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IL GIORNO DEL RICORDO. Le foibe come episodio centrale della storia italiana

 

IL GIORNO DEL RICORDO
Le foibe come episodio centrale della storia italiana. Il sangue innocente versato in nome
del comunismo. Cosa insegna oggi quella tragedia e il suo orrore (On. Renato Farina)

Foibe

 

 

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el pomeriggio di oggi, non in aula di Montecitorio, purtroppo, ma in una sala laterale, sia pure in presenza del capo dello Stato, si celebra   “il giorno del ricordo”. Senza insistere in polemiche è bene entrare subito nel cuore di quella tragedia.

 

 

1 – INTRODUZIONE

La strage delle foibe non fu l’atto di una parte politica contro l’altra, ma un’azione malvagia contro il popolo italiano in quanto tale, e che purtroppo ebbe per complici altri italiani. Giorgio Napolitano, da Capo dello Stato, ha  coniato una formula definitiva: « Fu una barbarie basata su un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica».

É inchinandosi dinanzi agli innocenti che recuperiamo dignità, che ci purifichiamo. É dicendo insieme “mai più” al male fatto agli inermi che si può costruire qualcosa di nuovo, una vita buona.  Per arrivare a questo porto di pace autentica non bisogna più partire dalle due domande intellettuali – “di chi è la colpa?” e “che fare?” -; queste due domande incatenano e rendono illusorio un cammino di verità e di ritrovata fraternità. Occorre piuttosto ripartire da queste altre: “Cosa è davvero accaduto?”, “Come è stato possibile?”, “Che cosa noi crediamo davvero, così che non accada più?”.

 

 

2 – LA RICONCILIAZIONE E LA RICERCA DELLA VERITÀ

Negli ultimi anni della guerra mondiale e nei primi mesi della liberazione circa 5000 persone furono crudelmente assassinate dai partigiani comunisti titini, e i loro corpi gettati nelle profonde cavità del terreno carsico conosciute come foibe. La mattanza avvenne in due momenti diversi: il primo dopo l’8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dall’armistizio. Il secondo dopo la liberazione, quando per alcuni mesi le truppe di Tito occuparono gran parte della Venezia Giulia.

 

Le vittime avevano una sola colpa: quella di essere reali o anche solo potenziali oppositori del progetto annessionista jugoslavo. Un progetto che aveva un carattere allo stesso tempo ideologico e nazionalista, poiché ambiva sia all’instaurazione di un regime di tipo comunista e sia alla slovenizzazione forzata di terre da sempre italiane attraverso vere e proprie operazioni di pulizia etnica.

 

È per questo che il catalogo delle vittime ci appare per forza di cose eterogeneo. Alcuni di loro erano fascisti o ex-fascisti. Altri erano semplicemente italiani che non avevano intenzione di lasciare terre dove avevano vissuto da sempre. In alcuni casi sotto il fuoco dei partigiani jugoslavi caddero anche membri del movimento partigiano italiano, colpevoli di non volersi allineare alla posizioni titine.

 

Le crude statistiche non aiutano a dar l’idea dell’orrore di questa tragedia. Se generalmente le foibe venivano utilizzate per occultare i cadaveri di chi era stato sommariamente giustiziato, spesso le vittime vi venivano gettate vive, a volte legate le une con le altre, e in fondo alla foiba trovavano la loro fine dopo terribili sofferenze. Talvolta le vittime agonizzavano per giorni interi, legate ai cadaveri dei congiunti.

 

Ma era solo il tragico inizio di un lungo stillicidio di sofferenze. L’occupazione delle terre istriane da parte dell’esercito titino avrebbe dato il via a un processo violento di slovenizzazione, e al conseguente esodo della maggioranza della popolazione italiana.

Spesso gli esuli furono accolti con diffidenza dal resto del paese. La Jugoslavia finiva la guerra dalla parte dei vincitori, e il governo italiano aveva ben pochi spazi attraverso i quali poter far valere le ragioni dei suoi cittadini. Per il partito comunista, poi, gli esuli rappresentavano una pericolosissima minaccia politica, in quanto potenzialmente in grado di mettere in imbarazzo il partito comunista fratello.

 

Iniziava così un’agonia umana e politica che per alcuni versi è durata fino ad oggi.

 

 

3 – LE DIFFICOLTÀ DELLA MEMORIA

Per lungo tempo queste vicende sono state ignorate. I reduci trattati come parenti imbarazzanti da non mostrare i giro, e gli storici che avevano l’ardire di avventurarsi su questi terreni, come pericolosi nemici dell’antifascismo. I fatti sono stati minimizzati quando non negati o, in alternativa, imputati alla violenza che, innegabilmente, aveva caratterizzato la precedente occupazione italiana.

 

Ogni tentativo di analizzare la vicenda fuori da schemi preconcetti è stata etichettato come “revisionismo”, “attacco alla resistenza”, o “uso politico della storia in chiave anticomunista”.

 

La ragione è presto detta: la vicenda delle foibe metteva seriamente in discussione l’equivalenza tra la democrazia e l’antifascismo, mostrando che settori dell’antifascismo potevano essere portatori di un progetto ideologico tanto violento quanto quello fascista.

 

Metteva inoltre seriamente in discussione l’identità democratica del partito comunista italiano, diviso tra la fedeltà al paese e quella all’alleato titino.

“La verità – come ha scritto lo storico Ugo Finetti – è che per una consistente area non meramente politica, che ritiene di essere la nobiltà dell’antifascismo, le foibe sono un nervo scoperto; non si accetta l’idea che i comunisti possano essere stati dei massacratori e che le vittime fossero innocenti”.

 

 

4 – IL SUPERAMENTO DELLE DIFFICOLTÀ

Ma i fatti, come ha scritto il romanziere inglese Aldous Huxley “non cessano di esistere perché vengono ignorati”. E così la fine della guerra fredda e l’instancabile lavoro degli storici hanno permesso poco a poco di ricostruire questi tragici eventi e portarli all’attenzione della memoria pubblica.

 

Nel 2001, la commissione storia italo slovena ha riconosciuto che tali avvenimenti si verificarono sì “in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e la guerra”, ma che appaiono in larga misura “il frutto di un progetto politico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione – prosegue la relazione – partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”. Si è arrivati così al 2004, quando il parlamento italiano ha approvato l’istituzione della Giorno del ricordo che oggi celebriamo.

 

 

5 – L’IPERTROFIA DELLA MEMORIA OGGI

Le foibe e l’esodo appartengono così oggi alla memoria del paese. Un paese che non ha più paura di riconoscere la complessità della propria storia, così come l’ambiguità di alcuni dei suoi protagonisti. A poco a poco, seppur con il ritardo che inevitabilmente separa la ricerca storica dall’insegnamento nelle scuole, queste vicende trovano il loro spazio nei libri di testo e in programmi di divulgazione storica per il largo pubblico. Nel 2010 per la prima volta il tema ha trovato spazio nelle tracce proposte dal ministero per l’esame di stato nelle scuole superiori.

 

Certo ancora oggi assistiamo a tentativi di minimizzazione e di negazione. Ma si tratta di residui ideologici destinati ben presto ad essere spazzati via per trovare il loro posto nel cestino della storia.

Oggi il pericolo che corriamo è piuttosto un altro. Dall’assenza della memoria e al negazionismo rischiamo di passare a quella che è stata definita “l’ipertrofia della memoria”. Anzi, in gran parte già ci siamo nel mezzo.

Come ha scritto uno storico britannico scomparso di recente, Tony Judt: «Il ventesimo secolo è quindi sulla buona strada per diventare un “palazzo della memoria morale”: una Camera degli Orrori Storici di valore pedagogico le cui stazioni sono “Monaco”, “Pearl Harbor”, “Auschwitz”, “Gulag”, “Armenia”, “Bosnia”, “Ruanda”».

Un “palazzo della memoria” in cui tutto si ricorda, ma nulla si comprende. Dove la memoria è occasione anche commossa di ricordare il passato e spunto per una sacrosanta reazione di rigetto delle tragedie che ci stanno alle spalle, ma non della comprensione delle radici che hanno permesso quelle stesse tragedie.

 

Così, a una solida consapevolezza storica si contrappone il “politicamente corretto”, che però non è in grado in alcun modo di fornire quelli anticorpi di cui una democrazia necessita per riconoscere i pericoli che la minacciano, qualsiasi siano le forme e i colori con i quali si presentano.

Lo ha ricordato Anna Foa quando ha parlato della «necessità di un ripensamento o meglio di un approfondimento, non certo sulla necessità o meno di ricordare, ma sul senso da dare a questa memoria».

 

 

6 – CONCLUSIONI

La giornata del Ricordo ha un senso e lo avrà sempre di più, e il sacrificio delle vittime avrà un’eco storica di fioritura del bene, se  guardando questi fatti e l’inerzia di tanti che li hanno consentiti senza fiatare, ci ricorderemo in che cosa crediamo davvero. Non in una ideologia, qualunque essa sia, per la violenza insita in una costruzione teorica che miri alla trasformazione dell’uomo e della società secondo un meccanismo che non sa che farsene della libertà degli individui di dire di no, e allora soffoca e uccide.

 

Occorre che il no di coloro che per questo furono uccisi, diventi il nostro sì al rispetto reciproco, al primato del valore della persona, che le vittime delle foibe e della deportazione ci chiedono mentre ci inchiniamo dinanzi a loro!

 

                                                         RENATO FARINA