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GIUSTIZIA. “La sovranità appartiene al popolo” (articolo 1, secondo comma della Costituzione), non alla magistratura…

 

 

Art 1

- Giustizia e democrazia. La giunta per le immunità del Senato sta procedendo, incurante di qualsiasi nozione di diritto, di buon senso, persino di stima e di lealtà verso un alleato, quale il Partito democratico sarebbe doveroso manifestasse.

 

È questione di giustizia (la retroattività è contro ogni codice giuridico e morale, la sentenza di condanna contro Berlusconi è viziata da irrazionalità e pregiudizi), ma anche di democrazia. Non ci stanchiamo di essere banali, come diceva Picasso di se stesso: eliminare il leader politico del centrodestra è un’operazione che uccide “la sovranità appartiene al popolo” (articolo 1, secondo comma della Costituzione), non alla magistratura. Ed è osceno che il Senato si presti ad amputare se stesso, autolesionista, perché regala un’arma che ricorrerà contro chiunque non sia gradito a una certa ghenga di magistrati politicizzati. Possibile che Letta, il quale parla di tutto e su tutto, non trovi un accento, un comma dei suoi discorsi così ponderati, leccati e laccati, per dire: “Spero che un po’ di buon senso e di retta coscienza guidi i senatori”. Alzi il telefono, qualche volta serve. Ho ha paura che i magistrati lo intercettino? Abbiamo messo in bocca a Letta la parola “coscienza”. C’è qualcosa di più prezioso? No. Lo dicono da sempre il pensiero cristiano e quello laico-liberale. Essa è meglio tutelata dal voto segreto – visto che cosa è capitato a Luciano Violante quando ha adombrato la possibilità di chiedere un parere sulla legge Severino alla Corte Costituzionale – oppure da quello subordinato agli ordini di partito, cioè palese? Noi non abbiamo dubbi al riguardo.

Tanto più che le regole lo prevedono. E cambiarle in corsa sarebbe la prova della volontà di rompere con la giustizia, con la democrazia. E con noi.

 

 

 

 

Quagliariello

 

 

- La strana preveggenza del ministro Guarda-poco-sigilli e la santa banalità di Quagliariello

 

 

La polemica sull’applicazione dell’amnistia a Silvio Berlusconi è una banalità che si poteva evitare. Ci hanno sempre detto che la legge è uguale per tutti e ora non si dovrebbe rispettare questo principio nei confronti di una sola persona.

In realtà il Parlamento deve ‘perimetrare’ i contenuti del messaggio di Giorgio Napolitano sull’amnistia e deve farlo in modo astratto, tenendo conto del criterio della pericolosità sociale”. A porre fine alla discussione scatenata dalle parole del ministro della Giustizia è Quagliariello, che esprimendo il pensiero unico del Pdl sul tema, sottolinea come l’amnistia debba valere per tutti, quindi anche per Silvio Berlusconi.

Ma la posizione della Cancellieri, secondo la quale “i reati finanziari”, cioè quelli per cui l’ex Premier è stato condannato, “mai furono presi in considerazione nei provvedimenti passati” e dunque non dovranno esserlo nemmeno in futuro, non è accettabile.

 

E Brunetta spiega bene il perché “La ministro è incappata in due errori gravi. Il primo affermando che amnistia e indulto non potranno riguardare Silvio Berlusconi. E qui tristemente notiamo che non è una posizione originale e fantasiosa: pensare e praticare un codice penale a parte ad uso della condanna di Berlusconi è una turpitudine costante. Il secondo errore è stato quello del portavoce del ministro Cancellieri, che si è affrettato a precisare che ‘ al ministero della giustizia non è in preparazione alcun testo di legge’.

 

 

Peccato che non spetti al ministero preparare il testo, ma la competenza è del Parlamento, come espressamente ha scritto Napolitano, parlando di “perimetrazione’ dell’ amnistia”.

Ripetiamo all’infinto che deve valere il principio della Costituzione italiana: “la legge è uguale per tutti.” Guardi un po’ meglio i sigilli, e non rubi quelli del Parlamento, il nostro ministro della Giustizia, please.

 

 

Riforme

 

 

Oggi al Senato si affronta il tema delle riforme Costituzionali. La passata legislatura era nata come costituente, e abbiamo visto com’è finita. E’ finita esattamente come la Bicamerale D’Alema, come la Commissione presieduta da Nilde Iotti e come quella Bozzi.

Il fatto che oggi siamo a discutere insieme di riforme istituzionali è dunque già di per sé una cosa positiva. Prima di tutto perché significa che la Costituzione non è più, per il maggior partito della sinistra, un totem intoccabile, e il presidio ultimo delle libertà democratiche, come invece continua a ritenerlo il Movimento 5 Stelle.

Ma non si può tacere la verità: se nella passata legislatura non si è cavato per l’ennesima volta un ragno del buco è anche per un atteggiamento culturale, politico e profondamente antidemocratico di certe élites secondo le quali la maggioranza elettorale acquisita dal Pdl e dalla Lega non aveva una piena legittimazione perché ritenuta espressione di un popolo che non risponde a quell’Interesse Generale stabilito da una ristretta cerchia di Illuminati che stanno sempre e sistematicamente a sinistra. Quelle élites che usano come testa d’ariete la parte politicizzata della magistratura che procede per certezze morali, non per prove e nemmeno per indizi processuali. Partendo da questa premessa inaccettabile, ogni proposta di modifica degli attuali equilibri costituzionali è diventata così inaccettabile.

 

E’ utile ricordare che il centrodestra la riforma costituzionale l’aveva fatta, nel 2006. Non era perfetta, ma rappresentava un indubitabile passo avanti, visto che conteneva il rafforzamento dei poteri del premier, la riduzione dei parlamentari, e qualche correttivo alla folle riforma del Titolo Quinto voluta dal centrosinistra che ha portato a un perenne contenzioso costituzionale tra Stato e Regioni. Ma la sinistra la fece respingere nel referendum confermativo. Ora si tenta di ripartire, nella consapevolezza che la riforma della parte seconda della Costituzione, rimane un’esigenza imprescindibile.

Ma proprio i tentativi di destabilizzazione dell’Esecutivo e l’uso politico della giustizia che hanno caratterizzato drammaticamente gli ultimi venti anni confermano, per la loro abnormità, l’assoluta necessità e urgenza di alcune modifiche costituzionali in grado di assicurare, almeno in futuro, piena governabilità al Paese. Modifiche costituzionali mirate, che intervengano anche sullo squilibrio dei poteri tra magistratura e politica. Bisogna finalmente uscire dal clima e dalla cultura degli anni di “tangentopoli” per cui le richieste di autorizzazione a procedere si trasformano in “processi di piazza” e gli avvisi di garanzia equivalgono ad altrettante condanne.

Va detto chiaro: la modifica dell’articolo 68, che nel 1993 ha eliminato di fatto l’immunità parlamentare, non a caso prevista dai padri costituenti, ha determinato una gravissima ferita nel nostro sistema delle garanzie. E il caso Berlusconi ne è la prova fumante, anche se troppi, anche in quest’aula, si voltano dall’altra parte per convenienza politica.

Di qui la necessità di provare a “tornare alla Costituzione”, nella convinzione che l’ articolo 68 non era una forzatura del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma un’attuazione e una garanzia dell’articolo 67 sulla libertà del mandato parlamentare. Ci sarà il coraggio di farlo? Temiamo di no. Ma attenzione: se oggi è toccato a Berlusconi, domani toccherà a qualcun altro, se non si ristabilisce l’equilibrio tra la politica e l’ordine giudiziario.

 

 

gIUSTIZIA

 

 

- Giustizia dannata. II caso dei magnifici sette ergastolani innocenti in Sicilia. E tutti zitti

 

 

Il caso è clamoroso: sette innocenti condannati all’ergastolo. Per giunta all’interno di uno dei casi di cronaca più clamorosi, i cui misteri riaffiorano con scoop di vario genere da più di 20 anni, qual è la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, che massacrò il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina) a meno di due mesi da un’altra strage non meno grave: quella del 23 maggio, che avava massacrato altri due magistrati, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, sua moglie, e i tre agenti di scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro).

 

Eppure la notizia della scarcerazione dei sette innocenti, il 27 ottobre 2011 dopo molti anni di galera, non ha provocato sdegno e dibattiti a ripetizione in televisione né scuse da parte di magistrati. Giornalisti fustigatori con fama di impegno anti mafia come Michele Santoro, Marco Travaglio, Roberto Saviano, ecc., non si sono segnalati per filippiche su questa brutta storia. E’ così che dei sette malcapitati si conoscono a malapena i nomi: Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Gaetano Murana. Scotto resta in carcere per scontare altre condanne. Il primo ad essere raggiunto dalle manette, nel ’93, è stato Salvatore Profeta, nel ’94 vengono arrestati gli altri a eccezione di La Mattina e Gambino, latitanti fino al 1997.

 

A fare arrestare e condannare i sette sono state le “rivelazioni” di un balordo detenuto per altri reati, Vincenzo Scarantino, che si è auto autoaccusato di avere rubato lui la Fiat 126 imbottita di tritolo usata per l’eccidio di via D’Amelio. “Io non sapevo neanche dov’era via D’Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame”, s’è infine deciso a confessare Scarantino quando nel 2011, grazie a un’altra inchiesta, la sua versione ha cominciato ad apparire per quello che era: costruita a tavolino. A imbeccare Scarantino era stato il dirigente di polizia Arnaldo La Barbera, l’ex capo della squadra mobile di Palermo diventato prima responsabile della sicurezza personale di Giovanni Falcone e in seguito capo della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” impegnata nelle indagini sulle due stragi. Un altro caso da manuale delle bufale, ma che per fortuna non ha mandato in galera nessun innocente, è quello sbocciato nel giugno dell’89. Ci sono voluti ben 21 anni perché finisse come doveva finire, cioè nel ridicolo, il balletto tra “uomini dell’Antistato e uomini dello Stato” raccontato un’infinità di volte da magistrati immaginifici e giornalisti “antimafia” a proposito dei 20 chili di esplosivo trovati il 21 giugno ’89 sulla scogliera nei pressi della villa sul lungomare dell’Addaura del magistrato Giovanni Falcone. Secondo l’edificante vulgata, mentre uomini della mafia e dei servizi segreti “deviati”, cioè “dell’Antistato”, piazzavano l’esplosivo sulla scogliera, su un motoscafo al largo vigilavano “uomini dello Stato” e la loro presenza dissuase gli attentatori dal portare a termine il loro lavoro. Nel 2010, vale a dire 21 anni dopo, una banale analisi del DNA ha colato a picco la vulgata dimostrando che la presenza di uomini dei servizi “deviati” era solo una bufala, l’invenzione di qualche “supertestimone”.

 

 

 

Ma nessun organo di stampa s’è scusato con i lettori per aver rifilato loro vent’anni di strampalate fantasticherie. Non è dato sapere se qualche magistrato è arrossito. Per la vergogna di tanto ritardo…

 

 

 

N.B.

 

 

AMNISTIA: L’amnistia estingue il reato e cancella la pena: è come se il reato non fosse stato commesso. E’ retroattiva ed è regolata dall’articolo 79 della Costituzione e dal Codice penale. Dal 1992 l’iniziativa è parlamentare: necessaria la maggioranza dei due terzi in ciascuna Camera per l’approvazione. L’ultima amnistia è del 1990.

 

INDULTO: L’indulto condona la pena: non estingue il reato. E’ retroattivo ed è regolato dall’articolo 79 della Costituzione; viene concesso dal Parlamento con maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. E’ un provvedimento di clemenza di carattere generale; l’ultimo è stato approvato nel 2006.

 

 

 

 

PER APPROFONDIMENTI, CONSULTA “IL MATTINALE – 15 ottobre 2013″