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ACHTUNG ACT! Il Totem numero 18 è risorto e lotta contro l’Italia. Ieri Renzi smentisce se stesso e reintroduce il reintegro obbligatorio per i licenziamenti disciplinari

 

Renzi

Una postilla tragica. “Per questo credo che vada superato il reintegro da sinistra lasciandolo, come è doveroso, per [i casi di licenziamento] discriminatorio e disciplinare”.

Una piccola, piccolissima parola aggiunta da Matteo Renzi a quelle pronunciate solennemente in America la settimana scorsa, e confermate a Rai Tre domenica sera, e poi rinnovate su Twitter. L’articolo 18 fino a metà pomeriggio di ieri risultava un totem abbattuto e sepolto. Poi ecco l’abracadabra che lo fa risorgere, magari un po’ pallido, ma appena appena dimagrito.

C’è la reintegra per i licenziamenti non solo discriminatori ma anche per quelli “disciplinari”. Cioè tutti.

Il mago Renzi insomma ha colpito ancora. I giornalini e i Tg mostrano di essersela bevuta come uno sciroppo innocuo, quella aggiuntarella. Sottolineano il trionfo del leader fiorentino alla direzione del Partito democratico, le lamentele recriminatorie di D’Alema e Bersani: tutto vero. Però nella sostanza, il compromesso c’è stato, la linea del Piave rotta. Ha aperto la breccia di Porta Pia per i bersaglieri, cioè i bersaniani con il capello piumato. I quali piangono, si stracciano le vesti. Ma più che la loro stizza, ci colpisce la soddisfazione della Camusso, la sua dichiarata “tranquillità”: brutto segno. E’ il prezzo che Renzi ha pagato – bisogna riconoscerlo – non sottobanco, ma con un abile gioco di veli e di dico-non-dico, ad un ammorbidimento della Cgil. Ed è la rinuncia a una riforma davvero liberale. In fondo si ferma alle belle intenzioni della Fornero, naufragate malamente nella sostanza giuridica. Ma qui sbaglia i calcoli. Chieda in giro: se dai un dito alla Cgil, ti prende tutto il braccio.

Insomma, lo diciamo con amarezza, pronti a ricrederci se ci sarà spiegato dal medesimo Renzi dove ci stiamo sbagliando: ma il premier liberale si è rivelato un segretario del Pd in fin dei conti conservatore. Certo, non ha rinunciato a far scoppiare petardi tra i piedi della sinistra comunista, tanto per far capire chi comanda, ma poi, al solito, tanto tuonò che non piovve proprio.

Prima di verificare però che non è caduto nulla dalle nere nuvole delle chiacchiere, siamo certi che ci avrà di nuovo rintronati con una nuova batteria di tuoni sulle tasse, sulla giustizia. E non piove mai. Fa bollire l’acqua, ma non butta mai la pasta; si mette subito a riscaldare un’altra pentola. E il popolo resta preda della fame di riforme che mettono in fuga la crisi, alla quale le belle frasi ben tornite da Renzi fanno l’effetto delle carezze sulle pinne dello squalo: gli consentono di affilare meglio i denti.

Siamo – vorremmo sbagliarci, domandiamo umilmente di essere smentiti – alla ripetizione compulsiva delle promesse ciclopiche cui corrisponde solo un lieve formicolio nella vita reale delle persone.

Scriviamo queste parole anche ammirati dalla abilità acrobatica di Renzi. Qui ripetiamo per farci capire meglio. Questo minuscolo addendum è un passe-partout per i giudici che resteranno i protagonisti assoluti nelle questioni dei rapporti di lavoro. E terrà vivo lo spauracchio che allontana le imprese straniere e gli investimenti di quelle italiane.

Noi ci ostiniamo a chiedere a Renzi un rinsavimento operoso. Ci ripensi. Rimetta a posto gli argini. Noi così dovremo dire di ‘no’ a un Jobs Act che risulta alla fine essere il solito Italian Job, nel senso spregiativo con cui gli anglosassoni e a Bruxelles giudicano l’ammoina della concertazione italica.