La guerra di Matteo rischia di essere ben più cruenta di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Quel suo gusto per l’eccesso e le esternazioni, a volte improvvide – si veda l’ultima presa di distanza di Massimo D’Alema sui “burocrati di Bruxelles” – lo porta a combattere su due fronti. Con un esercito che non ha certo la potenza di fuoco dei suoi avversari. Ed una determinazione di questi ultimi che non lascia ben sperare.
L’ha ribadito, con durezza, ancora una volta Jean Claude Juncker: ”Non ci saranno più attacchi alla Commissione ai quali non reagirò. Non sono un tipo che si trattiene. Bisogna che tutti lo sappiano. Dirò ogni volta quello che è necessario”. Il riferimento era più nei confronti di Matteo Renzi che di Cameron, per il quale una certa comprensione è stata manifestata. “E’ quest’ultimo che ha problemi con gli altri premier’”. Come dire: è comprensibile lo stress che il leader inglese sta vivendo.
Ciò che urta la diplomazia europea non è solo la mancanza di tatto. Le condizioni dell’economia italiana sono quelle che sono. La sua crisi è enormemente complicata da un quadro europeo dominato dagli interessi tedeschi e dall’incapacità di Angela Merkel di ragionare come un leader europeo.
In grado di coniugare gli interessi del proprio Paese, con una visione più generale. La differenza che intercorre tra una posizione di leadership – o, se si preferisce, di “egemonia” – rispetto alla pura e semplice supremazia. Il bel libro di Brendan Simms: “Europe: The Struggle for Supremacy, 1453 to the Present”.
Ma poi vi sono le sue debolezze antiche, dovute ad un atteggiamento, culturale ancor prima che politico, che hanno creato una vera e propria cesura con il resto del mondo occidentale. Retaggio postumo di quella terra di frontiera che l’Italia è stata nel corso della lunga “guerra fredda” e le divisioni di Yalta.
Quella mancata rivoluzione liberale, dovuta alle resistenze incontrate negli anni passati per ogni incisiva azione di modernizzazione dello Stato e della società, l’ha progressivamente emarginata. Ed ora i segni devastanti di quella fase si ritrovano nel suo debole sviluppo economico, nel suo dissesto finanziario, nel grande spreco di risorse non solo economiche, ma umane.
A partire da un tasso di disoccupazione, specie giovanile, che rischia di perdurare per chissà quanto tempo ancora.
Matteo Renzi non sembra aver colto l’essenza profonda di queste contraddizioni. Altro che “politica di destra”: come si rivolgono a lui i suoi stessi compagni di partito. Al contrario, egli cerca di rivitalizzare vecchie pratiche economiche essenzialmente basate sul tiraggio della spesa pubblica, nella speranza di non dover pagare dazio. Sotto forma di maggiori imposte. Ma è su questa frontiera – il deficit di bilancio – che incontra le resistenze dei cosiddetti “burocrati” di Bruxelles.
Può sembrare una critica ingenerosa. Si può eccepire ch’egli, al tempo stesso, sta cercando di intervenire sul mercato del lavoro, per renderlo più flessibile. E contribuire ad accrescere, in questo modo, quella produttività che è il presupposto non solo della ripresa dell’economia, ma della stessa tenuta dei salari e dell’occupazione.
Ma i risultati del Jobs Act – nonostante le promesse, ancora una volta, lanciate a piene mani – non saranno dell’oggi e nemmeno del domani. Ci vorranno mesi e mesi per giungere ai decreti legislativi. Ed ancora di più per modificare quelle aspettative che sono il presupposto vero del rilancio occupazionale. Tempi lunghi, quindi, tempistica sbagliata.
Perché prima di lanciarsi nell’inconcludente puzzle delle riforme istituzionali, era all’economia che doveva pensare. Ma per farlo, in modo efficiente, doveva prima fare i conti in casa propria. Mettendo i suoi oppositori interni nell’impossibilità di nuocere o di ritardare la realizzazione di quelle riforme, ch’erano il vero passaporto per l’Europa.
L’avesse fatto, avrebbe avuto la forza necessaria per richiamare gli altri partner europei alle loro responsabilità, correndo anche il rischio di incorrere in una “procedura di infrazione” per deficit eccessivi. Con quali conseguenze? Probabilmente nulle.
I mercati sono in grado di intendere e volere. Sanno valutare la cifra delle politiche perseguite. Il semplice dato quantitativo – l’aumento del deficit di qualche decimale – diventa rilevante solo se esso è un indice della propria pochezza programmatica. Se, invece, è solo il necessario ammortizzatore sociale per compensare l’audacia dell’intervento, allora è facile prevedere la possibile risposta. Accadde così per la Germania, agli inizi del nuovo millennio.
Gerhard Schröder riformò il mercato del lavoro e ridusse il prelievo fiscale sul lavoro e sulle imprese. Lo fece in deficit, superando l’asticella del 3 per cento, con l’impegno a rientrare negli anni successivi, aumentando le imposte indirette. Fu l’inizio del grande rilancio dell’economia tedesca, che oggi tutti le invidiano.
Noi rischiamo, invece, di avere solo un drastico aumento dell’IVA, a seguito delle misure di salvaguardia, che scatteranno dal 2016, ed un’economia che non riuscirà a riprendere il sentiero dello sviluppo.