Ci sarà una ragione per la quale il tasso di disoccupazione italiana, che negli anni precedenti era comunque più basso delle medie europee, oggi si colloca al top? Con una differenza di oltre 2 punti percentuali. Un grande dramma nazionale (3 milioni e 457 mila persone, di cui il 43,9 per cento compresi tra i 15 e i 24 anni) che colpisce soprattutto gli strati più deboli della popolazione italiana e condanna all’inedia interi territori nazionali: come il Mezzogiorno. Sempre più terra di conquista delle organizzazioni criminali, nonostante la retorica antimafia. Le uniche in grado di assicurare quel po’ di occupazione illegale, che consente, comunque, di sopravvivere.
Ci sarà una ragione per la quale l’Italia è ancora l’unico Paese che vede il suo prodotto nazionale interno continuare a diminuire? Nel terzo trimestre dello scorso anno, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona mostravano un segno più, l’Italia perdeva ancora lo 0,1 per cento. Superata in negativo solo dall’Austria e da Cipro. E non era andata meglio nel 2013, quando la perdita era stata pari all’1,9 per cento. Il peggior dato negativo, secondo solo alla Grecia e a Cipro. Economie, la cui dimensione, è pari ad una piccola regione se non addirittura ad una provincia dello Stivale.
Ci sarà pure una ragione se le banche italiane, teorizzate come tra le più solide nel contesto europeo per il solo motivo che “non parlavano inglese”, non riescono a finanziare, in modo adeguato, famiglie ed imprese, che cercano comunque di reagire a questo stato comatoso? Ancora oggi la domanda di credito non trova adeguate rispondenze. E la differenza tra tassi attivi e passivi, nei casi in verità limitati in cui vi fosse questa volontà, è tale da scoraggiare ogni possibilità di intrapresa. Considerato il suo costo, in termini reali, in un’economia segnata dalla deflazione e dalla caduta dei prezzi di vendita dei prodotti.
Ci sarà pure una ragione se in Italia il comparto dell’edilizia, a differenza di quanto avviene negli altri Paesi, continua a registrare perdite su perdite? Prezzi di mercato che continuano a cadere. Crollo delle contrattazioni. Eccesso di offerta sulla domanda, che non decolla a causa di un carico fiscale che ha prodotto un effetto di spiazzamento. I cittadini italiani – quelli che possono – preferiscono comprare titoli di stato, ad un tasso medio che supera di poco l’1 per cento, piuttosto che imbarcarsi nell’avventura dell’immobiliare. Scelta razionale, dal punto di vista economico a causa degli oneri impropri – IMU, Tasi, Tari, addizionali di varia natura e via dicendo – che gravano sul comparto. I vecchi vantaggi di un investimento che proteggeva dall’inflazione, grazie ai meccanismi della rendita differenziata, sono progressivamente saltati dando luogo a crolli consistenti. Nel frattempo la perdita di posti di lavoro, in questo comparto, è stata quasi tre volte tanto rispetto all’industria in senso stretto: 283 mila unità, dal 2012 al terzo trimestre del 2014, contro 93 mila.
Ci sarà una ragione se il controshock simmetrico (politica monetaria espansiva, bassi tassi d’interesse, caduta del prezzo del petrolio e svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro) non ha prodotto in Italia, a differenza di altri Paesi, quegli effetti positivi che, pure, era lecito aspettarsi? Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, aveva addirittura azzardato l’ipotesi di un impatto positivo dello 0,5 per cento sul Pil. Subito smentito dall’Istat, secondo il quale il risultato sarà, invece, prossimo allo zero. Il che è almeno paradossale, visti gli elevati costi energetici che penalizzano la produzione italiana. Ma se una rondine non fa primavera, la ripresa italiana non può essere affidata a semplici impulsi a bassa intensità. Per rimettere in moto l’economia ci vuole la politica. Un governo, cioè, che sia nella pienezza dei suoi poteri. Che non sia di “nomina regia” come avvenuto con Letta, prima, ed ora con Renzi. Che sia il risultato di un mandato elettorale pieno, in cui gli unici titolari della sovranità nazionale giudicano il programma che è loro proposto dalle forze politiche in campo. Lo avallano con il loro voto. E si impegnano, anche a costo di qualche sacrificio personale, alla sua realizzazione. Se tutto questo non c’è, non resta altro che contare i cocci. E chiedersi sconsolati: quali sono le tante ragioni dell’attuale fallimento?