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on sappiamo se a fine anno il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rassegnerà le dimissioni. Ma se lo farà non si potrà che collegare questo evento al fallimento complessivo della linea di politica economica di Renzi e dei suoi cari, che ha distrutto il Paese.
Il Colle non vuole alcuna responsabilità di quello che da qui a pochi mesi sarà chiaro a tutti: il disastro dell’economia e dei conti pubblici italiani.
Matteo Renzi ha governato 9 mesi in perfetta solitudine. Con un’aggressività senza progetto e senza strategia. Un sovversivismo che lo ha portato a scontrarsi con i vertici europei, che ci risponderanno per le rime quando si tratterà di valutare la Legge di stabilità il 24 novembre.
Un atteggiamento, quello di Renzi, che fino ad ora ha prodotto solo danni per il Paese. E su cui Giorgio Napolitano non vuole “metterci la faccia”.
Non vuole che si associ alla sua immagine uno scenario economico cupo, certificato da tutti gli organismi di previsione, nazionali e internazionali, e conti pubblici fuori controllo.
Se tutto questo verrà fuori in primavera, a quel punto Napolitano non vuole essere più il Presidente.
I segnali sono chiari. L’Istat ieri ha certificato l’ennesimo calo della produzione industriale: -2,9% a settembre 2014 rispetto allo stesso periodo del 2013.
E Moody’s nel suo Global macro outlook sul 2015 prevede una crescita tra -0,5% e +0,5%. Più vicina allo zero o sotto zero, quindi, che allo 0,6% sbandierato dal Presidente del Consiglio e dal suo ministro dell’Economia.
E poi il grande problema per Matteo Renzi, e per l’Italia tutta: la più che probabile bocciatura della Legge di stabilità da parte del nuovo esecutivo comunitario, guidato da Jean Claude Juncker, che si prepara a chiedere al nostro Paese un’ulteriore correzione dei conti pubblici, per rispettare i parametri di Maastricht e la regola del debito contenuta nel Fiscal Compact.
È evidente, pertanto, che le dimissioni anticipate del Presidente della Repubblica siano legate alla disastrosa situazione economico finanziaria a cui siamo arrivati tra “una spacconata e l’altra” di Matteo Renzi.