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’ultimo documento della Commissione europea – Italy: review of progress on policy measures relevant for the correction of macroeconomic imbalance (Italia: monitoraggio delle principali misure politiche per la correzione degli squilibri macroeconomici) sembra essere la traduzione in inglese di molte pagine de “Il Mattinale”.
Senza voler riassumere le 28 pagine di analisi puntuali, dense di grafici tabelle ed un fact-checking (anch’esso novità rilevante della nostra pubblicazione), basta andare all’ Executive summary per averne contezza. Il quadro previsionale coincide con le nostre più volte esternate preoccupazioni: “dopo la caduta dell’1,9 per cento del 2013 – scrive la Commissione – la crescita del PIL italiano è destinata a rimanere negativa nel 2014, ed una minor ed incerta ripresa è prevista in prospettiva”. Drammatica la situazione dell’occupazione: “nessun segno di ripresa ed un tasso di disoccupazione che eccede il 12 per cento nel 2014”.
L’esigenza delle necessarie riforme è più avvertita, ma il percorso avviato rimane uneven (irregolare). La loro realizzazione è await (in attesa) della piena adozione o dell’ulteriore implementazione dei necessari decreti. Ragione per la quale gli outcomes (i risultati) rimangono incerti. Particolarmente significativi sono quelli che riguardano la spending review. Strumento principe per il finanziamento delle misure che dovranno essere prese nei prossimi anni. Il relativo programma è lagging (in ritardo) rispetto a quello originariamente impostato nel 2013. Non solo, ma i cambiamenti che si sono verificati nel relativo approccio “may lower the quality of the cuts”. Può abbassare la qualità dei tagli previsti. Le nostre critiche alla filosofia dei tagli lineari, dopo le dimissioni obbligate di Carlo Cottarelli e l’abbandono del suo metodo analitico. I “tagli – disse Matteo Renzi – non li fanno i tecnici, ma li decidiamo noi”. Il piano delle privatizzazioni – altra critica ricorrente nelle pagine de “Il Mattinale” – “has incurred a delay”. Ha subito un forte ritardo.
Nel dettaglio delle analisi, relative alle singole misure assunte, il giudizio non muta. Il Jobs Act, “which contains promising measures to address segmentation, increase exit flexibility and foster participation” (che contiene misure rivolte a contenere la segmentazione, accrescere la flessibilità in uscita e favorire la partecipazione ) – quante volte lo abbiamo scritto – si spera sia adottato entro la fine del 2014.
Più una speranza che non una certezza. Dovremo poi attendere i decreti legislativi di attuazione e l’inevitabile barrage, da parte delle forze più conservatrici italiane. A causa della indeterminatezza logica della norma di delega. Non si dimentichi che il testo approvato dal Senato contiene una cosa non scritta. Vale a dire l’inserimento di una clausola di salvaguardia – come risulta dallo stenografico del Senato – che invoca il ricorso al giudice anche per i licenziamenti dovuti a gravi infrazioni disciplinari. Se questo principio, che il Ministro Poletti, a causa della bagarre scoppiata in Assemblea, non è riuscito a formalizzare, lasciandolo solo al suo intervento scritto, ma non letto; se questo principio dovesse essere inserito nel successivo decreto, la portata dell’innovazione sarebbe del tutto marginale.
Poco più di un maquillage rispetto alla legislazione attualmente esistente.
A proposito del bonus di 80 euro, il giudizio sui suoi limiti è evidente. Si è trattato di un primo passo verso l’abbattimento del cuneo fiscale. “But progress in the important areas of tax expenditure revision and environmental taxation is still limited” (ma i progressi nell’importante area della revisione dei benefici fiscali e della tassazione a favore dell’ambiente è ancora limitata). Giudizio fin troppo diplomatico. Il suo mancato intervento universalistico – limitazione ai soli lavoratori dipendenti – indispensabile per non intercorre in censure di carattere costituzionale, non solo ne ha ridotto la portata, come sottolinea la Commissione.
Ma invece di determinare una riduzione della pressione fiscale, si è tradotta in un aumento della spesa sociale. Una conseguenza che non potrà non avere effetto sulle aspettative degli imprenditori esteri, quando l’ISTAT ne certificherà la sussistenza nei “Conti della Pubblica amministrazione”.
Seguono quindi le raccomandazioni a fare presto e bene sugli altri terreni: semplificazione burocratica, maggiore competizione, superamento delle strozzature nel campo energetico, dei trasporti e delle infrastrutture materiali ed immateriali, accesso al credito da parte delle aziende, giustizia, e modernizzazione della pubblica amministrazione.
C’è spazio anche per le riforme istituzionali e costituzionali. “Last but not least”: dice pudicamente la Commissione, ma collocare questo riferimento al termine di un lungo elenco la dice lunga su quelle che dovrebbero essere le reali priorità della politica. Il monito finale – ampiamente condivisibile – non lascia adito a dubbi: “the beneficial effects of structural reforms will be delayed and reduced if the many institutional bottleneck, implementation barriers and the weak enforcement capacity are not tackled as a matter of priority”.
Gli effetti benefici delle riforme strutturali possono subire un ritardo e aver un impatto minore se molti colli di bottiglia istituzionali, forti barriere e una debole capacità nel rafforzarle non saranno aggrediti con la necessaria priorità. Conclusioni che sollevano più di un interrogativo. Al di fuori di un quadro di condivisione più ampio, che allarghi la maggioranza parlamentare, quegli obiettivi potranno essere perseguiti?