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EURO-ITALIA. Tsipras contro Merkel, Landini contro Renzi. L’estrema sinistra cerca di fermare gli uomini soli al potere: avversario giusto, ricette sbagliate, sconfitta certa

 

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lexis Tsipras contro Angela Merkel. Matteo Renzi che si dichiara solidale con Syriza, salvo tirarsi indietro al momento opportuno.

Maurizio Landini, che invece appoggia Alexis Tsipras “senza se e senza  ma”, ma attacca lo stesso Renzi. C’è grande movimento negli equilibri politici italiani ed europei.

Soprattutto una confusione infinita che promette poco di buono. All’origine di queste fibrillazioni sono elementi diversi. Alcuni nobili, altri fessi come il piombo.  La Grecia ha ben ragione nel recriminare. Anni ed anni di austerità che hanno determinato il tracollo dell’economia, la distruzione della classe media, l’insostenibile crescita dei livelli di povertà, per la maggior parte della sua popolazione. Rabbia che ha alimentato la speranza del cambiamento delle ultime elezioni. E che la nomenclatura europea, al servizio delle fobie tedesche, rischia ora di sequestrare. Dimostrando così che la democrazia non serve. Perché l’unico ordine possibile è quello imposto dalle regole dei mercati. Musica per le orecchie di quella sinistra, non solo greca, ma europea, orfana di una sua più antica vocazione antagonistica.

Difficile inseguire queste suggestioni. La protesta greca è figlia della vitalità democratica. Ma la democrazia è strumento di governo effettivo solo se aggrega il necessario consenso su una linea politica in grado di rispondere ai problemi reali. E quella manifestata da Syriza, nella campagna elettorale, non era tale. Rappresentava, al contrario, l’esatta negazione di quanto era giusto e necessario fare per far uscire il Paese dalla crisi. Quali ne erano stati i presupposti? Un nuovo interventismo statale, destinato a vanificare nello spazio di qualche mese, dolorose riforme da tempo avviate.

Ed i cui risultati positivi già si intravvedevano nell’orizzonte più ravvicinato. Era stata la stessa Commissione europea a prevedere per il 2015 e il 2016 un tasso di crescita dell’economia greca di gran lunga superiore ai livelli medi di tutta l’Eurozona. La dimostrazione che i sacrifici fatti erano serviti. Se si fosse partiti da qui per chiedere un maggior respiro, oggi probabilmente discuteremmo su basi diverse.

Il prospettare una linea, sostanzialmente sbagliata, con il suo ritorno agli eccessi del passato, non solo ha irrigidito l’Europa, ma determinato il crollo del fronte interno. Sono stati soprattutto gli stessi greci – o almeno una loro parte consistente – a non credere alle ricette proposte dal nuovo Governo. Ed hanno operato, come sempre avviene in queste circostanze, con la logica del “si salvi chi può”. Bancomat presi d’assalto, prelievi dai conti correnti, tesaurizzazione in massa dei biglietti di banca. In breve la crisi di liquidità delle principali banche elleniche ha reso ancora più precaria la posizione di coloro che negoziavano a Bruxelles. Costringendoli alla resa.

Su questi complessi avvenimenti è bene che si rifletta. Soprattutto in Italia. Il tema è duplice: quali riforme e con quale grado di consenso. Prima della rottura del Patto del Nazareno, non certo ad opera di Forza Italia, che aveva dimostrato, al contrario, una pazienza infinita, le cose erano più semplici. Esisteva, in altri termini, una maggioranza precostituita. In grado di assicurare il perseguimento di obiettivi, la cui qualità andava comunque monitorata. Venuto meno quel presupposto, si è determinata una rottura del quadro politico e di conseguenza il rapporto “qualità delle riforme” articolazione del consenso democratico ha assunto un aspetto molto più problematico. Né più né meno di quanto si è verificato ad Atene e dintorni. Con una crescente parte del popolo greco a rifiutare, nei fatti, la svolta voluta da Tsipras, benché precedentemente suffragata dai risultati elettorali.

Oggi Matteo Renzi si trova in una situazione di oggettiva debolezza. Lui fa finta di niente, nel suo parossismo comunicativo. Ma i fatti sono lì: pesanti come pietre. Se porterà avanti una linea liberale, rispettosa della sostanza, se non della forma dei precedenti accordi, l’appoggio di Forza Italia non mancherà. Ma se, com’è avvenuto per l’elezione del Presidente  della Repubblica, privilegerà i rapporti interni al suo partito, con soluzioni  pasticciate per tener conto delle mille anime che si agitano all’interno del variegato mondo della sinistra, la risposta non potrà che essere conseguente. Il crinale è stretto. Talmente stretto da non consentire spazi di manovra. Tanto più che l’affidabilità personale del Premier, come mostra appunto il recente scontro con Maurizio Landini, è risultata via via, sempre più compromessa. Ed ora sono in molti a ritenere che dopo i vari #staiserenoqualcosa non sia proprio il caso di insistere nelle profferte di fiducia.

Si ballerà: questa è la previsione più probabile. Aver mandato in soffitta il Patto del Nazareno ha significato, per Matteo Renzi, far prevalere la tattica, se non addirittura il tatticismo, sulla precedente strategia. Ma se si sceglie la tattica, non si può poi pretendere che i propri avversari rimangano immobili. Tattica per tattica, è tutto il quadro che è destinato a muoversi, con possibili cambiamenti repentini di posizioni. Ed allora si vedrà se Matteo Renzi riuscirà a garantirsi ancora la maggioranza necessaria, per tirare avanti. Si: per tirare avanti, in attesa che le riforme con tanta enfasi enunciate, ma ancora lungi dall’essere perseguite, possano produrre i miracolosi effetti preventivati. Ma ancora tutti da verificare.