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ECONOMIA. La Nota di aggiornamento del Def dimostra il fallimento della politica economica del governo Renzi. È Padoan a certificarlo

 

 Italy's PM Renzi talks with Finance Minister Padoan during a confidence vote at the Senate in Rome

 

L’analisi dei numeri contenuti nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei ministri il 30 settembre 2014, in ritardo di 10 giorni rispetto alla scadenza prevista dal semestre europeo (20 settembre di ogni anno), definiscono un quadro macroeconomico disastroso: la certificazione del fallimento della politica economica del governo Renzi.

1. LA (NON) CRESCITA DEL PIL: ITALIA IN RECESSIONE

Al contrario di quanto previsto nel Documento di economia e finanza presentato dal governo, appena insediatosi, ad aprile 2014, l’Italia chiude anche quest’anno in recessione.

La crescita prevista per il nostro Pil, infatti, non sarà pari al +0,8% inizialmente previsto da Renzi e Padoan, bensì a -0,3%. Il governo ha, cioè, rivisto le stime a ribasso di oltre un punto di Pil.

Tutto ciò avrà un «effetto trascinamento» anche sul 2015. Il Pil per l’anno prossimo, infatti, non crescerà del +1,3% previsto dal governo ad aprile, bensì soltanto del +0,6% (se va bene).

 

2. IL RAPPORTO DEFICIT/PIL: SIAMO FUORI DAL SENTIERO EUROPEO

 

Il negativo andamento del Prodotto interno lordo ha ripercussioni anche sull’andamento del rapporto deficit/Pil nominale: non «sforeremo», come tiene a precisare il presidente del Consiglio, ma le misure dei primi 7 mesi di governo non hanno contribuito a migliorare lo stato dei conti pubblici italiani.

Anzi, il rapporto deficit/Pil nominale, previsto a -2,6% ad aprile 2014, peggiora fino ad attestarsi al -3%: è l’effetto dei provvedimenti «clientelari» voluti da Renzi per ottenere quel consenso che non ha avuto dalle urne, che dovevano essere finanziati da tagli di spesa ad oggi ancora non realizzati (leggi: provvedimenti senza copertura, quindi in deficit, che, infatti, è aumentato).

Ancora peggio il dato strutturale, vale a dire il rapporto deficit/Pil calcolato al netto degli effetti del ciclo economico: il governo sposta avanti ancora di un anno il pareggio di bilancio strutturale (previsto dall’articolo 81 della nostra Costituzione), dal 2016 al 2017.

Si segnala, a tal proposito, che la Commissione europea aveva già espresso un giudizio non favorevole sul precedente rinvio di un anno, dal 2015 al 2016, del pareggio di bilancio strutturale, contenuto nel Def di aprile. Ma il governo Renzi ha ritenuto opportuno andare ancora oltre, non curandosi dei richiami provenienti dall’Europa ed esponendo il nostro Paese al rischio di apertura di una procedura di infrazione.

Sempre a proposito di rapporto deficit/Pil strutturale, stando al dettato del Fiscal Compact, il governo dovrebbe ridurlo ogni anno di mezzo punto di Pil, per avvicinarsi al cosiddetto «obiettivo di medio termine», ma, da quanto emerge dai dati contenuti nella Nota di aggiornamento al Def, tra il 2014 e il 2015 si limiterà a ridurlo solo dello 0,1% (a fronte dello 0,5% richiesto), esponendo anche in questo caso il nostro Paese al rischio di apertura di una procedura di infrazione.

3. DEBITO PUBBLICO ANCORA IN CRESCITA

 

Se tutto quanto sopra non bastasse, anche il rapporto debito/Pil, già ai massimi storici, crescerà, tra il 2014 e il 2015, dell’1,8% (da 131,6% a 133,4%). Terzo elemento di preoccupazione nei rapporti del nostro paese con l’Europa (stando al dettato del Fiscal compact, dal 2015 il debito pubblico dovrà ridursi del 3% all’anno).

CONCLUSIONI

 

E i mercati finanziari non staranno a guardare, tanto più in un momento in cui, da questo mese di ottobre 2014, la Federal Reserve americana porterà a conclusione il suo grande piano immissione di liquidità cominciato nel 2010.

Gli operatori finanziari, pertanto, rivedranno le proprie posizioni, e il merito di credito degli Stati diverrà sempre più centrale nelle decisioni di investimento.

Quale può essere il merito di credito di un paese che ha i conti pubblici fuori dal tracciato definito con l’Europa e che non fa le riforme? Purtroppo lo sapremo presto.