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ier Carlo Padoan deve aver avuto un sussulto di resipiscenza. Pressato dalle promesse, sparse a piene mani dal premier, era stato costretto a presentare un quadro di finanza pubblica ben più accattivante di quando non sia non sia la reale situazione dell’economia italiana. Un ottimismo dai piedi d’argilla. A partire innanzitutto dalla previsione del ritmo di crescita per il 2015. Ipotizza uno 0,6 per cento, con un salto rispetto al 2014, di circa 0,9 punti di PIL. Cosa improbabile, almeno a giudicare dai richiami di Mario Draghi, sempre più preoccupato per le sorti dell’economia dell’Eurozona. Che fanno il paio con il grido d’allarme dell’Economist di questa settimana: “the world economy weaker then it looks”. L’economia mondiale è più debole di quanto appare. Se si considera l’effetto di trascinamento della caduta che si registrerà a fine anno, quel traguardo appare lontano mille anni luce.
Dovrebbe essere conseguito – sempre secondo le indicazioni del Nuovo DEF – grazie ad un balzo in avanti della domanda interna di 1 punto di PIL? E’ credibile? Sono mesi che gli italiani risparmiano anche più del dovuto, a causa di un orizzonte che promette nulla di buono. Perché, all’improvviso, dovrebbero cambiare atteggiamento? La cosa più probabile è che questo avvenga solo dopo, e non prima, che la ripresa abbia preso consistenza. Semplice buon senso: il sale di qualsiasi analisi economica. Tanto più che le previsioni sull’andamento della disoccupazione sono ancora sconcertanti. Quando è dal loro progressivo contenimento che può derivare quell’aumento dei consumi interni – si veda il deludente esito del bonus di 80 euro – sui quali il Premier Matteo Renzi conta più del dovuto.
Ma non è solo questo a preoccupare. Le entrate previste non trovano conferma negli andamenti più recenti. Nei primi otto mesi dell’anno, si sono contratte – dati del Dipartimento finanze del MEF – dello 0,4 per cento. Il Governo prevede, invece, che a fine anno aumenteranno dello 0,37 per cento. Per quali motivi? Non è dato di sapere. Lo stesso dicasi per l’andamento del debito pubblico. A luglio era ben più alto delle previsioni di fine anno, contenute nel DEF. Anche in questo caso quali sono i fattori che giustificano un repentino miglioramento?
Vi fosse almeno il conforto dell’esattezza delle precedenti previsioni. In meno di sei mesi, il Governo è stato costretto a riscrivere da capo quanto originariamente indicato. Più che di fronte ad una semplice Nota di aggiornamento – come prescrivono le leggi di contabilità – siamo di fronte ad un Nuovo DEF: riscritto da capo a fondo per correggere i clamorosi errori di previsione. Basti pensare che ad Aprile il tasso di crescita era indicato nello 0,8 per cento. Oggi più miti consigli portano ad indicare una caduta dello 0,3 per cento. Con un divario clamoroso di circa 1,1 punti di PIL. Lo scarto più alto che si registra negli ultimi tre anni.
Di fronte ad un quadro così preoccupante, quindi, il ministro dell’Economia è stato costretto a ricorrere a rimedi estremi e prevedere, nelle pieghe del bilancio, un piccolo “tesoretto” – un paio di miliardi – da utilizzare se quelle previsioni, com’è facilmente intuibile, si dimostreranno fallaci. Scelta che alimenterà discussioni all’interno del Consiglio dei ministri. Ma l’Europa incombe. Né sembra destinata a fare sconti. Ed allora ecco ricorrere ai soliti rimedi. Aumenteranno le tasse sulle imprese, già stremate dalla bassa produttività e da un carico di oneri finanziari e fiscali sempre meno sostenibili. Si parla di almeno 1 miliardo. Mentre il piccolo ristoro che dovrebbe derivare da un aumento del deficit – circa 10 o 11 miliardi – sarà compensato da micidiali clausole di salvaguardia che scatteranno già a partire dal 2016. Un ulteriore salasso di 12,6 miliardi nel 2016, 17,8 nel 2017 e 21,4 nel 2018. Con aumenti dell’IVA e delle altre imposte indirette.
Sono quindi questi dati sommari, nell’indeterminatezza della manovra – oggetto solo di anticipazioni di stampa – a mostrare il cul de sac in cui è finita l’economia e la società italiana. L’unica relativa certezza è che le spese aumenteranno, per rincorrere obiettivi che hanno poco a che fare con la soluzione di fondo dei gravi problemi nazionali. Saliranno di oltre 19 miliardi. Come finanziarli rimane ancora un indistinto nebuloso, che non lascia ben sperare. Ed allora non resta che incrociare le dita.