
L’intervento del presidente del CNEL Renato Brunetta, Torino, Fondazione CRT, 30 gennaio 2026
Buongiorno. Ho riflettuto a lungo su come iniziare questo mio intervento alla Fondazione CRT, perché avrei moltissime cose da raccontare su questa avventura straordinaria. Ne sa qualcosa l’amico Delmastro. Per me si tratta forse della missione più difficile della mia vita, incentrata su scuola, lavoro e formazione, sia dentro sia fuori dal carcere.
È una missione arrivata quasi per caso. Quando sono diventato Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro — organo di rilevanza costituzionale secondo l’articolo 99 della Costituzione — abbiamo rinnovato un accordo con il Ministero della Giustizia avviato dal mio predecessore. Ho voluto ribadirlo, con il ministro Nordio, mio caro amico di vecchia data; lui di Treviso, io di Venezia.
In quell’occasione, il ministro Nordio mi ha chiesto: “Renato, dammi una mano sul carcere”. Ho accettato subito, pur non sapendone nulla all’inizio, e mi sono messo a studiare. Ho scoperto così la materia e il terreno più difficili che abbia mai affrontato. Di mestiere ho fatto il professore universitario e l’economista del lavoro: mi occupo di welfare, salari, produttività, occupazione e nuove tecnologie. Non avevo però mai affrontato il problema del carcere.
La prima cosa che ho fatto è stata guardarmi attorno, scoprendo una realtà straordinaria: il nostro Paese, che spesso descriviamo negativamente per i suoi difetti, le carenze e gli squilibri, possiede una ricchezza umana immensa. Mi riferisco alla ricchezza delle istituzioni, delle persone e delle organizzazioni democratiche: Regioni, Province, Comuni, fondazioni bancarie, imprenditori, artigiani, datori di lavoro, lavoratori e volontariato.
Il volontariato è una risorsa eccezionale: quattro o cinque milioni di persone che donano parte della propria esistenza e del proprio tempo agli altri.
Il concetto di “dono” è quasi sconvolgente per un economista abituato a ragionare in termini di domanda, offerta, prezzo e quantità. Eppure esiste, come nel caso dei volontari della Croce Rossa. Viva Dio se esiste.
L’Italia è un grande Paese di gente e istituzioni generose. Mi sono chiesto, allora, come sia possibile che una nazione così sensibile non riesca a risolvere il problema della formazione e del lavoro in ambito carcerario. Storicamente, ci troviamo di fronte a strutture che non rispondono all’articolo 27 della Costituzione: carceri che non rieducano e non reinseriscono nella società.
A quasi 76 anni non mi diverto più a cercare colpevoli in Tizio, Caio o nel governo di turno. Ne ho visti troppi. Voglio invece capire perché questa società non riesca a rispettare un dettato che essa stessa si è data, a partire da Camaldoli, nel 1943. In quel contesto, un gruppo di giovani che sarebbero diventati i Padri della Patria gettò le basi della Costituzione sociale attraverso il Codice di Camaldoli. Erano tutti cattolici, ma il vero miracolo avvenne quattro anni dopo nell’Assemblea Costituente. In soli tre giorni, liberali, socialisti, socialdemocratici, comunisti e cattolici approvarono all’unanimità, senza alcuna egemonia, gli articoli sociali della Repubblica: lavoro, sindacato, rappresentanza e, appunto, carceri.
Eppure, dopo quasi ottant’anni, la Repubblica non riesce ancora a dare risposte concrete su rieducazione e reinserimento. Non serve dare la colpa alla magistratura o ai ministeri; occorre comprendere le cause profonde. Abbiamo la generosità della società civile, le risorse finanziarie e la “regola delle regole” (l’articolo 27), ma affrontiamo una condizione carceraria insostenibile.
Qui interviene la mia natura di economista. Utilizzo la “cassetta degli attrezzi” di sempre: scuola, lavoro, formazione. Quando si verifica una devianza, la società deve difendersi e le carceri hanno una funzione di sicurezza, ma devono avere anche un significato rieducativo. Sicurezza e rieducazione non sono termini conflittuali, bensì complementari. Se li consideriamo opposti, non andremo da nessuna parte.
Oggi i quattro quinti del budget sono destinati alla sicurezza e solo un quinto al reinserimento. Il problema, tuttavia, non è solo economico, ma culturale: se le due culture non dialogano, la sicurezza stessa è destinata a fallire perché priva il sistema di un concetto fondamentale: la speranza.
La speranza passa attraverso la scuola, il lavoro e la formazione, dentro e fuori dal carcere.
Questi elementi o vincono insieme o falliscono insieme. Il carcere ha una sua economia criminale: un telefono che fuori vale 200 euro, dentro può valerne 5.000. Spesso i “lavoretti” non sono vero lavoro, ma mera gestione del potere.
La sfida civile si vince offrendo prospettive.
La recidiva in Italia è mediamente del 70%, ma scende drasticamente sotto il 10%, il 5% o addirittura il 2% per chi intraprende percorsi reali di istruzione e impiego. La speranza è misurabile. Resta però lo stigma: il reinserimento è ostacolato dal pregiudizio verso chi è stato detenuto. Serve allora un “arbitraggio” individuale: al detenuto deve convenire investire in una vita civile piuttosto che continuare a delinquere. Se non si ha nulla da perdere, la delinquenza resta l’unica scelta; se invece si investe nel capitale umano, cambia tutto. Anche attraverso strumenti come il SIISL, il sistema informativo del Ministero del Lavoro per le politiche attive, la formazione e il reinserimento occupazionale.
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L’intervento del sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, Torino, Fondazione CRT, 30 gennaio 2026
Grazie mille a voi. C’è un motivo per cui collaboriamo profondamente io e Brunetta: siamo animati dalla medesima filosofia di fondo. Che è il titanico sforzo di mantenere in un perenne equilibrio le varie funzioni della pena, rispetto alla quale nessuno ha un valore tirannico o assorbente. È il tentativo di tenere insieme quell’ossimoro che è la funzione preventiva della pena ma anche la funzione rieducativa.
I nostri Costituenti non sprecavano le parole, figuriamoci i verbi. Nell’articolo 27 della Costituzione c’è un verbo: “tendere” alla rieducazione. Non hanno scritto “devono rieducare”. E perché c’era quel “tendere”? Perché non dimenticavano la scuola positiva. Adesso faccio qualche reminiscenza nostalgica del mio periodo universitario, nel tentativo di scimmiottare Brunetta e dialogare sul suo livello altissimo, perché mi ricordo che la scuola positiva del diritto e quella illuministica introdussero l’idea di rieducazione. Ma attenzione: dietro quella rieducazione c’era anche il “fine pena mai”.
Tradotto: entravo per aver rubato una gallina; chi doveva rieducarmi? Fino a quando non eri rieducato non uscivi. E allora la scuola liberale fa argine, difende il diritto anche a non essere rieducato. Beh, però in ogni caso la pena deve essere parametrata: ciò che hai combinato uscirai, anche se non ti rieducano, perché altrimenti quel paradiso che vogliamo costruire in terra diventa un inferno in terra. Ecco perché c’era il “tendere”. Perché non possono pretendere la rieducazione contra voluntatem, perché ad impossibilia nemo tenetur. E perché dietro alla cosiddetta “certezza della pena”, che oggi sembra l’elemento dei cattivi, c’è la libertà dell’uomo di dire: “È parametrato a ciò che ho commesso, esco anche se non voglio educarmi, se tu non riesci ad educarmi o se non ci educhiamo”.
Fatta questa premessa per depurare un linguaggio che è diventato sempre più ideologico nell’approccio alla pena, dico che nei salotti buoni televisivi ho conosciuto un’infinità di politici che sono andati in TV a recitare a memoria l’articolo 27 della Costituzione. Non erano neanche laureati in giurisprudenza; io lo sono. Diritto Costituzionale è un esame fondamentale, l’ho superato e quindi lo conosco anche io.
Ho preferito saturare per la prima volta nella storia della Repubblica le piante organiche dei funzionari giuridico-pedagogici, cioè coloro che sono preposti al trattamento della rieducazione. Facile andare nei salotti televisivi a blaterare di articolo 27 lasciando però le piante organiche dei funzionari vuote: è quello che è accaduto fino a un anno fa in Italia. Oggi sono sature. Secondo me c’è una profonda differenza, e io sono il portatore di una cultura che dice che quell’ossimoro fantastico fra funzione retributiva/preventiva e rieducativa della pena deve rimanere in perfetto equilibrio, perché la Costituzione non ha disegnato nessun valore tirannico assorbente rispetto agli altri.
Fatta questa premessa, voglio arrivare alla carne viva, sofferente, degli istituti penitenziari. Ha ragione l’amico Brunetta: il 68% di coloro che delinquono e scontano una pena in carcere, prospetticamente, rientreranno tendenzialmente per il medesimo delitto, a meno che non abbiano reperito un’occupazione lavorativa. In quel caso la recidiva si abbatte al 2%. E allora ha ragione Brunetta: mentre faccio rieducazione faccio anche sicurezza, e se il carcere è sicuro faccio rieducazione. Tradotto: chi fa il lavorante all’interno dell’istituto lo decide l’amministrazione penitenziaria e non l’Alta Sicurezza, cioè i detenuti più pericolosi e coloro che, pur privati della libertà, vogliono ancora assumere atteggiamenti sopraffattori contraddistinti da violenza nei confronti degli altri detenuti stessi.
Allora, noi abbiamo il primo dato: io debbo raggiungere il 2%. Primo, perché è un dettato costituzionale la funzione anche rieducativa della pena; secondo, perché corrisponde a un’esigenza, anche indirettamente, di sicurezza per la società. Poi abbiamo un altro dato: 21.000 detenuti circa su 63.000 lavorano. È un dato ottimo e sempre in crescita. Quando andiamo ad analizzare ulteriormente il dato, invece, c’è da piangere: di questi 21.000, ben 18.000 lavorano per l’amministrazione penitenziaria e solo 3.000 per aziende esterne.
Ora, lo dice sempre quello che viene dipinto come l’anti-trattamentalista: io rispetto così tanto la Costituzione che voglio che il trattamento assolva alla funzione rieducativa della pena, ma che non addomestichi l’animo. Perché 18.000 persone che lavorano internamente a servizi scarsamente qualificati e qualificanti non le stiamo educando; addomesticano l’animo anestetizzando gli istituti penitenziari. E io, che ho fatto della sicurezza un valore assoluto, non utilizzo il trattamento — che è l’aspetto più nobile dell’esecuzione penale — per addomesticare gli animi delle persone che stanno all’interno degli istituti.
“Se sei buono ti faccio fare l’avvocato”: non è così, è svilire la natura profonda del lavoro all’interno degli istituti. E allora il dato bellissimo di 21.000 lavoranti diventa un po’ meno roseo se lo scomponiamo e vediamo che solo 3.000, cioè il 15%, lavorano per un’azienda o per l’esterno, rispetto all’85%. Crescono i detenuti che lavorano e crescono, per fortuna, anche le istanze della Smuraglia. Questo ci fa capire che cresce anche il lavoro vero, quello contraddistinto dall’esterno.
Perché sono anti-trattamentalista? Perché se entro in un istituto penitenziario e dico: “Direttore, com’è quel ragazzo?”, e mi risponde che è entrato per reati contro il patrimonio ed è tossicodipendente, e io chiedo se stiamo scalando col metadone e scopro che invece lo abbiamo triplicato; o se come trattamento e rieducazione fa il ceramista… Beh, rieducato, ma abbiamo 60.000 ceramisti in Italia? Non credo che abbiamo bisogno di 60.000 ceramisti. Allora bisogna puntare sul lavoro vero. E che cosa bisogna fare? Raccontare alle categorie datoriali gli enormi vantaggi della Legge Smuraglia, che sono vantaggi di decontribuzione totale che accompagna poi il detenuto anche nei 18 mesi o nei 24 mesi successivi alla scarcerazione, a seconda della scarcerazione stessa.
Non voglio indulgere nel tecnicismo perché non serve. E allora qua, però, abbiamo un altro dato che io ritengo sconfortante e lo applico al Piemonte: per la Smuraglia abbiamo 102 detenuti che lavorano internamente, cioè per aziende esterne; 87 che lavorano all’esterno; 46 semiliberi, cioè che hanno anche, forse grazie al lavoro, iniziato un percorso che si avvicina alla verità. Ma i soggetti post-detenzione sono solo 19. Cioè, fino a quando sono in esecuzione pena c’è il lavoro anche tramite la Smuraglia, poi diventano 19. Le nostre imprese debbono trovare motivi di mercato perché quei 100 o quei 200 rimangano 200 anche dopo. Perché se sono 200 in esecuzione pena e diventano 19 post-pena, io ne ho persi 181. Che cosa è successo? Non siamo stati bravi a formarli con la Regione sufficientemente perché l’impresa se li tenesse? L’impresa ha voluto fare clean washing? Basta, me lo chiedo. Sono domande, non ho risposte, ma su quello noi dobbiamo lavorare. Quei 200 in esecuzione pena devono rimanere 200 post-esecuzione pena: è così che vinciamo.
Allora dobbiamo eccitare la formazione, dobbiamo far sì che negli istituti si lavori sempre più sulle imprese. Perché il lavoro rieduca anche perché… un conto è lavorare per quella straordinaria ricchezza che è il terzo settore, che fa il panettone che poi viene venduto ad Andrea Del Mastro a 50€ — perché come fai a non comprare il panettone? — ma quella non è un’impresa che sta sul mercato. Io devo farti lavorare, che ne so, da Marinella a Santa Maria Capua Vetere, che poi vende le cravatte di Marinella al valore di mercato e sta in piedi perché è lì che c’è sacrificio, orari da rispettare, manualità, professionalità, velocità nell’esecuzione: tutto quello che poi troveranno nel mondo vero che sta fuori. Perché se io posso permettermi di vendere un panettone a 50€, peraltro neanche così buono, lo faccio per un’operazione sociale due, tre, quattro, cinque volte all’anno. Il sottosegretario lo fa tutte le volte perché non può esimersi, perché altrimenti verrebbe criticato, ma quel detenuto ha imparato a fare il panettone secondo i criteri che chiede il mercato per stare sul mercato? Io penso drammaticamente di no.
Io lo voglio dire fuor di ogni retorica, perché ogni volta che si parla di lavoro all’interno degli istituti e di funzione rieducativa si accende una lampadina di speranza. Se rimangono convegni, o se noi non abbiamo il coraggio di andare fino in fondo, quelle lampadine diventano disillusione, amarezze, violenze fra polizia penitenziaria e detenuti, a volte aumenti di pena. Ed è quello che noi dobbiamo scongiurare. Dobbiamo essere seri anche nell’analizzare i nostri fallimenti per immaginare cosa fare per davvero. E allora io, che credo nella funzione educativa e non di addomesticamento dell’anima nel lavoro all’interno dell’istituto, dico che noi dobbiamo correre da domani mattina in tutte le associazioni datoriali del Piemonte, come dell’Italia, a raccontare il vantaggio fiscale ed economico vero della legge Smuraglia, che è una delle più belle leggi che siano state scritte in Italia. Dobbiamo raccontare quanto proseguono poi successivamente; dobbiamo accordarci con le Regioni per garantire una formazione tramite le accademie di filiera — voglio dire, è fortissimo in Piemonte, in altre regioni un po’ meno — e con l’Accademia dare la formazione just in time alle imprese anche all’interno degli istituti. Dobbiamo raccontare cose che gli imprenditori non sanno: che dentro gli istituti hanno spazi e macchinari a volte costosissimi che possono utilizzare gratuitamente.
Perché c’è un altro dato che mi perplime: l’80% delle imprese che lavorano con gli istituti, dando lavoro vero ai nostri detenuti, non fa istanza di Smuraglia. Allora io mi chiedo: se neanche tu, che già lavori in carcere e che quindi devi solo fare l’istanza per avere la decontribuzione totale (520€ mensili) e i macchinari, fai domanda, vuol dire che non lo sanno. Cioè, su 100 imprese che lavorano con gli istituti, ottanta non conoscono la Smuraglia; figuriamoci quelle che non lavorano negli istituti. Quindi: far conoscere una legge purtroppo sottovalutata.
Lavorare partendo dal presupposto che le vere esperienze per me sono a Biella: la fabbrica che fa 7.000 uniformi con la famiglia Zegna per la Polizia Penitenziaria. Tanto è vero che, con qualche orgoglio, dico: solo la mia Polizia Penitenziaria ha le divise della famiglia Zegna; probabilmente la Polizia di Stato non so dove le prenda (lo dico con quella sana competizione che c’è fra le forze di polizia). Raccontare che a Santa Maria Capua Vetere lavora Marinella, uno dei simboli del Made in Italy, e quelle cravatte stanno sul mercato. Raccontare che, sempre a Santa Maria Capua Vetere, c’è Isaia e quelle camicie stanno sul mercato. Ma quando andate a vedere la fabbrica Isaia, non c’è il “buon cuore” dentro l’istituto: c’è un’azienda. Devi alzarti, devi arrivare puntuale, devi imparare, devi lavorare velocemente.
C’è poi il tema del DAP sul quale mi sto interrogando: se io faccio istanza per andare a lavorare per Isaia a Santa Maria Capua Vetere, ma sono di Augusta (uno dei carceri peggiori che abbiamo in Italia proprio in termini di edilizia), e vado ad Augusta a Santa Maria perché ho diritto a lavorare, ma poi se non lavoro e ho usato l’istanza solo per uscire da Augusta, io con inflessibilità ti devo rimandare ad Augusta. Non perché sono cattivo, ma perché tu stai rubando uno spazio di rieducazione, trattamento e lavoro a chi magari lo avrebbe fatto genuinamente e non per scappare da Augusta. Su questo noi dobbiamo essere inflessibili, perché l’inflessibilità non è solo sintomo di cattiveria, è anche sintomo di giustizia sociale: stai rubando un’opportunità straordinaria a un altro.
E termino, perché ho raccontato degli esempi molto più concreti, intanto perché non posso dialogare al livello di Brunetta, sebbene ci abbia provato inizialmente più per nostalgiche reminiscenze accademiche. Sono tutto tranne che accademico e penso che lo abbiate percepito tutti. Però cosa può fare ancora il DAP? Mappare tutti i locali nostri spiegando alle aziende cosa abbiamo e darli a disposizione gratuitamente per la Smuraglia; mappare le nostre attrezzature; dire che non ci deve essere più un solo comandante o direttore che non accolga a braccia aperte la sfida della rieducazione con le imprese.
E poi cose concrete. Lancio una sfida qua oggi, sebbene io non abbia la competenza per gli istituti penali minorili: voglio lanciare una sfida alla CRT, approfittando del suo buon cuore, e a Brunetta, che ha nella sua “pancia” tutta la società civile — non la sua pancia fisica, ma quella del CNEL. Io coltivo un’ambizione: non voglio che chi esca sia solo rieducato, non mi interessa, voglio che non abbia lo stigma. Sapete quale io, da sabaudo molto concreto, penso sia lo stigma più ingiusto? L’ho individuato negli istituti penali minorili (che non sono mia competenza): magari entro a 16 anni ed esco a 21; vado a cercare lavoro e mi dicono che il mio curriculum da detenuto non è ottimo. Chiedono: “È automunito?”. No. Perché se sono stato in carcere dai 16 ai 21 anni, non sono automunito.
Allora, abbiamo 17 IPM in Italia. Diciassette. Non riusciamo, con un aiuto economico di CRT e con l’ACRI, a garantire che quei ragazzi escano con una patente? Così gli abbiamo concretamente tolto uno stigma. Lancio la sfida, Brunetta: il DAP c’è, con tutta l’intensità della sua buona volontà, e supererà qualsivoglia problema strutturale. “Recidiva zero” è bellissimo, è un obiettivo a cui dobbiamo tendere perché molto ambizioso. Ma possiamo fare anche un’altra partita: patenti al 100%. Non un solo ragazzo che entra da minore deve uscire da adulto senza avere la patente, perché quello è il secondo stigma. Affrontiamo anche in termini concreti queste sfide che ci attendono negli istituti penitenziari.