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LORO. La scelta distruttiva delle primarie, ha innalzato il totem di Renzi ma ha infilato nel corpo del Pd il principio della dissoluzione, che rischia di trascinare nel baratro l’intera società italiana

 

 

 rENZI PALLONCINO

 

C’è voluto il tempo indispensabile e qualche errore di troppo. Ma alla fine la retorica delle “primarie” si è dimostrata quella che effettivamente è: un tentativo solo mediatico di prendere il problema per la coda, anziché affrontare il vero nodo italiano. La ricostituzione di una classe dirigente dopo la distruzione degli anni ‘90 ad opera del pool guidato Francesco Saverio Borrelli ed Antonio Di Pietro. Non vogliamo peccare di revisionismo. I fenomeni di corruzione, allora, erano diffusi. Ma oggi, forse il fenomeno è rientrato? E negli altri Paesi – basti pensare alla fine di Helmut Kohl – le cose andavano meglio? Il vero elemento scatenante fu la grave crisi economica che fece seguito alle modalità seguite dalla Repubblica federale tedesca, nel portare avanti il processo di unificazione. Fu quel processo che alimentò la crisi del Sistema monetario europeo, colpendo soprattutto i Paesi più deboli. L’Italia, ma non solo il nostro Paese – la sterlina subì una svalutazione simile alla lira – e poi tutti gli altri, seppure in misura minore.

In Italia la spallata più violenta aveva come obiettivo quello di consentire al vecchio PCI, ormai affrancato dalla crisi definitiva del socialismo reale di stampo sovietico, di diventare l’unico interlocutore. E di ridisegnare un assetto istituzionale con un solo giocatore nella partita. Calcolo che fallì solo a seguito della discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita di Forza Italia. Nel frattempo, tuttavia, la crisi della vecchia forma-partito era divenuta irreversibile. Occorreva pertanto un maquillage in grado di salvare il gruppo dirigente di quel partito: una squadra ch’era stata selezionata da Enrico Berlinguer, dopo la breve parentesi di Achille Occhetto. Da sempre considerato un outsider rispetto alla vera tradizione comunista.

La stagione dei sindaci fu il cavallo di troia che disegnò un percorso. Il modello scelto attribuiva un potere, al primo cittadino, che non era bilanciato da un rafforzamento dell’Esecutivo nazionale. Poi vennero i Governatori, con il loro federalismo senza responsabilità: grande capacità di spesa, nessun controllo sulla gestione e trasferimenti a carico del bilancio dello Stato. L’inizio di una deriva – il nuovo Titolo V della Costituzione – destinata a scompaginare ogni equilibrio finanziario. Ancora oggi gli Enti locali, nel loro complesso, gestiscono oltre il 60 per cento della spesa pubblica, al netto della previdenza e degli interessi.

La scelta del metodo delle primarie fu solo l’ultimo anello di questa lunga catena. Fu il grimaldello scelto per risolvere, al proprio interno, la crisi di leadership di un partito che aveva cambiato nome più volte, ma non la sua nomenclatura. E che nel frattempo aveva abdicato ad una delle sue funzioni più tipiche. Quella di contribuire alla selezione di un personale politico in grado di rappresentare lo snodo – articolo 49 della Costituzione – tra istituzioni e società civile. L’aver reso sempre più opaco questo rapporto aveva determinato, infine, la scelta di un’ultima scappatoia.

All’inizio furono primarie di coalizione. Il tentativo di risolvere nella scelta di un leader il problema delle profonde differenze politiche e programmatiche di un rassemblement di forze che aveva poco in comune se non la voglia di vincere. L’Ulivo metteva insieme istanze addirittura antagoniste, nella speranza che l’atto volitivo le risolvesse come d’incanto. Esperienza traumatica, di cui Romano Prodi ha pagato il prezzo maggiore. Fu poi la volta di Walter Veltroni e la sua tesi di un partito a vocazione maggioritaria.

La scelta di linee programmatiche come elemento discriminante per far parte della coalizione politica che si misurava nell’arena elettorale. Inevitabile la sconfitta, per una sinistra che non ha ancora elaborato completamente il lutto per la scomparsa del suo mondo ideologico di riferimento.

Con Matteo Renzi, invece, lo schema cambia.

Per la prima volta, infatti, esse vengono indette quando il PD non è più all’opposizione, com’era avvenuto per Bersani, ma ha conquistato lo scranno più alto dell’Esecutivo, con Enrico Letta Presidente del Consiglio di un governo di solidarietà nazionale. All’origine di quella mossa, che si dimostrerà estremamente azzardata, è la crisi di un partito che non riesce più ad esprimere una linea politica unificante.

Troppe incertezze. Inutili i tentativi di coinvolgere nell’azione di governo il nuovo movimento di Beppe Grillo. Pierluigi Bersani non è più in grado di reggere allo stress.

Sarà un successo travolgente, ma anche una vittoria di Pirro. Che porterà alla successiva liquidazione di Enrico Letta, secondo modalità che lasceranno il segno, e determineranno nuove fratture. La mancata elaborazione di una linea programmatica, il non intervenuto conforto elettorale teso ad una sua preventiva legittimazione, non farà altro che trasferire i tradizionali contrasti che caratterizzavano le vecchie coalizioni all’interno del partito. Renzi diverrà Presidente del consiglio, ma per governare avrà sempre più bisogno di una sponda fuori dalla coalizione di maggioranza. Una situazione, inevitabilmente, opaca che si rifletterà sulle incertezze dell’azione di governo, in un momento così difficile per la società italiana, alla prese con una crisi senza precedenti.

Che bilancio trarre da questa pur sommaria ricostruzione, se non la consapevolezza che non è quella la via per risolvere il problema della rappresentanza? La sua sperimentazione fu solo frutto di situazioni contingenti. Che non rispondevano a scelte meditate, capaci di interagire positivamente con i necessari assetti istituzionali. La fuga in avanti, verso forme decontestualizzate di “americanismo” che non appartengono alla tradizione europea, ne sono solo la triste ed inevitabile conferma. E’ pertanto necessaria una riflessione più alta. Ma essa può iniziare solo dopo aver sgombrato il campo da falsi miti di una moda che sta, rapidamente, tramontando. Lasciando in braghe di tele uno dei più antichi partiti italiani. La cui crisi rischia di trascinare nel baratro l’intera società italiana.