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ECONOMIA. S’ode il boato di una nuova tragica crisi finanziaria che sta cascando su tutta Europa. Non c’è tempo da perdere. Le politiche economiche che Renzi deve applicare in Italia e imporre a Bruxelles per salvarci tutti. Diagnosi e terapia

 

rENZI

Mentre la politica italiana discute, si dilania e si spacca sulle riforme istituzionali, gli avvertimenti dei mercati diventano sempre più frequenti e più pesanti. Borse giù e spread su. Almeno 5 i fattori:

  1. 1.    la crisi del Banco Espirito Santo scopre i punti deboli del sistema bancario portoghese;
  2. 2.    in Bulgaria è corsa agli sportelli della Banca Centrale Commerciale e della First Investment Bank;
  3. 3.    il bollettino della Bce prevede “Una ripresa molto graduale in Europa nel secondo trimestre 2014 e rischio di revisioni a ribasso delle stime in tutti i paesi dell’eurozona”;
  4. 4.    i dati macroeconomici relativi all’Italia sono disarmanti e, per dirla con il Centro Studi Confindustria: “Si riducono le possibilità che la chiusura del 2014 rispetti le previsioni del governo di un Pil in crescita dello 0,8%”;
  5. 5.    la Federal Reserve ha annunciato per dopo l’estate la fine del Quantitative easing. Evento che i mercati hanno già cominciato a scontare.

Cos’altro deve succedere per far suonare l’allarme in Europa? Stiamo raccogliendo oggi i frutti amari delle politiche economiche sbagliate imposte ai paesi dell’Eurozona dalla Germania di Angela Merkel negli ultimi 5 anni. E le economie nazionali non sono pronte per affrontare un altro ciclo di speculazione finanziaria e di crisi.

L’unico Stato che riesce a trarre vantaggio da questa situazione catastrofica è, ancora una volta, quello tedesco, che vede i tassi di interesse sui Bund tornare ai livelli minimi dell’estate del 2012, intorno allo zero. È di fatto ricominciata la corsa ai titoli del debito pubblico tedesco, considerati bene rifugio. Non è un buon segnale: sappiamo tutti come è andata a finire 2 anni fa.

Che fare, allora, perché la storia non si ripeta? Innanzitutto agire tempestivamente.

A LIVELLO EUROPEO:
  • sulla Banca Centrale Europea, che deve cambiare il suo Statuto per poter attuare una politica monetaria più espansiva;
  • sulle altre istituzioni europee (Consiglio, Commissione e Eurogruppo) affinché, anche in occasione del rinnovo dei propri rappresentanti:
  • portino a termine le 4 unioni: bancaria, politica, economica e di bilancio;
  • avviino un processo di mutualizzazione del debito pubblico europeo attraverso l’emissione di Eurobond/Union Bond;
  • stimolino tutti gli Stati membri a un processo di riforme strutturali, dei cui effetti positivi beneficiano non solo i singoli Stati al loro interno, ma l’Eurozona nel suo complesso;
  • in particolare, chiedano alla Germania di reflazionare, vale a dire aumentare la domanda interna, quindi i consumi, gli investimenti, i salari, le importazioni e, di conseguenza, la crescita, per il proprio paese e per gli altri paesi.
  • sulla Banca europea degli investimenti, che deve essere ricapitalizzata per l’emissione di Project bond finalizzati a finanziare investimenti specifici in ricerca e infrastrutture.
IN ITALIA:
  • una vera riforma fiscale che preveda, per esempio, una aliquota unica per tutti i contribuenti, semplificando il sistema, riducendo la pressione fiscale e, allo stesso tempo, aumentando il gettito per lo Stato attraverso il recupero dell’evasione;
  • la riduzione delle tasse sulla casa che, triplicate nel 2014 rispetto al 2011 hanno causato il crollo del mercato immobiliare e di un settore, quello edile, fondamentale per l’economia;
  • una vera riforma del mercato del lavoro, che aumenti la produttività del lavoro e di tutti i fattori produttivi, favorendo la competitività del “sistema Italia”.

Caro Presidente Renzi, senza crescita e con il rischio di una esplosione estiva della crisi, inutile insistere con l’Europa per avere flessibilità per l’Italia, che tra l’altro non è credibile in questa richiesta perché non riesce a usare neanche i margini che le sono già stati riconosciuti (es. per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, per il contrasto alla disoccupazione giovanile e come fondi strutturali).

Fa’, piuttosto, quello che un leader che vuole essere leader continentale deve fare. L’elenco te lo abbiamo fornito, basta solo realizzarlo.

BOX 1 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’EUROPA
  • Unione bancaria, nelle sue quattro componenti: un fondo comune di garanzia sui depositi; un sistema unico di sorveglianza sugli istituti di credito affidato alla Bce; una regolamentazione comune per i fallimenti bancari; l’istituzione di un’agenzia europea di rating del credito;
  • Unione economica, attraverso l’attivazione immediata di Project bond, Eurobond e Stability bond;
  • Unione fiscale, che preveda controlli uniformi delle politiche di bilancio dei singoli Stati e l’armonizzazione delle politiche economiche;
  • Unione politica, con il relativo rafforzamento del quadro istituzionale attuale e l’elezione diretta del presidente della Commissione europea;
  • Euro bond, Union bond, Stability bond, Project bond;
  • Attribuzione alla Banca Centrale Europea del ruolo di prestatore di ultima istanza. Perché l’Europa ha bisogno di una Banca centrale, con poteri analoghi a quelli della Federal Reserve e delle altre principali banche centrali mondiali, che guardi all’occupazione e alla crescita;
    • Revisione dei Trattati e dei Regolamenti (Fiscal Compact, Six Pack e Two Pack) sottoscritti con la pressione politico-psicologica della crisi;
  • Richiesta all’Europa di riattribuire all’Italia le risorse che ogni anno vengono versate in più rispetto a quelle che ci vengono assegnate attraverso i fondi strutturali.
BOX 2 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: TFR

Il Tfr (trattamento di fine rapporto), che è parte integrante della retribuzione dei lavoratori, ma non è a loro disposizione.

Si tratta di una misura che ha effetti immediati tanto dal lato delle imprese quanto dal lato delle famiglie. Non comporta inoltre nuovi esborsi da parte dello Stato, che influiscono sul deficit pubblico (come nel caso del bonus fiscale di Renzi).

Proponiamo quindi:

  • di riportare nelle casse delle aziende con più di 50 dipendenti la quota di Tfr non utilizzata per la previdenza complementare (attualmente accantonata presso l’Inps);

 

  • che tutti i lavoratori possano reclamare, in costanza di rapporto di lavoro e senza doverla giustificare, una anticipazione fino al 100% del proprio Tfr.

 

Per approfondire sui IL TFR COME VOLANO PER

L’ECONOMIA. RIMETTIAMO IN CIRCOLO 6 MILIARDI

DI EURO leggi le Slide 709

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Misure in grado di fornire liquidità a imprese e lavoratori, per un valore di circa 6 milioni di euro: un vero e proprio volano per la nostra economia.

 

BOX 3 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: FLAT TAX

In Italia, la Flat tax è stata proposta per la prima volta da Forza Italia nel 1994. Lanciata inizialmente per gli Stati Uniti da Milton Friedman, in una conferenza tenuta a Claremont College in California, essa fu sviluppata e approfondita dagli economisti della Stanford University Robert E. Hall, Alvin Rabushka e Kurt Leube.

Un ambiente economico caratterizzato da un sistema fiscale “leggero” è foriero di crescita ed investimenti a lungo termine e, quindi, di maggiori risorse fiscali.

Al contrario, l’elevata tassazione, soprattutto sugli scaglioni più elevati, comporta effetti distorsivi nelle scelte allocative del lavoro e del capitale (elusione ed evasione). Rappresenta, inoltre, un fattore “demotivante”, per cui ci sono fasce di reddito raggiunte le quali non conviene più lavorare, onde evitare che, applicandosi sul maggior ricavo un’aliquota più alta, esso sia interamente annullato dalle maggiori tasse che si devono pagare.

Quando si parla di un sistema fiscale di tipo flat, si intende un sistema che adotta una aliquota fiscale unica, uguale per qualunque livello di reddito, che riconosce tuttavia una deduzione personale a tutti i contribuenti (tutte le altre Tax expenditures sono eliminate), tale da rendere il sistema progressivo, secondo il dettato della nostra Costituzione.

 

I vantaggi della Flat tax:

  • semplicità;
  • efficienza;
  • meno evasione ed elusione fiscale;
  • economicità;

Per approfondire sulla FLAT TAX

leggi le Slide 711-712

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benefici per i conti pubblici.

BOX 4 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: NEW DEAL
A

l di là dei contenuti scarsi, e della brutta fine che ha fatto, il Jobs Act di Renzi ha avuto un merito: aprire la discussione sul tema del lavoro. Tuttavia, ricordiamo che il lavoro è una derivata, che dipende, cioè, dalla crescita economica. Se, poi, le regole del lavoro sono efficienti, flessibili, meritocratiche e trasparenti un punto di crescita economica in più porta con sé la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre se le regole del mercato del lavoro sono rigide, desuete e inefficienti, ci vuole molta crescita per produrre occupazione (è il concetto di “elasticità” del lavoro rispetto alla crescita).

In momenti storici di crisi grave come quella attuale, pertanto, non basta rivedere le regole del mercato del lavoro. Serve uno shock economico. Serve uno shock perché la nostra economia e il nostro tessuto sociale hanno subito una guerra. Cinque-sei anni di guerra finanziaria-speculativa che abbiamo perso. E adesso servono medicine, medicine forti: rooseveltiane, keynesiane, neokeynesiane. New Deal: nuovo corso.

 

In momenti come questo le regole vanno spezzate, vanno rotte. Dopo la grave crisi del 1929 Roosevelt fece proprio questo: cambiò le regole. Ebbe il mondo contro, ma andò avanti lo stesso. Dopo anni la Corte suprema degli Stati Uniti diede ragione a chi aveva fatto ricorso contro l’interferenza del governo federale su materia di competenza dei governi dei singoli Stati federati, ma intanto, il keynesismo di fatto (i lavori) erano stati fatti e lo shock c’era stato. I nostri governanti dovrebbero riflettere su questo punto. E prendere esempio.

 

 

 

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NEW DEAL

 

 

 

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KEYNESISMO

 

 

 

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ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO

 

 

 

 

 

 

BOX 5 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: LA MANOVRA-CHOC PER TORNARE A CRESCERE. 40 MILIARDI DI TASSE IN MENO. LA POLITICA ECONOMICA DELLA LIBERTÀ (Daniele Capezzone)

Inutile girarci intorno: le cose non vanno affatto bene per l’economia italiana. Tra mille autocritiche che Forza Italia può essere chiamata a fare,

non vi è certamente quella relativa all’analisi economica di fondo, che abbiamo pienamente azzeccato sin dalla campagna elettorale del 2013.

E qual era quell’analisi, tuttora pienamente valida, a mio avviso? Era ed è la necessità di una terapia d’urto, di una frustata in positivo, di una scossa forte per l’economia italiana, lontana anni luce dalla logica della mera gestione dell’esistente, dal metodo delle aspirine e delle tisane, o di qualche blando antidolorifico. Sta di fatto che i governi di questi anni, qualunque sia stato il loro segno e colore, non hanno saputo, voluto o potuto mettere in campo una svolta di questo tipo.

Si rende dunque necessaria una proposta complessiva, che ha il carattere di una manovra- choc per quella che mi piace chiamare la politica economica della libertà.

A mio avviso, è su questo che Forza Italia e il centrodestra dovranno basare la loro proposta: proposta all’elettorato, se vi saranno elezioni politiche a breve; e intanto proposta a qualunque interlocutore sociale e politico, da qui al momento del voto.

Sfondare il limite del 3% per un forte taglio di tasse, accompagnato da un correlato taglio della spesa pubblica e da vere riforme strutturali.

È questa la via attraverso cui Forza Italia e il centrodestra potranno a mio avviso riprendere l’interlocuzione con gli elettori italiani, con i ceti produttivi, offrendo il respiro e la visione di una proposta complessiva di limpida impronta liberale e pro-crescita”.

 

DANIELE CAPEZZONE

BOX 6 – IL COLMO PER RENZI. IL WALL STREET JOURNAL GLI RIMPROVERA LA LENTEZZA. E NE PORTA LE PROVE (Stephen Fidler – Wall Street Journal)

È

 improbabile che la nuova Commissione Europea concederà all’Italia tutte le concessioni che sta chiedendo sulle regole fiscali.

 

 

Il problema, dal punto di vista di Renzi, è che i leader europei hanno detto chiaramente che non hanno voglia di cambiare il Patto di stabilità e crescita. E la flessibilità è quella già scritta in esso. Dal punto di vista tedesco (decisivo), l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno ora – dato il rapporto debito/Pil al 133% – è aumentare ulteriormente il debito.

Il Patto di Stabilità e Crescita permette qualche forma di flessibilità di bilancio subordinata agli sforzi compiuti sulle riforme strutturali. Ma è disponibile soltanto per le riforme che hanno “un impatto positivo e verificabile sulla sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche”. E soltanto dopo che queste sono state intraprese, non prima.

Non solo lo sforzo riformista italiano è stato più lento di quanto vorrebbe Bruxelles, ma molte delle leggi che sono state approvate, per esempio quelle che modificano il mercato del lavoro e dei prodotti, non sono state implementate.

Il signor Renzi vuole anche che le spese per investimenti indirizzati alla crescita vengano esclusi dal patto. Siim Kallas, nella posizione di commissario europeo agli affari economici, ha già respinto l’idea: “le spese sono spese; il debito è debito” – ha detto.

Non sono soltanto la dura Germania e i suoi alleati settentrionali ad opporsi alla campagna per la flessibilità: anche i governi di Spagna e Portogallo – che hanno implementato, sotto la Troika, quelle riforme che Italia e Francia invece non hanno fatto – non vogliono che le regole di bilancio vengano liberamente interpretate.

“Il signor Renzi ha calcato troppo la mano”, ha affermato un funzionario di Bruxelles. Ha già sperperato tutto il suo capitale politico e ciò che può ricavare ora sono solo noccioline.

BOX 7 –  I MERCATI IN ALLARME, PAURA DI UN’EUROCRISI. LA TERAPIA D’EMERGENZA NON STA FUNZIONANDO. RAMPINI SU “REPUBBLICA” SI SVEGLIA E SCOPRE QUANTO RIPETIAMO DA ANNI. SI VEDA “IL GRANDE IMBROGLIO 1-2-3” E IL LIBRO SUL “COMPLOTTO” DI BRUNETTA (Federico Rampini – la Repubblica)

B

ce e Fed, le due ricette. Le ultime mosse della Banca centrale europea al di sotto degli interventi attuati in cinque anni negli Usa. Si scatena la corsa ai Bund tedeschi, ormai non rendono niente ma garantiscono la sicurezza del capitale.

Quando i risparmiatori sono pronti a prestare alla Repubblica federale tedesca per due anni, senza chiedere interesso, si separano dai propri soldi, li prestano a uno Stato (sia pure solido e affidabile), sono disposti a recuperarli solo due anni dopo, e senza averci guadagnato proprio nulla. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Le crisi europee arrivano d’estate: 2011, 2012, e adesso 2014?

Il minimo storico segnato in questi giorni dai titoli di Stato tedeschi ci riporta indietro quasi ai livelli della primavera/ estate 2012, uno dei momenti più terribili per l’eurozona, quando diversi paesi della periferia sembravano sull’orlo della bancarotta. Ora non c’è all’orizzonte il default di uno Stato sovrano.

La notizia che ieri ha diffuso paura sui mercati globali: il possibile crac di una banca portoghese, l’Espirito Santo. Ma davvero? Stiamo parlando di una piccola banca in un piccolo paese, come può trascinare al ribasso le Borse da New York a Shanghai?

In realtà i guai dell’Espirito Santo sono poca cosa, l’albero che nasconde la foresta, o forse un pretesto: dietro c’è una crisi ben più profonda che avvolge l’economia reale dell’eurozona. Qui le dimensioni cambiano: si tratta di un colosso di stazza pari all’America e alla Cina.

Chi s’illudeva che i recenti aggiustamenti di politica monetaria della Bce, più i vaghi accenni di maggiore flessibilità nell’austerity merkeliana, avessero generato la svolta della ripresa, ora si ricrede.

  • Cade la produzione industriale in Francia e Italia, seconda e terza economia dell’eurozona, e cade anche in Olanda, l’allievo esemplare del maestro tedesco.
  • La crescita tedesca rallenta pure lei, perché frenata da quel che accade nei paesi vicini.
  • L’inflazione resta inchiodata allo 0,5% cioè vicina alla soglia della deflazione che è una malattia mortale: genera sfiducia, paralizza consumi e investimenti, aumenta il peso dei debiti.
  • I tassi tedeschi crollano perché la paura fa scattare la corsa verso il bene rifugio. Il Bund, per l’appunto. Quando tutti vogliono comprare il titolo di Stato tedesco, il suo prezzo sale e i rendimenti scendono. Fino allo zero assoluto.

Non sta funzionando dunque quella terapia d’emergenza che la Bce ha avviato, a base di credito gratis e promesse di finanziamenti alle piccole imprese.

Si conferma quel che sostengono da tempo gli osservatori più critici, da Paul Krugman all’istituto Bruegel di Bruxelles fino agli economisti italiani de LaVoce. info: Mario Draghi ha agito troppo tardi e ha fatto ancora troppo poco. Anche le ultime mosse della Bce restano al di sotto di quelle terapie d’emergenza che per cinque anni consecutivi la Federal Reserve americana ha usato con spregiudicatezza per rianimare la crescita.

La prova: l’euro continua a viaggiare su una parità fra 1,35 e 1,37 dollari. «Una folle sopravvalutazione», l’ha definita il chief executive di Airbus che ogni giorno deve fare i conti con i suoi concorrenti della Boeing che fatturano in dollari svalutati. Come peraltro tante imprese esportatrici italiane o francesi, strangolate da un euro troppo forte, funzionale solo ai livelli di competitività dell’industria tedesca. «L’euro forte è una delle grandi perversioni post-crisi del 2007», riconosce anche il Financial Times.

Nel frattempo maturano cambiamenti anche nella politica monetaria americana. Quella sì, vittoriosa, visto che ha generato cinque anni di crescita. Ora la Fed può permettersi il suo “disarmo”. A ottobre cesserà i suoi acquisti di bond sui mercati, quella “pompa della liquidità” con cui ha inondato di dollari l’economia reale.

Dopo cinque mesi in cui la creazione netta di nuovi posti di lavoro è stata superiore ai 200.000 al mese, i segnali che la ripresa è solida ci sono tutti. I mercati stanno anticipando un rialzo dei tassi americani, evento dalle conseguenze formidabili perché farà scendere il valore di una montagna di bond accumulati nei portafogli delle famiglie e delle banche.

Tuttavia la presidente della Fed invita a non precipitare i tempi. Si rifiuta di usare l’arma dei tassi d’interesse per “bucare” le bolle speculative di alcune categorie d’investimenti (azioni e immobili).

La Yellen rappresenta una novità vera nel panorama dei banchieri centrali. E’ una economista di sinistra, convinta che si può e si deve fare ancora molto per guarire i traumi sociali dell’ultima recessione.

Non si accontenta del calo costante del tasso di disoccupazione. Vuol veder salire anche i salari. Vuol vedere ritornare sul mercato del lavoro quei disoccupati scoraggiati che erano scomparsi dalle statistiche. Per questo vorrebbe mantenere il tasso direttivo della Fed a quota zero ancora per un altro anno, almeno, cioè fino all’autunno 2015.

Un gioco serrato e pericoloso si sta svolgendo in questi giorni, fra i grandi investitori che anticipano le mosse future della Fed, e spingono al rialzo i tassi.

Può essere questo l’inizio della fine di “The Boom of Everything”, come il New York Times ha definito il lungo rialzo nel valore di Borse, bond, immobili. Quel “boom di tutto” ha avuto il suo epicentro in America.

Poiché la legge di gravità impone che almeno alcuni mercati comincino a scendere, gli investitori Usa sono alla ricerca di un pretesto, di un detonatore negativo, per dare il via alle vendite. Forse lo hanno trovato. Come fonte di notizie pessime, l’eurozona riesce a non deludere quasi mai, da cinque anni in qua.

 

BOX 8 –  LA MACCHINA DELLE RIFORME ECONOMICO-SOCIALI DEL GOVERNO È IMBALLATA. IL FLOP È ALLE PORTE. TROPPI DILETTANTI ALLO SBARAGLIO, PRIVI DI AUTOIRONIA. RIPERCORRIAMO CON L’EVIDENZIATORE  LA DURA ANALISI DI LUCA RICOLFI, SCOPRENDO CHE C’ERA E C’È GIÀ TUTTO NEL NOSTRO FACT-CHECKING (Luca Ricolfi – Panorama)

C

entocinquanta giorni non sono tantissimi per giudicare un governo, però sono già largamente oltre il limite della cosiddetta «luna di miele»: quei 100 giorni iniziali in cui l’opinione pubblica è più benevola con i governi neonati.

Li ha sfruttati bene, Matteo Renzi, questi primi mesi del suo mandato? Dipende dai punti di vista.

Se assumiamo il punto di vista del Pd, la luna di miele è stata gestita in modo magistrale. Onnipresente in televisione e nei social media, attentissimo ad accreditarsi come colui che, qualsiasi cosa facesse, lo faceva «finalmente», «per la prima volta», «dopo vent’anni che aspettiamo», abile nella scelta degli 80 euro in busta paga come carta vincente per le elezioni europee, Renzi ha fatto un vero miracolo. Il Pd sembrava moribondo dopo la cura Bersani, in pochi mesi si è trovato a occupare la scena quasi da solo, visto che Beppe Grillo non è un’alternativa di governo e il centrodestra non riesce a riorganizzarsi.

Se però assumiamo un punto di vista un po’ meno unilaterale, e ci chiediamo che cosa Renzi abbia fatto, o almeno stia facendo, per modernizzare l’Italia e sbloccare l’economia, il quadro cambia drasticamente.

Con tutta la benevolenza che chiunque tenti di governare l’Italia merita, non si può non notare che la macchina delle riforme appare sostanzialmente imballata.

 

  1. 1.  È imballata sul terreno del cambiamento delle regole, ossia legge elettorale, Senato, titolo V. Qui Renzi pare non essere stato capace di cogliere l’attimo fuggente dell’accordo con Berlusconi: se avesse accelerato subito (a marzo), anziché tergiversare e mediare, gli avversari interni non avrebbero avuto il tempo di organizzare il Vietnam che ora si profila.Ma non si tratta solo di scelta dei tempi: se la resistenza antiriforme è così forte, e il numero degli oppositori è in costante aumento, è anche per ottime ragioni, prima fra tutte la bassa qualità tecnica delle proposte e la scarsa competenza dei tanti che se ne occupano. Su questo, mi spiace dirlo, c’è stato un equivoco: un  conto è dire che i «professoroni», i vari Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, nonhanno il monopolio della verità e possono benissimo essere criticati, un conto è affidare ai dilettanti una materia complessa e tecnicamente intricata come il ridisegno delle regole del gioco democratico.
  2. 2.  La macchina delle riforme è imballata anche sul terreno che più dovrebbe interessare i cittadini, quello delle riforme economico-sociali. Basti dire che, in barba alla velocità renziana, i governi Monti-Letta-Renzi hanno in sospeso qualcosa come 812 provvedimenti attuativi, di cui ben 133  generati nei primi mesi del governo Renzi.
  3. 3.  Per non parlare degli altri tasselli della politica economico-sociale.
  • Nel primo trimestre dell’anno il Pil è diminuito, e per il secondo trimestre si prevede una sostanziale stagnazione (una previsione compresa fra -0,1 e + 0,2 per cento equivale a una profezia di immobilità).
  • I famosi 80 euro in busta paga, per ora, non sembrano aver dato ai consumi la spinta che il governo si attendeva. Può darsi che questo sia dovuto al fatto che nessuno sa se il bonus sarà rinnovato anche nel 2015, ma resta il fatto che i pochi dati disponibili suggeriscono un impatto sui consumi ancora minore di quello che gli osservatori più pessimisti (quorum ego) avevano ipotizzato.
  • Quanto ai conti pubblici la situazione è piuttosto precaria.
    • Le privatizzazioni, che in teoria avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato 12 miliardi nel  2014, sono in grave affanno, a partire dalla cessione del 40 per cento di Poste italiane, che non sarà in grado di fruttare i 4-5 miliardi previsti dato il probabile rinvio al 2015.
    • La spending review di Carlo Cottarelli, che sulla carta dovrebbe garantire 17 miliardi dì risparmi nel 2015, è ancora del tutto priva dí piani operativi e, soprattutto, di obiettivi territoriali precisi (è noto che il grosso degli sprechi della pubblica amministrazione si concentra nelle regioni meridionali). Non solo, ma dei 17 miliardi di risparmi ipotizzati oltre 4 sono già impegnati a causa di scelte politiche precedenti, e non potranno quindi essere utilizzati né per nuove spese né per ridurre le tasse.
    • Il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, prima promesso «entro luglio», poi (nel salotto di Bruno Vespa) rimandato al 21 settembre, slitterà quasi certamente al 2015, come ha onestamente riconosciuto il luogotenente di Renzi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, in un’intervista di qualche tempo fa al quotidiano La Stampa.
    • E su tutte queste incertezze aleggia il fantasma dello spread: da circa un mese la tendenza dominante è al peggioramento, e nulla fa pensare che i tassi di interesse estremamente bassi che attualmente caratterizzano la zona euro siano destinati a durare ancora a lungo.

Ma quel che più colpisce, nel frenetico agitarsi di Renzi e dei suoi, è il riemergere dei più classici vizi del nostro ceto politico.

  • La politica degli annunci, innanzitutto.
  • La sovraproduzione di discorsi alati ma sostanzialmente privi di impegni precisi (un difetto che è stato immediatamente notato in Europa).
  • L’eterno rinvio delle scelte difficili.
  • Il mancato rispetto delle scadenze.
  • La frenetica produzione di leggi che devono attendere mesi, e alle volte anni, per essere applicate.
  • La stratificazione di norme su norme che si aggiungono alla selva delle norme precedenti, senza mai disboscare la giungla legislativa.
  • Il primato, nella scelta dei ministri e dei sottosegretari, della fedeltà politica sulla competenza.

Tutte cose già viste, naturalmente. Cui però oggi si aggiunge un ingrediente nuovo e stridente: la rivendicazione di un cambiamento, di una rottura radicale con il passato, di una diversità da tutti coloro che hanno preceduto l’attuale compagine di governo. È qui che Renzi e i suoi si sbagliano.

Di veramente nuovo, nel governo Renzi e nel cerchio magico dei suoi fedelissimi (o «musicanti», come li ha appena ribattezzati Eugenio Scalfari), c’è solo la loro completa mancanza di umiltà. La sicurezza con cui maneggiano problemi che, a chiunque li abbia studiati, farebbero tremare le vene e i polsi, è l’indizio più sicuro che siamo ormai entrati in una nuova era.

Un’era che Marianna Madia inaugurò qualche anno fa quando, paracadutata da Walter Veltroni in Parlamento, ebbe a dichiarare che metteva la sua inesperienza al servizio del Paese. Con una differenza, però: nelle parole di Marianna si poteva avvertire una punta di autoironia, una leggerezza che poteva farle apparire innocue; mentre in quelle di Renzi e dei suoi, sempre pronti a proclamare il cambiamento e a squalificare ogni dissenso, di autoironia non se ne avverte un grammo.