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R.BRUNETTA (Editoriale su ‘Huffington Post’): “IL NATALE DELLA NUOVA EUROPA – 10 dicembre 2020. L’Ue diventa, come d’incanto, più solidale, federale, proiettata nel futuro. È il “momento Merkel”. Mentre i nostri sovranisti continuano ad andare “contra ventum”"

 

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Ha proprio ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quando ammonisce che “i nazionalismi non devono intralciare il Recovery Fund” appena approvato dallo storico Consiglio Europeo del 10 dicembre 2020; ma ci permettiamo di aggiungere anche “i sovranismi, gli egemonismi, le miopie e tutti gli egoismi”. È la storia dell’Unione Europea nei vent’anni dell’euro, d’altronde, che dimostra come tutti questi “ismi”, in capo ai singoli Stati e a tutti i protagonisti politici di destra e di sinistra, siano stati i peggiori nemici del processo di integrazione.

Ma, come nei buoni romanzi d’appendice, facciamo quattro passi indietro.

In principio c’è la fase preparatoria dell’euro, con il trattato di Maastricht (1992), con i suoi parametri intelligenti e flessibili di convergenza per la creazione dell’Unione monetaria ed economica (UME), quella del futuro euro, in particolare su deficit e debito pubblico; viene poi il Patto di Stabilità e Crescita (1997), con la conferma dei parametri del Trattato di Maastricht per il mantenimento di politiche di bilancio pubbliche da parte degli Stati che avrebbero adottato l’euro come valuta, al fine di garantire la stabilità e favorire il processo di integrazione monetaria tra i paesi dell’eurozona. Nel Patto di Stabilità e Crescita, voluto fortemente dai tedeschi e figlio della diffidenza dei più forti nei confronti dei più deboli, viene anche inaugurato un nuovo particolare tipo di procedura di infrazione, la “procedura per deficit eccessivo” (PDE), che costituisce il principale strumento di controllo dell’operato degli Stati nelle mani della Commissione Europea, per assicurare il mantenimento della disciplina di bilancio nell’UEM. L’intento delle regole contenuto nei due trattati (tendenziali nel primo, parametrici nel secondo) è quello di far convergere virtuosamente e gradualmente le differenti politiche di bilancio tra i vari paesi, nella consapevolezza che la presenza di un grado di eterogeneità eccessivo tra i livelli di deficit e debito dei vari Stati non avrebbe permesso la realizzazione di una politica monetaria “one-fit-for-all”, adatta per tutti, con il conseguente fallimento dell’euro.

In sintesi, il “decennio buono” dell’euro, quello preparatorio, è caratterizzato dal giusto equilibrio tra i necessari parametri di convergenza delle finanze pubbliche e una certa flessibilità nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione di deficit e debito. Flessibilità, questa, che fu genialmente imposta nel 1991 dall’allora ministro del Tesoro italiano, Guido Carli.

Anche la PDE esiste, ma la sua applicazione è quasi più una questione di deterrenza, che non di sanzione vera e propria. Finalmente nel 2002 nasce l’euro in mezzo a grandi speranze, insieme ad un grande caos micro inflattivo e redistributivo nel passaggio tra le valute nazionali e quella comune. Nonostante tutto, sono anni di grandi speranze e di grande ottimismo.

Arriva poi la Grande Recessione del 2007-2009, che ha il suo simbolo nel crack della banca americana Lehman Brothers e nella crisi dei mutui “subprime” degli Stati Uniti: l’eccesso di lassismo nelle regole sulla concessione del credito, unito all’eccessivo abbassamento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, generano un azzardo morale di dimensioni mai viste prima tra le famiglie americane e una bolla speculativa sul mercato del credito ed edilizio che, come ogni bolla, finisce per scoppiare. Tutti erano troppo impegnati a fare soldi, che nessuno si preoccupava di stabilire e rispettare le regole. La crisi diventa quasi subito mondiale e arriva anche nell’Unione Europea, che si ritrova, a causa dell’incompletezza del suo processo di integrazione, senza armi sufficienti per reagire alla crisi, con una cultura di policy molto più debole rispetto alla prontezza mostrata dal governo americano, che nel frattempo aveva reagito alla crisi con pragmatismo da “cow boy”, approvando l’Emergency Economic Stabilization Act del 2008 (EESA o TARP) nell’ottobre 2008, che includeva 700 miliardi di dollari di finanziamento per il “Troubled Assets Relief Program” (TARP). La Fed, dal canto, suo, allenta subito la sua “stance” di politica monetaria, tornando ad abbassare nuovamente i tassi d’interesse. In altre parole, gli americani si buttano alle spalle la crisi in due-tre anni, guadagnandoci pure. E che il resto del mondo si arrangi, con la massa di liquidità che, nel frattempo, si era creata.

Così il contagio si estende fuori dagli Stati Uniti, dalla finanza privata a quella pubblica, e in Europa ha il suo culmine nella crisi greca, crisi nata piccola e divenuta presto di scala continentale. Con un rapporto debito/Pil ormai fuori controllo, superiore al 160%, le agenzie di rating ritengono ormai certo il default greco. La famigerata Troika, formata da BCE, Commissione Europea e FMI, approva un drammatico piano di intervento da 130 miliardi di euro, a fronte della richiesta di un draconiano piano di tagli alla spesa pubblica, aumento di tasse e cessione di asset pubblici. La ricetta non funziona e il passo successivo non può che essere la ristrutturazione del debito (haircut), che comporta perdite per i detentori di bond greci pari al 50%.

E arriviamo al nuovo decennio e al fatidico ottobre del 2010.

Nel tentativo di trovare una soluzione esemplare per arginare la crisi e i suoi possibili effetti di contagio nei confronti di tutti gli altri Stati europei, nella cittadina francese di Deauville, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Sarkozy si incontrano per prendere una decisione destinata a pesare sulle sorti del Vecchio Continente per tutto il decennio e quello successivo, ovvero quella di coinvolgere il settore creditizio privato nella gestione dei default sovrani: “se un Paese si trova in stato di insolvenza, chi detiene i suoi titoli di Stato dovrà pagarne le conseguenze subendo un taglio del loro valore nominale”.

La posizione dell’asse franco-tedesco è letta dai mercati finanziari come una possibilità che gli Stati sovrani e le banche possano fallire (“private sector involvement”). Nel già fragile contesto economico che l’eurozona sta attraversando, le parole dei due leader hanno l’effetto di una miccia accesa in una polveriera.

I mercati finanziari cominciano a scontare nei prezzi dei titoli sovrani dei paesi più fragili, che verranno etichettati con il triste acronimo di PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), il rischio default e iniziano a venderli massivamente, chiedendo per i loro acquisti un rendimento molto più elevato.

La BCE, colta impreparata, nella governance e nella sua architettura istituzionale, non reagisce, contribuendo a rafforzare la credenza che l’intento delle istituzioni europee sia quello di punire, più che aiutare, gli Stati fortemente indebitati. Le grandi banche d’affari, a partire da Deutsche Bank, incominciano a liberarsi dei titoli di Stato dei PIGS detenuti in portafoglio, senza troppo pensare alle conseguenze. Gli altri investitori, più o meno nel panico speculativo, si accodano. Si avvia quindi la crisi dello spread, che colpisce tutti i PIGS, e che per l’Italia significherà spread alle stelle, pur se con fondamentali di finanza pubblica sostenibili, e la fine dell’ultimo governo Berlusconi, costretto a lasciare il campo all’Esecutivo tecnico di Mario Monti, governo Berlusconi finito sul banco degli imputati, a seguito dell’anomala lettera della BCE del precedente 5 agosto 2011.

Inizia così, per l’Italia e non solo, il periodo dell’austerità, delle politiche “sangue, sudore e lacrime”, dei compiti a casa, del debito come “colpa”. Tutti fattori, questi, che mettono l’economia italiana in ginocchio. E arriviamo così alla fine del 2011.

Nonostante l’obbedienza totale del nostro Paese alle prescrizioni di austerità, la crisi continua, e il presidente Monti viene definito dal Süddeutsche Zeitung il “perfetto genero, perché parla poco, veste in modo serio e banale, non fa rumore”.

Solo nel 2012, davanti ad un rischio concreto di crollo dell’euro e in ragione della speculazione sempre molto attiva, Mario Draghi, a capo della Banca Centrale Europea, decide di rompere gli indugi e annuncia, in maniera un po’ improvvisata, ma con tempismo perfetto, il 26 luglio a Londra, il suo famoso “whatever it takes”, ovvero la promessa che Francoforte avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per salvare la moneta unica, sull’esempio di 4 anni prima della Federal Reserve e del Tesoro degli Stati Uniti. La promessa (con implicita minaccia) ha un effetto deterrenza sui mercati finanziari e, da lì in poi, grazie alle politiche di Quantitative Easing, ovvero di acquisto straordinario di titoli di Stato sul mercato secondario, gli spread dei PIGS cominciano a ridursi. Ed è a questo punto che le istituzioni europee cominciano ad interrogarsi sulla necessità di dotarsi di nuove regole di bilancio e bancarie per evitare che la Grande Recessione si ripresenti di nuovo in Europa.

Già nel novembre 2011 vengono approvati una serie di regolamenti noti come “Two pack” e “Six pack” volti a rendere più stringente il Patto di Stabilità e Crescita, con l’introduzione di regole severe su deficit e processo di approvazione dei bilanci nazionali. Dall’interpretazione flessibile dei criteri di convergenza di deficit e debito previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997, flessibile ancorché parametrica, si passa a un vero e proprio sistema sanzionatorio per i Paesi che non rispettano i macchinosi parametri previsti.

Viene poi imposto al nostro Paese l’equilibrio di bilancio in Costituzione, che in Italia comporta la modifica, nell’inverno-primavera 2011 e 2012, dell’art. 81 della nostra Carta, in pieno governo tecnico, modifica realizzata quando presidente della Commissione bilancio della Camera era Giancarlo Giorgetti della Lega; il MES, il famoso fondo “Salva Stati”, approvato nella riunione Ecofin del 9-10 maggio 2010 e in quella del Consiglio Europeo del 25 marzo 2011, poi ratificato dal Parlamento italiano nel luglio 2012; nasce il Fiscal Compact, trattato internazionale approvato il 2 marzo, contenente le famose “regole d’oro” per le finanze pubbliche. Sempre in quel drammatico 2012, si dà avvio all’Unione Bancaria Europea, che però parte subito piena di buchi, dal momento che per colpa di una scriteriata introduzione della normativa europea nella legislazione nazionale fatta dal Governo Renzi, vede l’Italia investita da una pesante crisi dei nostri istituti di credito, che porta al fallimento di numerose banche popolari e alla crisi del Monte dei Paschi di Siena, quest’ultimo salvato in extremis dal Tesoro.

A prescindere dalla recrudescenza dell’aspetto sanzionatorio per gli Stati, l’irrigidimento del Patto di Stabilità e Crescita, previsto da Two Pack, Six Pack e Fiscal Compact, presenta la folle caratteristica di avere carattere pro-ciclico, ovvero di spiegarsi in un momento di grave crisi economica. Per dirla semplice, benzina sul fuoco, o pioggia sul bagnato.

Grande malessere, dunque: alla crisi economica, si somma l’incapacità di dare le risposte opportune. L’austerità non basta più, ma altre strade sembrano impercorribili. I leader europei cominciano così a riparlare della necessità di completare l’Unione bancaria e rimettere mano a quella del MES, resisi conto che quello allora in vigore non era altro che un grande contenitore di risorse che non serviva a nulla. Ci si accorge, inoltre, che l’Unione bancaria doveva essere completata al più presto, creando uno strumento di rafforzamento del Fondo unico di risoluzione delle crisi bancarie, noto come “common backstop” e un Fondo comune per la garanzia dei depositi bancari dell’eurozona, l’EDIS. Insomma, si cominciavano a delineare i giusti sbocchi, ma mancava la volontà politica di perseguirli con coerenza. Da sottolineare, a questo riguardo, la posizione eversiva e provocatoria della proposta dell’allora ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, che arrivava a suggerire di mettere un tetto alla possibilità per le banche dell’Eurozona di detenere titoli di Stato nazionali nei loro portafogli. Idea che avrebbe terremotato sicuramente il sistema bancario europeo, con un maxi sell-off di Btp, in particolare per le nostre banche, con conseguente collasso delle stesse e con conseguente credit crunch.

Insomma, l’Europa annaspa, persevera nell’errore, sempre più divisa tra cicale e formiche, con la Germania che nonostante il suo surplus commerciale non vuole reflazionare, in un clima di perdurante bassa crescita.

Ci prova Juncker, dal 2014 in poi, col suo piano di investimenti velleitario, che si risolve tra gli egoismi di tutti in un pugno di inutili mosche.

Il MES viene sottoposto ad un processo di riforma, e nel nostro Paese a decidere sono 3 governi (Gentiloni, Conte I, Conte II) e 3 ministri (Padoan, Tria, Gualtieri), tutti di qualità, senza particolari distinguo, senza particolari alzate di scudi.

E arriviamo così malamente al 2020, alla pandemia e alla crisi economica conseguente. E nessuno può immaginare che la tragedia, che investe il Vecchio Continente, si trasforma in un’occasione irripetibile per un cambio di rotta epocale, capace di spazzare via gli egoismi e le miopie.

Dopo gli errori e orrori del decennio precedente, infatti, l’Unione Europea, dopo un iniziale disorientamento, cambia passo e il processo di integrazione economica, finanziaria e monetaria (e speriamo politica) subisce una accelerazione senza precedenti. Motore di tutto è la cancelliera Merkel, alla guida del semestre di presidenza del Consiglio Europeo. Angela Merkel, contrariamente a Deauville, questa volta, non sbaglia un colpo. Dalle politiche rigoriste e di austerity, dai possibili Stati che possono fallire, si passa ai principi di mutualizzazione del debito e delle risorse comunitarie, almeno quelle in risposta alla crisi pandemica. È stato chiamato ‘momento Hamilton’, meglio ancora ‘momento Merkel’.

Per i paesi del Nord, soprattutto per Berlino, il debito comune cessa di essere un tabù e per la prima volta nella storia dell’Unione, viene decisa l’emissione di eurobond, ovvero di titoli di Stato emessi da una istituzione comunitaria. Non solo. Per fronteggiare le spese sanitarie dirette ed indirette della crisi nasce la linea di credito pandemica rafforzata del MES, istituita ex art. 136, comma 2 del TFUE. Con gli altri strumenti del SURE, BEI e NGUE Fund, l’Europa lancia un sistema di aiuti senza precedenti basato su quattro pilastri finanziari, che rappresenta il bazooka fiscale dell’Unione.

Il piano di ricostruzione europeo trova così la sua copertura finanziaria, costruita su un sistema di trasferimenti a fondo perduto e prestiti.

Cambia l’Europa, che diventa, come d’incanto, più solidale, più federale, più proiettata nel futuro. Fino al Consiglio Europeo del 10 dicembre 2020, nel quale la cancelliera Merkel si impone di chiudere la partita, riuscendo a piegare le ultime resistenze sovraniste di Ungheria e Polonia sul bilancio comunitario e la riforma delle risorse proprie e a far approvare il Recovery Fund, con i suoi 750 miliardi di euro suddivisi tra grants e loans. 209 miliardi dei quali destinati all’Italia. Nella riunione, tutti i capi di Stato danno il loro consenso. Il grande Piano Marshall europeo potrà così partire dal 2021. Un trionfo personale per la cancelliera, che segna un cambio di rotta per tutta l’Europa.

I fatti, certamente, si sono svolti drammaticamente nell’ultimo anno. Ma questo è lo stile dell’Europa che dà il meglio di sé sempre quando è nei pressi del baratro. Qualcuno è riuscito a stare al passo dei cambi di paradigma e decisioni, della nuova visione sul futuro, altri no. Tra coloro che non hanno capito, purtroppo, o non hanno voluto capire per ragioni di consenso interno, ci sono i sovranisti di casa nostra, che quegli strumenti finanziari e solidali e quella nuova Europa hanno osteggiato strenuamente, sin dall’inizio. Ferocemente contro Ursula Von Der Leyen, contro l’Unione bancaria, strenuamente contro il nuovo Trattato MES, contro il Mes pandemico, contro il NGUE Fund, contro l’euro. In definitiva, contro l’Europa. Sbandierando un vaneggiato spirito nazionalista e sovranista, ma nell’incapacità di capire che proprio questo andava contro gli interessi del Paese.

Che lezioni possiamo trarre da tutta questa storia ricostruita per sommi capi? Forse in molti non saranno d’accordo con queste conclusioni, ma a noi pare che la Germania, consapevole dei suoi errori passati, abbia saputo e avuto il coraggio di cambiare rotta, dagli errori egemonici di quella passeggiata a Deauville (18 ottobre 2010), ai feroci sorrisi contro Berlusconi e il suo Governo, sempre assieme a Sarkozy del 23 ottobre 2011, al trionfo solidale del Consiglio Europeo del 10 dicembre 2020.

I nostri sovranisti, invece, si sono posti fuori da questa straordinaria evoluzione, continuando ad andare “contra ventum”. Ottusamente abbarbicati sulla loro arcaica ideologia degli Stati nazione, dell’egoismo provinciale, senza capire che il momento era cambiato e che l’Europa stava cambiando.

Certamente, non è che i nuovi poteri dell’Europa faranno venire meno le responsabilità degli Stati, anzi. Con il nuovo MES, e il suo salva banche, è più alta la responsabilità degli Stati nazionali, coerentemente con la nuova cornice federale.

La politica dell’irresponsabilità, come le idee senza senso di cancellare parte dei debiti nazionali, a lungo andare crea due categorie di cittadini, in prospettiva: chi si salva perché ha gli strumenti per restare agganciato al treno europeo, e chi affoga nell’inevitabile default nazionale, economico e morale, che all’irresponsabilità necessariamente segue.

Nella consapevolezza che solo la politica degli investimenti, anticipata dal piano incompiuto Juncker e culminata nel New Deal del NGUE, è in grado di creare sviluppo e completare le 4 Unioni sulle quali l’Europa moderna è basata. Senza sviluppo nessuna austerità ha senso, e il debito rimane soltanto una colpa. Prima ne prendiamo atto, meglio è. In ogni caso, con il 10 dicembre 2020, è finalmente iniziato il nuovo millennio, con buona pace del calendario.