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Brunetta: Pa, “Più che una riforma è un regolamento di conti tra amministrazioni”

 

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“Sono passati 5 giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri della cosiddetta riforma della Pubblica amministrazione, ma di testi, ad oggi, neanche l’ombra. Eppure, se un’idea chiara di riforma ci fosse stata, gli Uffici non sarebbero ancora a cambiarla, scriverla e riscriverla. Ma una riforma, evidentemente, questa non è. Nulla si dice, infatti, sul rinnovo dei contratti collettivi del pubblico impiego, sull’efficienza, la produttività e l’informatizzazione della Pubblica amministrazione. Si tratta semplicemente di un regolamento di conti tra amministrazioni, con la rivincita, tanto agognata di quelle periferiche (spudoratamente favorite, per quanto spesso non virtuose) su quelle centrali.

Dato il rilievo dei temi trattati, come emergono dall’elenco contenuto nel comunicato diffuso dal governo venerdì scorso, il vuoto normativo di questi giorni non può che creare confusione, incertezza, tensione sociale e allarme istituzionale.

Che significa, per esempio, lo slogan ‘un’unica Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici e contro la corruzione’? Vuol dire che si abolisce l’unica banca dati attualmente esistente sulle stazioni appaltanti (l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, appunto)? E le relative competenze verranno trasferite tutte o solo in parte all’Autorità Nazionale AntiCorruzione di nuova costituzione?

Che dire, poi, del commissariamento di altri enti che gestiscono i fondi europei? E della ipotizzata norma che revoca il trattenimento in servizio dei dipendenti pubblici? Il ministro per la Pubblica amministrazione, Marianna Madia, vuole fare intendere che la norma è stata pensata per liberare posti per nuovi giovani da assumere, mentre in realtà crea buchi ai vertici delle amministrazioni pubbliche. Si pensi ai magistrati ordinari: 400 di loro andranno a casa, con conseguente paralisi dei processi. Per non parlare della soppressione, a partire dal 1° ottobre 2014, delle sezioni staccate dei tribunali amministrativi regionali.

La riduzione del 50% del diritto annuale delle Camere di commercio, infine, priva queste ultime delle risorse necessarie per la gestione ordinaria, con il rischio, tra l’altro, di dover restituire la metà di quanto già incassato con riferimento all’anno 2014.

Ma non è solo l’allarme creato dal vuoto normativo il problema. Si parla di 2 decreti di 60 e 40 articoli e dai contenuti non solo eterogenei, ma che in grande parte neanche presentano i caratteri di necessità e urgenza. Ci chiediamo come il Quirinale potrà mai firmare provvedimenti di questa natura”.