Ultimissime. Nel maxiemendamento sottoposto a fiducia, non c’è l’art. 18, non è citato lo Statuto dei lavoratori. Quindi il bidone è vuoto. Il governo non potrà riscrivere in sede di decreti legislativi né l’art. 18 né lo Statuto dei Lavoratori non essendo citati nel testo normativo.
Ultimissime bis. Questo spiega perché il Pd darà compatto, fingendo mal di collo, la fiducia. Non c’è nessun rischio che il governo ritocchi lo Statuto dei lavoratori in quel punto decisivo: non può.
Ultimissime tris. Perché lo sciopero generale allora, visto che la Cgil e la Fiom portano a casa un successo clamoroso? Gioco delle parti. Fingono di credere alle bugie che Renzi dirà all’Europa e agli italiani.
Morale: tristezza, sconforto, voglia di far saltare il banco.
Svolgimento.
Renzi riuscirà a portare a Milano lo scalpo di un Parlamento umiliato da una fiducia data all’aria fritta. Conta sulla teatralità del gesto con cui deporrà ai piedi di Merkel, Hollande e Commissari di Bruxelles il pacco col fiocco, presentandolo come la rivoluzione liberale del mercato del lavoro.
Due blocchi di domande cluster. 1) Cosa c’è nel pacco? Il contenuto corrisponde al bigliettino di presentazione? 2) Perché questo Jobs Act, su cui la minoranza del Pd (e maggioranza del gruppo al Senato) era negativissima, ha riscosso la fiducia? Che cosa ha mosso i bersaniani alla resa?
La risposta ai quesiti si può unificare. Eccola.
I bersaniani, i camussiani e landiniani del Pd hanno detto di sì perché sotto lo scalpo simbolico, dentro la scatola regalo, c’è il niente. Un nulla sciropposo, tutto pennacchi e colli di struzzo. Un ballo Excelsior intonato al progresso, ma preludio di rovine.
Passando dalla Bella Époque agli amati tempi di Telemaco, offriamo a Renzi il rifacimento di un verso di Mimnerno: è il “sogno di un ombra questo Jobs Act”.
Basti dire che il famoso Totem numero 18 non è stato sradicato e rottamato, ma valgono due ipotesi in fondo entrambe deprimenti: o è intatto e semplicemente ignorato e immodificabile (vedi ultimissime) o – se mai Renzi dovesse inventarsi qualche acrobazia formale – semplicemente portato in officina per riparazioni.
La sua sorte sarebbe in questo caso rimandata ai decreti applicativi. Il dato sicuro in entrambi i casi è che i giudici del lavoro resteranno ancora ad essere i veri padroni delle relazioni tra impresa e dipendenti.
Insomma, viene quasi voglia di dire, aridateci la Fornero. La quale, almeno, conscia di fare disastri, piangeva. Renzi invece ride, prende in giro i sindacati alludendo finemente alla loro sigla europea “Ces”, ma poi pure lui non si solleva molto sopra quella che sui treni una volta si chiamava “ritirata”.
Insomma: chiedere la fiducia da parte del governo sul Jobs Act è stata una prova di forza che ha ridicolizzato il Senato due volte. La prima perché ha costretto 310 signori rappresentanti del popolo sovrano a dibattere per ore su un articolato di legge che si sapeva già superato da un maxiemendamento ancora ignoto. (Vedasi gli articoli di Mattia Feltri e Antonio Polito).
La seconda perché tanto dramma si è risolto in un tè slavato, altro che riforma epocale. Epocale forse nel senso che – come abbiamo calcolato nell’articolo a seguire – questi cambiamenti per altro scialbi andranno a regime nella prossima epoca. Tra due decenni e passa. Quando cioè l’Italia e il suo sistema economico saranno morti e seppelliti da questa non-riforma.
Qualcuno ci ha già fatto sapere: mancate di spirito patriottico. Se l’Europa crederà alla vostra analisi, il nostro premier uscirà con le ossa rotte dall’esame della Commissione europea, e ci ritroveremo il supremo dei mali: la Troika, la quale ci imporrà i suoi diktat scavalcando la nostra democrazia.
Insomma, siamo al fascistissimo: taci, il nemico ti ascolta! Balle.
I commissari europei e soprattutto i mercati ci sentono e ci vedono benissimo.
È proprio perché non vogliamo la Troika di Ue, Bce e Fmi, che esigiamo da questo governo riforme autentiche, cambiamenti shock, e non carte da pacchi chic.
Il governo italiano non può prendersi la licenza, per riguardo alla sua stessa dignità, di truccare le carte in nessun ambito.
Né davanti al suo popolo, né davanti ad interlocutori internazionali. Il fatto è che finché Renzi cavalcherà questo drago a due teste che si chiama Pd, e non si aprirà a nuovi contenuti e nuovi equilibri politici, siamo condannati ad avere un premier la cui vera grande competenza è l’arte della finzione scenica, persino con divertenti capriole.
Ciò che ci costringerà, se non cambia in fretta la sostanza dell’azione di governo, a inchinarci a un ospite sgradito, la Troika, ma che Renzi fa di tutto (cioè non fa nulla) per invitare a prendere un caffè, e molto altro, a casa nostra.