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EDITORIALE. L’impreparazione dilettantesca di Renzi e del suo governo nel caso Libia. L’impeto di unità nazionale in una crisi gravissima per la nostra sicurezza implica il coinvolgimento immediato del Parlamento

 

 Libia

I

l messaggio che lo Stato Islamico ha inviato è fatto di  immagini e parole. Le immagini sono il pugnale intriso di sangue del sacrificio umano di cristiani copti. La frase è semplicissima: “Siamo a sud di Roma”. A Roma intanto che succedeva e che succede?

DI GIORNO. Renzi e i suoi ministri si atteggiamo a eroi solitari. Danno interviste guerresche e francamente irresponsabili, usano un catamarano maltese per portare da Tripoli in Italia l’ambasciatore e la nostra comunità, mostrando una solida impreparazione e l’assenza della percezione di quanto stava accadendo.

DI NOTTE. Convocano il Parlamento non per esporre ai rappresentanti del popolo gli eventi gravissimi che ci chiamano al “combattimento” (parola usata dal ministro degli Esteri Gentiloni in una intervista!), ma per far passare qualche articolo di una  riforma costituzionale pessima e senza alcuna incisività sul presente.

Una irresponsabilità gravissima. Una volontà solitaria rotta tardivamente da telefonate extra-istituzionali.

In che mani siamo. Mani incompetenti, insieme dilettantesche e autoritarie. Questo ci fa  paura persino più dell’Isis.

Com’è stato possibile che, in presenza di segnali paurosi, Renzi non abbia cambiato d’imperio il calendario proponendo all’Aula informazioni sui fatti di Libia? O non sapeva nulla, e allora che razza di servizi segreti abbiamo dopo che sono stati distrutti dalla Procura di Milano?

Ma in realtà bastava seguire sulla stampa estera e leggere Domenico Quirico sulla Stampa per avere cognizione dell’irresponsabilità e del bullismo di Renzi. 

Nei medesimi momenti in cui i tagliagole del Califfo avanzavano in Tripolitania, puntando gli Scud sull’Italia, il ministro Boschi e il gruppo parlamentare del Pd hanno imposto, con l’avallo inerte della Presidente della Camera, una seduta fiume, e arrembanti avanzate delle brigate renziane contro le opposizioni che domandavano di occuparsi di ben altre emergenze. Noi non ci tiriamo  indietro.

Quello che sta capitando non è una pratica che si risolve con interviste e telefonate domenicali. Non riguarda il governo e basta. Riguarda il nostro popolo. Dunque governo e Parlamento.

 

La rapidità delle decisioni da prendere diventa fuga dalla realtà senza il coinvolgimento immediato degli organi parlamentari.

 

Com’è possibile che si debba leggere sui giornali – e lo legge anche il nemico – che cinquemila soldati sono in procinto di partire, e tutto questo sia gettato come un sasso nel vuoto? Apprendiamo che oggi Renzi ne parla alla direzione del suo partito. Al diavolo. Siamo stanchi di queste derive autoritarie e privatistiche.

La coscienza della gravità della situazione, l’allarme gravissimo per la sicurezza ai confini dell’Italia e nel cuore dell’Europa, impongono l’impeto comune della nazione.

Qualcosa, anzi molto di più di una  coesione nazionale appiccicaticcia fatta di dichiarazioni, parole roboanti e sentimenti.

Il primo punto dunque è garantire una difesa efficace della nostra gente, dentro e fuori i confini.

Questo passa dalla consapevolezza del tipo di minaccia che ci assale.

L’Isis non è uno Stato convenzionale, fosse pure del tipo ‘canaglia’. Ha quinte colonne invisibili in mezzo a noi. Fare i Rodomonte non serve a nulla, se non per la propaganda interna, semmai è utile al nemico per organizzarsi.

L’ondeggiamento del governo fatto trapelare sui giornali, per cui il premier inizialmente impugna la bandiera di guerra, poi assume un’aria più riflessiva, genera confusione.

Noi non ci fidiamo, stante le prove date finora.

Non vorremmo utilizzasse i problemi esterni per superare le crisi di consenso interno, tendendo ulteriori trappole all’opposizione, in nome dei supremi  interessi della Patria.

Quanto gliene importi lo si è ben visto nello specifico della Libia allorché, nell’estate scorsa, le tribù anti-Isis e il residuo di autorità parlamentare legittima gli scrissero una lettera drammatica, dove  chiedevano la mediazione di Prodi per unirsi tra loro contro il nemico comune. Renzi per non dare occasione di visibilità e di meriti al suo avversario interno, insabbiò la richiesta. A noi Prodi, com’è arcinoto, non sta simpatico. Ma bisogna saper uscire dalle proprie misure corte.

Renzi abbandoni il suo narcisismo provinciale.

Coinvolga come noi da sei mesi e più chiediamo le opposizioni, in una struttura di consultazione organica.

Lo fece persino D’Alema nel 1999, durante la crisi del Kosovo.

Berlusconi coinvolse sistematicamente il Parlamento dopo le Torri Gemelle.

E quando ci fu l’emergenza dei sequestri in Iraq, data la delicatezza della situazione e la necessaria riservatezza, tutte le forze, senza distinzione di maggioranza e minoranza, si ritrovarono a condividere le scelte, nella distinzione di responsabilità e ruoli, ma nella  costante consultazione.

In questo ci permettiamo di sperare in Sergio Mattarella.

È essenziale che eserciti il suo ruolo di garante di unità della nazione e di Capo delle forze armate.

In un momento in cui il premier si mostra più propenso a esercizi di prepotenza solitaria, è  necessaria la presenza di un arbitro autorevole e rasserenante, proprio perché i tempi sono gravi.