.

IL PROGRAMMA

PER RIASCOLTARE IL MIO INTERVENTO

Caro Rettore, cari colleghi, Autorità, ospiti tutti,

Sono davvero felice per questo invito, che mi dà l’occasione di essere di nuovo nella mia città natale per celebrare insieme a voi una importante tappa di un lungo percorso, immaginato a lungo e quasi sognato: questa infatti è una pietra miliare del progetto “Venezia Città Campus”, sviluppato da VSF insieme con gli Atenei veneziani, Ca’ Foscari ed IUAV, la Venice International University, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio, la Fondazione Giorgio Cini, il Comune di Venezia, la Regione del Veneto ed altri enti Soci di VSF.  IUAV anche oggi dimostra non solo di aver abbracciato, ma di sapere perseguire con atti concreti questo ambizioso progetto.

Venezia Città Campus è la visione coerente di tante azioni singole perseguite da molti attori. Ciò che Steve Jobs nel suo famoso discorso all’università di Standford nel 2005 chiamava “connecting the dots”: ad un certo punto, diceva Jobs, collegando i puntini appare un grande disegno, ma bisogna crederci, anche nelle scelte importanti della vita bisogna farsi guidare dall’intuizione più che dal bisogno di sicurezza.

Questo che celebriamo oggi è un puntino (in realtà una serie di puntini) di un grande disegno, cui l’Università partecipa. In esso, l’Università non intende agire come enclave separata, ma come parte vitale del tessuto urbano.

Altri “puntini” sono stati posti in questi giorni in contesti apparentemente diversi: all’Arsenale, poche settimane fa, è stato siglato da Ca’ Foscari, IUAV e CNR e la Marina Militare l’accordo per la nascita del Polo del Mare, iniziativa unica a livello nazionale. Solo sabato scorso, il CNR ha inaugurato nella Palazzina Canonica in Riva 7 Martiri il “Gateway” della Biodiversità, uno dei lasciti di un grande progetto nazionale finanziato dal PNRR. Ed altri esempi, altri puntini sono apparsi e sono pronti ad apparire.

Il disegno comincia rapidamente a comporsi: parlavo di “quasi un sogno”, ma ora siamo qui, ben svegli, a celebrare una “vittoria di tappa”, ma soprattutto per incoraggiarci l’un l’altro a proseguire, perché non è ancora finita.

Infatti, nella millenaria storia di questa incredibile città ogni arrivo segna in realtà una nuova partenza.

Lasciatemi affiancare, solo per un attimo, l‘emozione che viviamo oggi a quella delle monache carmelitane quando inaugurarono la loro sede conventuale qui nel 1647 o quando nel 1660 venne presentato l’ampliamento secondo il progetto di Andrea Cominelli, famoso architetto veneziano.

Anche quando, a seguito delle soppressioni napoleoniche, il convento perse la sua funzione originaria nel 1810, questo complesso edilizio visse un nuovo inizio: venne destinato a orfanotrofio e, nel corso del XX secolo, è stato utilizzato anche come dormitorio per senzatetto.

Oggi, nel terzo millennio, la nostra città di Venezia viene nuovamente interrogata rispetto il proprio futuro. Qualcuno la vorrebbe congelata in una funzione museale di vecchio tipo, quei musei barbosi nelle cui polverose vetrine si affastellano in ordine incerto memorie antiche e silenti. Qualcun altro la vorrebbe trasfigurata in un grande parco giochi a tema, dove poter indossare costumi e maschere del passato. Qualcuno addirittura l’avrebbe preferita vederla affogare nelle acque troppo alte di un mare cui si fosse finalmente arresa.

Ma questi “passatisti”, come già li appellò Marinetti 116 anni fa (27 aprile 1910), hanno perso, stanno perdendo la loro inutile battaglia: l’evento di oggi ne costituisce una prova ulteriore.

La città di Venezia, da qualche anno efficacemente difesa dall’inesorabile salita del livello del mare, è capace di cambiamento e sa rinnovare se stessa.

Lo fa anche “restaurando” i propri edifici, assumendo in questa dizione anche l’essenziale adattamento delle funzioni d’uso dell’edificio stesso. Si restaura infatti non solo e non tanto per “conservare”, ma anche per adattare, che significa innovare, fornendo nuova vita alle architetture originarie, che non sono stravolte, ma valorizzate dalle nuove possibilità di utilizzo.

Altre persone, con una cultura diversa della mia, possono raccontare meglio di me l’evoluzione dell’architettura viva di questi luoghi, ovvero del contenitore che ci ospita.

La riflessione che vi propongo riguarda invece il contenuto, cioè l’utilizzo che la società sta facendo di questi luoghi e vorrà fare negli ampliamenti che seguiranno a quelli già realizzati.

Permettetemi un’ulteriore affermazione, come premessa. L’Università Iuav di Venezia non è semplicemente un’università a Venezia. È un’università di Venezia: fondata per formare architetti, urbanisti e designer capaci di interpretare e trasformare l’ambiente costruito. Essa ha avuto un ruolo determinante nel dare una visione progettuale alla città – alternativa a quella della sola conservazione monumentale, capace di tenere insieme memoria e futuro.

Appare oggi evidente a tutti che la presenza di IUAV in questa parte della città ha generato un processo progressivo di rigenerazione urbana.

Rispetto al suo impianto del tempo della Serenissima, questo luogo subì pesanti evoluzioni conseguenti agli effetti della prima rivoluzione industriale: a fine ottocento, la contrada di Santa Marta fu interamente demolita per fare posto al Cotonificio Veneziano (1883) e alla nuova Stazione Marittima (1880).

Successivamente, nel 1920 il comune di Venezia ottenne dalla Società Cotonificio Veneziano 22.000 mq adiacenti alla fabbrica, dove ridurre e costruire nuove case destinate in principalità alle maestranze. Nel 1924 lo IACP iniziò la costruzione dl quartiere, dedicato a Benito Mussolini, che venne ultimato nel 1928 con la costruzione di 14 edifici per complessivi 148 alloggi, destinati a lavoratori ai quali la casa deve riservare gli agi più riparatori, cui seguì pochi anni dopo la realizzazione di altri blocchi residenziali costruiti dalla Cooperativa dei Ferrovieri.

Un ulteriore ampliamento venne promosso nel 1929: la SADE, con donazione decisa dal conte Giuseppe Volpi, permise la costruzione allo stesso IACP di 365 nuovi alloggi per 1.000 persone. Questo era parte della più ampia strategia politica e urbana che accompagna lo sviluppo della “Grande Venezia”, progetto teorizzato da Piero Foscari e Giuseppe Volpi.

In quel tempo, un secolo fa, Venezia era luogo di vivaci dibattiti, volti al rinnovamento della città e che vedevano contrapposte due principali fazioni. La prima era convinta della necessità di edificare nelle aree ancora libere del centro storico e ai bordi della laguna, la seconda, invece, insisteva per uno sviluppo in terraferma della città, immaginando la nascita di una “nuova Venezia”. Sebbene Volpi fosse certamente un sostenitore della seconda, tanto che si spese nel progetto del nuovo porto industriale a Marghera, egli stesso sostenne una strategia basata sulla simultaneità tra gli interventi nella Venezia insulare e quello in terraferma. Se a Marghera si realizzava la prima zona industriale a filo di banchina d’Italia ed una nuova “città giardino”, a Venezia si realizzavano veri e propri nuovi quartieri abitativi: a S.Marta appunto, a S. Elena e al Lido (le Quattro Fontane).

Questo accadeva circa cento anni fa. Facciamo ora un salto di cinquant’anni.

Negli anni della mia giovinezza, Santa Marta era considerata una vera “periferia” della città. Infatti, con la progressiva dismissione delle funzioni industriali e portuali nel secondo dopoguerra l’area entrò in una fase di abbandono e degrado, segnata dalla presenza diffusa di edifici inutilizzati.

E’ in questo contesto che avviene l’insediamento dello Iuav a Santa Marta alla fine degli anni ’90.  IUAV ha avviato una strategia di riuso che oggi configura Santa Marta come un campus unitario diffuso, capace di integrare strutture eterogenee in un unico sistema.

Gli studenti, i ricercatori ed i professori sono gli attori che popolano gli spazi magistralmente ristrutturati. Se vogliamo avere in testa dei numeri, si tratta di 4-5000 studenti e 500 tra professori e ricercatori. Sono numeri importanti: essi SONO la differenza.

Sono il capitale umano, formato ed in formazione, che permetterà la vera rigenerazione della città. Desidero sottolineare nuovamente che tale rigenerazione riguarda non solo il contenitore (l’urbs), ma anche e soprattutto il contenuto, la civitas.

La sfida è questa. Se oggi Venezia ha rinnovato ed aumentato -consapevolmente o meno- le sue capacità di attrazione in uno scenario globale di crescita repentina dei flussi turistici, dobbiamo saper governare questa “risorsa turismo” per renderla sostenibile ed anzi fonte di uno sviluppo duraturo per tutta la città. Se oggi il turismo viene vissuto da alcuni come “problema”, ciò è in buona parte dovuto all’ assenza di crescita – o decrescita – di altri settori economici.

Inoltre, si tratta di capire come, anche sperimentando strumenti nuovi, si possa trasferire un po’ della ricchezza “in eccesso” generata dai flussi turistici concentrati in alcuni luoghi a vantaggio di altre situazioni, che magari non possono goderne in maniera diretta.

La soluzione principe che la Fondazione VSF da sempre persegue è quella del supporto all’economia della conoscenza, ovvero lo sviluppo di un’economia ad alto valore aggiunto, che deve vedere all’inizio la convergenza di capitale privato e pubblico, e che deve continuare ad espandersi attirando soprattutto capitale privato. Sono fiero del fatto che la Fondazione VSF, già nei suoi primi anni di vita, ha dimostrato di poter essere un luogo di incontro di queste energie. La Fondazione VSF, insieme ai suoi partner, conduce ricerche in settori avanzati come quello spaziale e dell’idrogeno, creando opportunità di networking per le industrie del Nord-Est.

Fortunatamente, non siamo soli.

L’attività della Fondazione VSF si intreccia con quella di altri enti e fondazioni, antiche e nuove, in una fiorente rete di attività culturali che si è notevolmente ampliata a Venezia negli ultimi anni, con un numero di eventi superiore a quello di Parigi. Da un lato, le istituzioni “storiche” (La Biennale, Fondazione Cini, La Fenice, i Musei Civici, Querini Stampalia, Guggenheim) hanno saputo rinnovare e ampliare con successo i propri spazi e la propria offerta; dall’altro, negli ultimi anni si sono aggiunte importanti nuove fondazioni (Pinault, Prada, Wilmotte, Vedova, Pentagram Stiftung, Berggruen e altre) ricche di attività, che portano nuovi stimoli culturali e artistici da tutto il mondo. Nei vecchi spazi dell’Ospedale al Mare al Lido si insedierà presto una nuova realtà di ricerca avanzata nel campo della medicina, attirando 900 professionisti specializzati.

Gli esempi potrebbero continuare. Anche in questo caso, “collegando i puntini”, sta emergendo il disegno di un nuovo Rinascimento veneziano, in cui le espressioni culturali più attuali si confrontano con la tecnologia e l’industria più avanzate, attirando nuovi capitali umani e fondendo esperienze e idee.

Questo nuovo Rinascimento ha bisogno di attirare e formare nuovi talenti, che possono esser utilizzate anche dalle imprese, che potranno investire là dove il capitale umano è presente e disponibile.

Se crediamo, come ci suggeriva Steve Jobs, al potere trasformativo delle nostre intuizioni, possiamo immaginare un effetto aggregativo “a cascata”, dove la formazione produce direttamente nuova economia, che a sua volta richiede nuova formazione. Non parlo solo delle Università, ma anche quella delle maestranze delle imprese, a tutti i livelli, poiché mai come in questi anni il lavoro richiede percorsi di istruzione permanente.

I numeri, recentemente resi pubblici, delle nuove immatricolazioni appaiono confortare l’impegno di rinnovamento di IUAV, che oggi qui si manifesta ulteriormente ed in modo assai concreto.

Nel progetto di insediamento in questa parte della Città, IUAV ha raccolto la collaborazione dell’Amministrazione Comunale, e di altre Istituzioni.

In fondo, il percorso intrapreso con successo dimostra che quando c’è una visione condivisa – tra università, istituzioni, fondazioni, autorità portuale, comuni e regione – è possibile trasformare il patrimonio in valore pubblico reale. Non solo per chi lavora e studia dentro gli edifici, ma per chi vive accanto a loro.

Infatti, già oggi Santa Marta da periferia, dove era meglio non transitare, si è tramutato in uno dei luoghi più vivi e giovani di Venezia.

Il prossimo restauro della ex-chiesa delle Terese, messa a disposizione dal Comune, donerà presto alla città un nuovo luogo di incontro e di socializzazione culturale.

Continuiamo a “mettere giù” i puntini. Siamo confidenti che apparirà un disegno bellissimo di una Venezia viva.

Venezia infatti, lo diciamo da un po’, è la più antica città del futuro. Ed IUAV si dimostra essere una delle voci più autentiche del nuovo Rinascimento veneziano.