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EDITORIALE. Osservazioni sulla vittoria di Tsipras e i suoi riflessi sull’Italia e sull’elezione del Capo dello Stato. Viva la democrazia greca, abbasso il programma di Syriza

 

 Tsipras

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IVA LA DEMOCRAZIA. Questa è la prima cosa che va proclamata. La scelta del popolo greco ha una forza dirompente perché si è espressa secondo l’idea di libertà che sta alla base del patto tra le nazioni che ha dato vita all’Europa e le dà consistenza. I popoli hanno una forza che i palazzi non hanno. Il ‘no’ greco al rigore cieco e all’austerità ottusa che hanno devastato l’economia europea e spento la speranza della gente è un colpo di cannone contro la fortezza egemone di Berlino&Bruxelles.

 

Se si pensa che tanto può un Paese che pesa nei conteggi della macroeconomia come una regione italiana, ci rendiamo conto ancora meglio delle imperdonabili colpe di Giorgio Napolitano. Re Giorgio sospendendo la democrazia ha privato di cuore, polmoni e attributi il nostro Stato nel far valere il sentimento e la volontà del nostro popolo. I premier scelti senza mandato elettorale hanno mano fiacca e voce tremula.

Questo è l’enorme danno fatto da Napolitano all’Italia a partire dal 2011.

Prima rifiutandosi di sostenere in sede internazionale il governo Berlusconi, ed anzi privandolo dell’arma del decreto legge per esporlo alla berlina di Sarkozy e Merkel, già deciso ad estrometterlo, sostituendolo con Mario Monti prima ancora che la Germania affilasse l’arma dello spread. Poi non chiedendo al corpo elettorale di scegliere, ma mettendolo sotto tutela di Monti, il “genero perfetto” dei tedeschi, per usare un’espressione autobiografica dello sciagurato bocconiano.

Dunque viva la Grecia e la sua democrazia. Che indicano la strada maestra per combattere la partita della propria salvezza nazionale ed anche europea.

Solo la democrazia è quella macchina leonardesca geniale che permette al popolo di concentrare la sua forza senza violenza. In questo caso lesiona in campo aperto l’egemonia tedesca, abituata a sopire e seppellire nei palazzi amici la ribellione alle sue politiche rigoriste.

Dunque la prima lezione è la democrazia. Ora in Italia il Parlamento e il governo hanno difetti enormi al riguardo. 148 deputati di sinistra siedono in Parlamento grazie a uno sfregio alla Costituzione quale è quello inflitto con un premio di maggioranza spropositato. E 130 di costoro sostengono un governo il cui capo non è mai comparso sulle schede del suffragio universale.

Il “Il rimedio vedetelo qua! La ra la, la ra la, la ra la. Che piacer, che piacer che sarà!”, canta il coro del Don Giovanni elogiando il matrimonio. Non esageriamo: il Patto del Nazareno non è uno sposalizio. Ma rimedia ai difetti di questo Parlamento scombinato nei numeri rispetto alla legge e alla morale repubblicana.

Cambia il paradigma politico, impedendo che si sfrutti ulteriormente il bottino che non spetta alla sinistra.

In questo senso, proprio perché diciamo viva la democrazia greca, diciamo che il primato della sovranità popolare deve impedire che in Italia la scelta del Capo dello Stato e le opzioni politiche sul tappeto siano sbilanciate verso i contenuti politici del programma di Syriza.

Tsipras infatti reagisce all’austerità con la pretesa post-sovietica di riscoprire il socialismo reale. Tassa patrimoniale, statalizzazione universale. Esattamente il contrario della rivoluzione liberale di cui l’Italia ha bisogno.

Per questo è importante che l’elezione del Capo dello Stato segni un periodo di pacificazione democratica e operosa, assecondi la dinamica del Nazareno.  E ne rifletta la carica positiva e niente affatto neutrale, sia nel metodo sia nella qualità e nella storia politica della personalità  mandata sul Colle.

Insomma: noi chiediamo che il Quirinale abbia un garante che esprima una chiara opzione di stampo liberale e riformista, piuttosto che conservatore e statalista. Perché adesso di questo si tratta. Quale cioè debba essere il ‘no’ italiano all’austerità tedesca. Se nella forma para-comunista di Tsipras o in quella liberale che sottende le intenzioni migliori della legge elettorale e della riforma costituzionale modernizzatrice.

Per questo non accetteremo che si ripeta il gioco fin qui troppo spesso esercitato da Renzi.  Il quale quando ci sono in ballo scelte forti, rivendica “il diritto di dare le carte”. Di solito sono due: una pessima, l’altra un po’ meno pessima. E poi dice: prendere o lasciare. Così non va. Occorre una scelta che prefiguri da parte di Renzi decisioni liberali e riformiste finora rimandate, sempre pencolanti tra conservazione nera e timido riformismo. Le scelte istituzionali e quelle di programma in una fase così grave della vita italiana sono la stessa cosa. Con ogni evidenza la personalità del Presidente della Repubblica esprimerà una di queste due opzioni. E se non dovesse dare garanzie di avallare un vero riformismo e un garantismo, non diciamo a 24 ma almeno a 18 carati, non ci stiamo, non berremo la cicuta sventolando fazzoletti bianchi.

Siamo centrali. Non per collocazione geografica, ma per forza politica e ideale.