Ieri sera abbiamo assistito al capolavoro politico di Giorgio Napolitano. Mai nessuno nella storia del Pci aveva raggiunto il vertice di potere da lui fatto valere in azione nel suo saluto natalizio alle cariche istituzionali.
Ieri l’allievo di Togliatti, sempre un po’ secondo a tutti, talvolta terzo o quarto, ma sempre nel Comintern che non muore mai, è riuscito a conquistare il ruolo più ambito. Gli era finora sempre sfuggito, non certo per difetto d’intelligenza e di astuzia, in lui sopraffine, ma per mancanza di audacia e di cattiveria, che ha finalmente trovate alla soglia dei novant’anni. Ieri ha impartito disposizioni, moniti pesanti come ordini, non da Capo dello Stato (sarebbe uno sfregio alla Costituzione), non come suprema autorità garante dell’unità della nazione (come tale non gli è consentito di assumere il ruolo di capo del capo del governo).
No, ieri è stato colui che nella tradizione della Antica Ditta Rossa è il dominus di tutto l’ambaradan, il Timoniere da cui promanano le rimanenti funzioni, e cioè il Segretario Politico del Partito. Il quale, secondo una filiera mai interrotta, ha attraversato la storia della Repubblica: Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto, D’Alema, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi. Se si scorre l’elenco, lui è sempre stato posizionato in posizioni forti e insieme subordinate per tutte le dinastie Song, Ming e Qing. È l’unico che le ha attraversate tutte, e adesso che con l’avvento di Qing-Renzi, tutte le cariche sono prese, che può volere se non la stabilità universale?
Questa stabilità vede tutto, ma proprio tutto in mano al Pci-Pds-Ds-Pd, perché dovrebbe rischiare di perdere tutto, lasciando libero corso al gioco democratico? Da buon Segretario di antica scuola Comintern ritiene la Costituzione una sovrastruttura al servizio della struttura che è il Partito. Ieri agendo da Segretario di fatto del medesimo non ha scalzato il segretario formale e ufficiale, semplicemente ha posato su di lui la sua ombra benevola e protettrice.
Con l’intelligente e vincente gioco delle preannunciate dimissioni può permettersi tutto, e se l’è permesso, quasi fossero gli ultimi desideri di un capotribù Sioux.
Addirittura – come scrive un abbacinato Stefano Folli sulla prima pagina di “Repubblica” – ha avuto l’ardire di proiettare il suo mandato oltre i due già ricevuti, consegnando un compitino al successore, il quale non dovrà far altro che essere un Napolitano-ter, dopo le regole di comportamento e la funzione politica tracciate ieri come binari inderogabili, di accompagnamento al potere sempiterno del Pci-Pds-Ds-Pd. È con ogni evidenza una benedizione della prossima copia Renzi-Padoan. Con quest’ultimo convertito al renz-napolitanismo da dalemiano che era, obtorto Colle, come si dice.
Onore alla raffinatissima intelligenza di Napolitano. Ma non ci chieda di arrenderci a questo strapotere.
Questa stabilità da lui richiesta diventa sequestro della democrazia parlamentare, imposizione di compiti che al Quirinale non spettano. La scomunica preventiva comminata a chiunque osi pensare a una qualche scissione nelle forze politiche è una cosa mai sentita.
Ha addirittura la pretesa di essere un vincolo di coscienza, somiglia a una bocciatura cecoslovacca del dissenso.
Diventa una specie di anatema postumo della scelta di Saragat contro il Fronte Popolare e la sua scissione di Palazzo Barberini, una bocciatura morale dell’articolo 67 della Costituzione (ciascun parlamentare esercita la sua funzione “senza vincolo di mandato”, neanche del Capo dello Stato).
Insomma, sinceri complimenti. Arrivare a novant’anni e dare la propria forma e i propri contenuti a una Repubblica è un record mondiale. Ma ne avremmo fatto a meno e resisteremo.
Resistere, resistere, resistere. Oh bella ciao…