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on gliene va più bene una a Matteo Renzi. Più insiste sulla sua missione di voler cambiare l’Italia e più i risultati della sua azione politica effettiva sono deludenti. Questa volta a gelare l’ottimismo di maniera è intervenuta l’ISTAT.
Correggendo le stime sulla crescita del PIL pubblicate solo qualche giorno fa. Alla fine del terzo trimestre la variazione acquisita nella caduta del PIL non sarà dello 0,3, come indicato in precedenza, ma dello 0,4 per cento.
Questo significa che, a fine anno, quando avremo i dati definitivi, con ogni probabilità, il risultato finale sarà ancora peggiore. Naturalmente si può sempre sperare, come ha detto ieri il ministro dell’Economia, nel suo intervento presso l’Aula di Palazzo Madama, che il clima possa all’improvviso variare. Ma è come puntare sull’improvvisa vincita di un terno alla lotteria.
Se si resta, invece, con i piedi per terra è meglio prepararsi al peggio.
Era prevedibile? La Commissione europea, pur non volendo infierire per ovvie ragioni diplomatiche, non aveva esitato a manifestare le sue perplessità.
“Le previsioni della Commissione – aveva messo nero su bianco – indicano un leggero peggioramento dei risultati per il 2014 (-0,4 %)”. Siamo al punto di doverci augurare che almeno quel target possa essere rispettato. Perché, se così non fosse, sarebbero guai seri. Quel report è stato calibrato in modo tale da apparire il più asettico possibile, al fine di lasciare la decisione finale, circa la possibile apertura di un’eventuale “procedura d’infrazione” al prossimo Consiglio europeo del marzo 2015.
Per quella data, la stessa Commissione aggiornerà il suo giudizio al fine di fornire gli elementi di valutazione oggettiva, dalla quale far scaturire la conseguente decisione.
Gli avvertimenti, tuttavia, non sono mancati. Due sono fin da ora i parametri fuori controllo: l’andamento del deficit strutturale ed il mancato rispetto della regola del debito.
Per rientrare nel sentiero tracciato dai Trattati internazionali, occorrerebbe una manovra correttiva per il 2015 pari all’1,5% del PIL, per raggiungere l’obiettivo di medio termine, da cui a oggi l’Itallia è “ben lontana”.
Nel testo originario sorprende l’uso del termine “well above”: un accrescitivo che incorpora in sé un giudizio di valore che contraddice l’asetticità della restante parte dell’analisi. Per quanto riguarda, invece, l’andamento del debito, la stessa Commissione si limita a constatare ch’esso, invece di diminuire, crescerà ancora, raggiungendo nel 2015 il picco del 133,1 per cento, con un aumento di 2,7 punti rispetto al 2013.
Entrambe queste osservazioni, alle quali aggiungere peccati minori, come il mancato rispetto della regola della spesa – che aumenta invece di diminuire – possono trovare giustificazione nelle cosiddette “circostanze eccezionali”.
Vale a dire, per riprendere le stesse parole della Commissione nelle “eccezionalmente severe condizioni economiche (crescita negativa del PIL ed un output gap – potenziale produttivo non utilizzato ndr.– superiore al 4 per cento)”.
Tanto basta per consentire alla stessa Commissione di chiudere almeno un occhio e quindi assolvere, temporaneamente, il Governo italiano per insufficienza di prove.
Ma se a fine anno, la caduta del PIL dovesse essere superiore a quella ipotizzata – lo 0,3 per cento – quel verdetto provvisorio non potrebbe che subire un drastico peggioramento.
Nelle previsioni del Governo italiano il deficit nominale per il 2014 è indicato nel 3 per cento: il limite massimo consentito.
Risultato che potrà essere conseguito solo se la caduta del PIL sarà pari allo 0,3 per cento. Ma se fosse superiore – come già lo è – anche quel valore risulterebbe travolto ed allora sarà più difficile sperare nella clemenza della corte.
L’Italia è, quindi, come quel funambulo che compie i suoi esercizi acrobatici senza rete. Potrà anche raggiungere la sua zona di sicurezza, ma deve sperare che non vi sia la benché minima folata di vento. Se, invece, questo non dovesse accadere, non avrebbe più alcuna risorsa ulteriore a sua disposizione.
I dati definitivi sulla dinamica del PIL saranno infatti noti solo agli inizi della prossima primavera. Fuori tempo massimo per tentare qualsiasi manovra correttiva per l’anno in corso.
Ed allora non resterà altro da fare che bere fino in fondo l’amaro calice di una sconfitta annunciata.