Il Presidente della pacificazione non ha avuto bisogno di pronunciare questa parola per definire il suo settennato. Sarebbe stato troppo pretendere. Si è posto come “arbitro” e come “garante”. Ha assicurato “imparzialità” e rispetto delle “regole”. Ha chiesto ai giocatori di aiutare l’arbitro. Se ha deciso di rivolgere un richiamo alla correttezza è stato al governo. Dimostrando di capire benissimo dove stia oggi la prepotenza, gli ha richiamato il dovere di rispettare il Parlamento, di non derogare più dalle procedure di un normale ed equilibrato processo legislativo.
Rispetto al protagonismo vivamente rivendicato da Napolitano nell’aprile del 2013, e poi praticato, questa volta il Capo dello Stato dimostra, anche nel tono della voce, di non voler essere lui a condurre il gioco e a tirare la palla.
Per restare nell’ambito calcistico, che è la metafora scelta da Mattarella, noi facciamo presente all’arbitro che c’è una squadra il cui capitano e trascinatore, nel quale si riconosce una grande parte del popolo italiano, è fuori dal campo a causa di un’ingiustizia, e contro di lui si è esercitato in modo incostituzionale un sopruso.
Non è una nostra fissa, ma è il vulnus a cui oggi il Capo dello Stato, come garante della Costituzione, si trova dinanzi e ha il compito di medicare.
Se Renzi pensava di avere un’ombra fedele al Quirinale, una specie di augusto Signorsì, oggi, in modo felpato ed elegante, Mattarella ha detto se-lo-scordi.
Il gruppo parlamentare di Forza Italia ha applaudito non per cortesia né per forma al discorso che segna un’altra epoca. Essere arbitro non significa debolezza, ma segnalare fatti e comportamenti che non sono consoni ai bisogni della gente. Non intesa genericamente o come massa, ma in quanto fatta di “volti”. Volti è la parola più ripetuta nel discorso.
Volti di chi aspira e merita di essere un “popolo sempre più libero, sicuro e solidale”.
Volti e nomi. Non è sfuggito a nessuno che i primi due nomi fatti – al di là degli obblighi istituzionali – è stato per i due marò. Ha detto: “Occorre continuare a dispiegare il massimo impegno affinché la delicata vicenda dei due nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trovi al più presto una conclusione positiva, con il loro definitivo ritorno in Patria”.
Immediato il paragone con Renzi che non ha citato né nome, né cognome di questi militari, nei due discorsi più importanti del suo mandato, quando a Bruxelles ha aperto e chiuso il semestre italiano di presidenza della Ue.
In effetti ricordare quel caso significa evocare una pagina più di impotenza e di incompetenza del governo, mal coadiuvato da un’intelligence più capace di ingraziarsi i politici che di essere efficace.
Al punto da aver indotto il ministro della Difesa a una gaffe madornale, facendosi respingere come persona non gradita quando era già in volo dal Pakistan per l’India, nonostante le rassicurazioni ricevute.
Ed ancora altri nomi pronunciati sono un segno certo di vicinanza ma anche di rimprovero: sono quelli di tre italiani sequestrati e di cui – a detta del Capo dello Stato (informato o no?) – non si sa nulla: “Di tre italiani, padre Paolo Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli non si hanno notizie in terre difficili e martoriate”.
Com’è possibile che nulla si sappia? Davvero le indagini della Procura di Milano, che ha consentito all’Espresso di pubblicare nomi e cognomi di chi operava in quelle zone, sono riuscite a espiantare la nostra rete sui territori sensibili?
Altre frasi che sono state poco percepite, ma hanno funzionato come fischi preventivi dell’arbitro sono queste semplici frasi, una specie di vaccino contro l’annuncite del premier e contro la sua tendenza a creare divisioni sociali e politiche per comandare meglio: “Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro ma piuttosto la tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana. Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza. Perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società”.
Ricostruire i legami. Sanare le ferite. Rischiarare l’orizzonte.
Trasparenza, scrupolo per le regole, finezza di sguardo.
E – discorso a parte – è eloquente il gesto, subito pensato e reso noto – di volere al Quirinale Silvio Berlusconi per l’insediamento.
Certo, un atto di cortesia. Che vede lontano. O meglio: che vede vicino.