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i vorrà del tempo per capire la reale portata della “legge di stabilità”. Le norme sono relativamente chiare, ma i loro riflessi finanziari, indispensabili per coglierne la cifra effettiva, sono disseminati in un numero particolarmente elevato di tabelle. Scritte con caratteri talmente piccoli da somigliare a quelle clausole capestro contenute in tanti contratti di assicurazione, che l’ignaro automobilista sottoscrive. Salvo trovarsi scoperto nel momento del bisogno.
Al tempo stesso le tabelle riassuntive richiedono un’attenta decodifica.
I numeri finali, infatti, sono dati da addendi che incorporano la sommatoria di cifre positive e negative. Sono semplici saldi che non fanno capire se si è di fronte ad un contenimento della spesa o a maggiori entrate. E viceversa se certi effetti positivi derivano da maggiori spese o minori entrate. L’unico dato certo è il maggior saldo netto da finanziare, pari nel 2015 a 10,656 miliardi.
Questa scarsa trasparenza spiega l’incertezza che regna sull’importo complessivo della manovra. Alcuni giornali parlano infatti di circa 30 miliardi, il Ministero dell’economia ribadisce ch’essa è, invece, pari a 36. Poi vi sono le più astruse tecnicalità: un conto è il peso della manovra sul bilancio dello Stato.
Altre sono le cifre che si riferiscono al perimetro complessivo della Pubblica amministrazione. Insomma un gran pasticcio. Che fa a pugni con la critica avanzata da Matteo Renzi alla presunta scarsa trasparenza dei conti europei.
Verrebbe da dire: un po’ di coerenza! Prima di guardare nell’orto del vicino il Governo si faccia un esame di coscienza. Guardi a quello che avviene in casa propria. E solo dopo aver fornito gli strumenti, ai comuni mortali, per capire, scagli la prima pietra contro i cattivi burocrati di Bruxelles.
L’oscurità, come un certo virtuosismo, si badi bene, è voluta. Sempre Matteo Renzi, alla kermesse della Leopolda ha ironizzato su coloro che vorrebbero mettere un gettone nell’iphone. Ed allora che dire della massa di carta – oltre 500 pagine – che accompagna il disegno di legge? In Europa si è soliti presentare le tabelle in formato elettronico. Ciò consente di effettuare, in tempo reale, le necessarie elaborazioni che servono a svelare gli arcani misteri. Perché non dà disposizioni al Ministro dell’economia affinché si adegui a questa best practice?
Troppo complicato? No, semplicemente, molto più comodo per evitare i rischi di un linguaggio trasparente.
Non era forse Don Abbondio a preferire il latino, per evitare che gli altri comprendessero?
Prendiamo il caso del bonus degli 80 euro. Esso – spiega il Ministero dell’economia – “viene conteggiato, per ragioni di classificazione statistica, come maggiore spesa anziché minori entrate. Se fosse classificato come sgravio fiscale le minori entrate diventerebbero 24,2 miliardi e le maggiori spese diventerebbero 12,0 miliardi.” Il che non solo è nascondersi dietro un dito, ma avrà, in prospettiva, effetti ben più perversi sui grandi aggregati di finanza pubblica. La scelta di considerare il bonus come una maggiore spesa sociale e non come una riduzione d’imposte, nasce da una sua contraddizione in termini.
Essendo limitato ad una sola platea di contribuenti – i lavoratori dipendenti – non può essere considerato per quello che vorrebbe essere. Vale a dire una riduzione del carico fiscale.
Per ottenere un simile risultato e non incorrere in vizi di incostituzionalità – violazione del principio di uguaglianza – doveva infatti riguardare l’intera platea dei contribuenti. Quindi lavoratori dipendenti ed autonomi e scaglioni di reddito anche superiori. Non aver voluto prendere questa misura, ad esempio riducendo le aliquote IRPEF, si è stati costretti a ricorrere a questo marchingegno. Con la conseguenza che, quando l’ISTAT, il prossimo anno, fornirà il dato della pressione fiscale complessiva, questo elemento non potrà essere conteggiato correttamente. Avremo pertanto un dato statistico che non collima con la realtà dei fatti.
Spese maggiori e maggiore pressione fiscale. Il che, in termini di trasparenza, non è proprio un bel vedere.
Come reagiranno gli investitori, non solo italiani? Dovranno ricordarsi – cosa improbabile – che quelle cifre ufficiali non sono quelle reali. E con esse il sospetto – dopo i fatti della Grecia, l’attenzione è notevole – che vi siano altri casi di discordanza.
Tutto ciò renderà ancor meno leggibili i conti pubblici italiani, rafforzando dubbi e prese di distanza. Si può rimediare? Certo, ma solo mettendo al bando le piccole furbizie.
Abbiamo bisogno di semplificazioni e non di ulteriori complicazioni burocratiche. Quel facile bersaglio che Matteo Renzi dice di voler colpire, contraddicendosi un giorno si e l’altro pure.