“Alle brutte figure europee di Renzi, che non portano certo in alto il nome dell’Italia, ha cercato di rimediare il vice ministro dell’economia, Enrico Morando, costretto a precisare: non ‘volevamo offendere la sensibilità di nessuno’. Eppure Matteo Renzi aveva argomenti ben più solidi per rispondere alle preoccupazioni di Manuel Barroso. L’articolo 7 del Regolamento 473 del 2013, esplicitamente richiamato dalla lettera di Katainen, afferma che la richiesta finale della Commissione – quella che eventualmente imporrà una modifica della manovra – ‘deve essere motivata e resa pubblica’. Si poteva pertanto semplicemente rispondere che si era seguito lo spirito, se non proprio la lettera, di quella disposizione. Fine della trasmissione, invece di imbizzarrirsi come qualsiasi ultrà che contesta le decisioni arbitrali.
Questioni di stile, ma anche di sostanza. Ormai la guerra di Matteo è a tutto campo. Ed ha un unico obiettivo: distruggere ogni regola che cerca di limitare la sua ‘volontà di potenza’. La Wille zur macht che fu tema caratteristico della filosofia di Friedrich Nietzsche. Boccone evidente indigesto per il giovane premier. Che quindi non è in grado di riflettere sul fatto che quelle garanzie sono il sale stesso di ogni democrazia. Ed ecco allora che la reazione stizzosa ai rilievi della Commissione, colpevole di applicare le norme, fa il paio con l’imbarazzo creato al presidente della Repubblica, nell’esaminare un progetto di legge non accompagnato dalla prescritta relazione tecnica. A sua volta inviata solo il giorno successivo. E non per una dimenticanza. Ma a seguito dei contrasti insorti all’interno della Ragioneria generale dello Stato, a seguito del tentativo di escludere il suo diretto responsabile da una valutazione più attenta. Il cui giudizio successivo ha comportato l’inevitabile inasprimento delle ‘misure di salvaguardia’, a seguito della labilità delle coperture indicate nel testo originario. Un gran pasticcio, come si vede”.