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ECONOMIA. L’annuncio degli 80 euro alle mamme e degli 800mila posti ai disoccupati di Renzi e Padoan? Promesse elettorali, false luci nel buio dei conti

 

Italy's PM Renzi talks with Finance Minister Padoan during a confidence vote at the Senate in Rome

Checché se ne dica è ancora il vecchio “contratto con gli Italiani”, che Silvio Berlusconi firmò nel salotto di Bruno Vespa, a fare scuola. Allora, era il 2001, la promessa, poi mantenuta, fu quella di creare un milione di nuovi posti di lavoro, dimezzando un tasso di disoccupazione ben minore di quello attuale. Si trattava di un impegno, all’interno di un programma più complessivo, che mirava a svegliare non solo l’economia, ma la società italiana, dal torpore alimentato dai precedenti governi di centrosinistra. Quasi tutti gli impegni assunti furono rispettati.

A distanza di più di dieci anni, la sinistra italiana ha compreso quanto fossero giuste quelle proposte, al punto ch’esse fanno parte oggi del programma di Matteo Renzi, ma c’è voluto, appunto, un tempo di maturazione incredibilmente lungo. Ed oggi, Pier Carlo Padoan, ipotizzando un incremento dell’occupazione di 800 mila unità, ci riprova. Ma in un contesto ben più drammatico che non lascia ben sperare. Quei risultati furono la conseguenza delle misure introdotte nel mercato del lavoro, sulla base degli insegnamenti di Marco Biagi. L’idea di fondo era che qualsiasi contratto, per quanto all’insegna della temporaneità, era migliore dell’inedia della disoccupazione. Sarà questa la stella polare che guiderà i decreti attuativi del Jobs Act? Nessuno è in grado di pronunciarsi. L’incertezza è totale ed il possibile sviluppo dei lavori parlamentari non sembra marciare nella direzione auspicata. Comunque non chiudiamo le porte alla speranza.

E che dire dell’ultimo annuncio di Matteo Renzi di voler corrispondere 80 euro a favore dei nuovi nati? Nella legislazione italiana esistono precedenti illustri.

A partire dal 2004 con il bonus bebè, poi trasformatosi in “Fondo nuovi nati” istituito fin dal 2009 e divenuto operativo nel 2010. Poi sostituito dall’articolo 4, comma, lettera b) della legge 92 del 2012, che concedeva un bonus di 300 euro, per sei mesi – in media 150 euro – da poter spendere per baby sitter e asili nido.

Gli stanziamenti erano, indubbiamente minori, in quanto rivolti solo a favore dei meno abbienti; ma i 500 milioni di euro, ipotizzati da Matteo Renzi, non sembrano essere sufficienti per coprire, dal punto di vista finanziario, la sua proposta. Dato l’attuale numero di nati, le risorse necessarie sono pari ad almeno il doppio: 1 miliardo, seppur differentemente scalettato, nel corso del triennio. Nuovi conti senza l’oste.

Che il problema sia quello delle risorse, risulta evidente dalla recente intervista di Yoram Gutgeld. Di fronte alle perplessità, da più parti avanzate, circa il finanziamento degli incentivi per l’occupazione, risponde candidamente: “se non bastassero, non dimentichiamoci che abbiamo messo da parte un tesoretto di tre miliardi e mezzo”. Peccato si dimentichi di aggiungere che quelle risorse rappresentano il minimo sindacale per far fronte alle richieste europee di contenere il deficit strutturale. Sempre Gutgeld spera che il tiraggio europeo possa essere minore, ma se così non fosse? Se fosse addirittura, come sembrerebbe, superiore? Dai suoi conti risulta, inoltre, che il risparmio medio aziendale per il passaggio di un contratto di lavoro da tempo determinato a indeterminato sia pari a 2.200 euro. Con un sollievo mensile di circa 170 euro. Sarà sufficiente? Dipende da come finirà la discussione sul Jobs Act. Se vi sarà una modifica sostanziale del vecchio articolo 18, l’incentivo forse funzionerà. Ma se i condizionamenti interni al Pd sono quelli preannunciati, il rischio di un flop è abbastanza evidente.

“Tanti se e tanti ma”: questa è la vera cifra della manovra ipotizzata. La sua indeterminatezza è tale da rendere difficile una qualsivoglia previsione. Da anni il Parlamento italiano è abituato a ragionare su ipotesi meno labili.

Accompagnate, a loro volta, da analisi di sensitività. Vale a dire da quell’esercizio che cerca di prevedere possibili soluzioni alternative al cambiamento di determinate variabili. Questa volta invece ha discusso del nulla, visto che il DEF era superato nel momento stesso in cui era presentato alle Camere. Eppure nonostante includesse una manovra di gran lunga meno ambiziosa, aveva sollevato perplessità e preoccupazioni da parte dei soggetti terzi – si veda l’intervento della Banca d’Italia – chiamati a valutarlo. Non resta pertanto che incrociare le dita e fare gli opportuni scongiuri. Ma è questo il metodo più saggio per impostare una strategia di politica economica?